Roma - Il concetto rivoluzionario alla base dell'open source pare proprio troppo imponente per rimanere confinato al software e alla rete. L'idea di
collaborazione, interazione e libertà di intervento sul "sorgente" piace a tal punto che stanno nascendo in tutto il mondo gruppi per sperimentare l'applicazione di questa filosofia a molti altri aspetti della vita e ad altre discipline.
Ha suscitato interesse per esempio l'idea-provocazione della
birra open source, la cui ricetta è pubblicata sotto licenza Creative Commons. L'iniziativa è di un gruppo di studenti della
Facoltà di Informatica dell'Università di Copenaghen che lasciano mano libera a tutte le possibili
aggiunte o manipolazioni della ricetta iniziale (che ha l'unica stranezza di contenere il guaranà, frutto tropicale che contiene caffeina). Addirittura permettono lo sfruttamento economico dell'intruglio ottenuto con l'obbligo di iscrivere la ricetta sotto la medesima licenza e di riconoscere ovviamente i
credits agli studenti-pionieri.
Un'idea affascinante, non del tutto originale e già sottoposta a molte critiche, come quelle di
Bazaars. Le voci corrono sui blog e c'è chi si ricorda di un tentativo simile, molto datato. Un esperimento che prova a minare il segreto dei segreti: la ricetta della
Coca Cola. Con l'
OpenCola experiment, made in Wikipedia (chi altri sennò), si crea una "bevanda unica" che
tutti possono contribuire a migliorare (o peggiorare) intervenendo direttamente sulla
ricetta. Impossibile dire se il composto assomigli vagamente all'originale ma di certo in Canada ha avuto anche un seguito economico (poi fallito) mentre
in Italia l'idea è stata accolta a braccia aperte per "la prima vera bevanda open source"... da bere in un sorso. Con un piccolissimo neo: il marchio è registrato, una scelta forse dovuta al timore che qualcuno, magari proprio il gigante delle bibite gassate, possa impossessarsene per "difendere" il proprio business.
Aumenta, in ogni caso, il desiderio di molti di
spingere sempre più l'open source al di fuori del software, del suo campo originario, una questione da lungo tempo dibattuta. La speranza di molti è di portare il concetto di "open" anche nelle arti e nella produzione culturale.
Un primo tentativo applicato alle
arti visive è in fieri sul sito
Chelsea2005 dove i vari lavori degli studenti inerenti alle arti figurative vengono migliorati e completati anche attraverso una discussione pubblica.
Gli stessi studenti, insieme ad uomini di cultura, di arte, divulgatori e ricercatori del
Chelsea Collage of Art and Design hanno deciso di approfondire l'argomento organizzando il primo
Open Congress.