Roma - Nelle scorse settimane, mentre girovagavo per la blogosfera italiana, mi sono cadute sotto gli occhi delle critiche - alcune piuttosto significative - alle
licenze Creative Commons. Esemplificativo, in questo senso, mi pare
l'intervento di "Settolo" su
Settoblo, intitolato - appunto - "I gravi problemi delle Creative Commons"; a sua volta ispirato da un altro
intervento di "
bobregular" su
soluzioni.splinder.com e dal dibattito che ne è seguito.
Sostanzialmente, i punti principali paiono essere cinque:
- la non reattività di Creative Commons (non ho ben capito se ci si riferisce all'organizzazione statunitense o ad altro) di fronte alle critiche che sono state rivolte;
- l'imposizione di una struttura verticistica rispetto alle varie comunità di simpatizzanti che si sono create nel mondo, con particolare riferimento al supposto "furto di potere" operato da Creative Commons nei confronti dei "fondatori" dell'iniziativa italiana;
- l'ipotesi che un gruppo non meglio specificato di multinazionali vogliano favorire l'utilizzo di licenze Creative Commons per creare un archivio mondiale da cui attingere al fine di uno sfruttamento commerciale delle altrui opere;
- collegata al punto precedente, una differenza sostanziale tra la dicitura del "commons deed" (il testo "leggibile dagli esseri umani", come è ironicamente definito dagli stessi creatori delle licenze CC) e il testo vero e proprio ("leggibile dai giuristi") delle licenze CC "non commercial" nelle sue varie versioni (BY-NC, BY-SA-NC, BY-ND-NC); tale differenza potrebbe indurre - questa la critica - alcuni autori a scegliere una licenza CC con clausola "non commercial" perché nel "commons deed" leggono che è vietato qualsiasi utilizzo a scopo commerciale, condizione che nel testo legale diventa un divieto per attività a scopo "prevalentemente commerciale";
- collegata al punto tre, la presenza, all'interno del "board" di Creative Commons, di Joichi Ito, con particolare riferimento ai legami - relativi a degli appalti di ricerca e sviluppo - tra quest'ultimo e l'esercito statunitense.
C'è indubbiamente di che restare perplessi.
Chi scrive non fa parte di Creative Commons, ma ha collaborato a lungo e tuttora collabora con alcuni suoi membri, in Italia e all'estero. Ritengo giusto contribuire con un punto di vista alternativo all'intera questione - o meglio, alle varie questioni sollevate - per evitare che il "venticello della calunnia" o il puro e semplice rimbalzare incontrollato di voci, controvoci, supposizioni e "si dice che" danneggi un progetto tra i più interessanti e coraggiosi cui mi è capitato di assistere negli ultimi anni.
Sia ben chiara una premessa: il progetto Creative Commons è criticabile, né più né meno di qualsiasi altra attività umana. Anzi, mi spingo ad affermare che personalmente provo molto piacere nel leggere tali critiche - per quanto preferirei che dietro ci fosse un minimo più di riflessione e di verifica, che spesso aiuta ad evitare imbarazzanti quanto poco efficaci dietrofront - perché se partiamo dall'assunto che nulla è perfetto, l'assenza di opposizione non può che significare assenza di interesse. E
questa sarebbe veramente la morte per Creative Commons.
Per quanto riguarda il primo punto (la scarsa reattività di Creative Commons alle critiche sollevate) non ho abbastanza dati per giudicare il caso concreto. Mi limito ad osservare che, nei limiti del tempo a disposizione, ho sempre ricevuto la disponibilità a discutere eventuali problemi, sia dagli Stati Uniti che nei paesi facenti parte del progetto
iCommons - il che, naturalmente, non significa che Creative Commons debba essere d'accordo con le osservazioni mosse. Sia come sia, a volte ho l'impressione che manchi una corretta percezione delle dimensioni ridotte, in termini operativi, del progetto Creative Commons, nonché del numero di attività che i suoi membri "ufficiali" devono seguire quotidianamente - oltre agli impegni esterni al progetto, che spesso non sono sacrificabili. Ciò, unito al desiderio di rispondere in maniera precisa e puntuale, porta inevitabilmente ad una reattività minore rispetto a quella del blog-commentatore medio (senza offesa per la categoria, beninteso).