L'imposizione di una struttura verticistica - sempre che il termine "imposizione" rispecchi fedelmente una situazione in cui nessuno è obbligato a fare alcunché, non avendo Creative Commons una capacità coercitiva in senso proprio - riflette, sia pur in modo a mio parere distorto, una realtà. Creative Commons non ha mai fatto mistero di voler mantenere uno stretto controllo sulla vita e l'evoluzione delle licenze CC, nonché sull'operato di tutte quelle entità - come per esempio le istituzioni che fanno parte del progetto
iCommons - che possono essere ricondotte in forma ufficiale a Creative Commons medesima.
Tale atteggiamento è sicuramente criticabile, ma personalmente lo trovo comprensibile. Né mi pare fondamentalmente diverso dal modo in cui altre associazioni od entità, come per esempio la
Free Software Foundation o la
Open Source Initiative, gestiscono le proprie attività. La critica costruttiva è sempre un bene; ma nessuno, e sicuramente non Creative Commons, obbliga chiunque altro ad una collaborazione le cui modalità risultino, anche dopo una riflessione sui motivi che le giustificano, troppo pesanti o del tutto inaccettabili.
Peraltro, va ricordato che il progetto Creative Commons è molto giovane ed è dunque più che plausibile che l'impostazione più o meno verticistica varierà nel corso della sua vita, anche sulla base delle osservazioni ricevute. Con riferimento all'Italia, mi pare comunque che un'apertura sostanziale ci sia, come testimoniano sia gli incontri che a cadenza regolare si sono tenuti a Torino, volti a discutere gli aspetti salienti del progetto, sia la possibilità di creare "
gruppi locali" sul territorio italiano.
Per quanto riguarda il terzo punto - che un fantomatico gruppo di "poteri forti" voglia costruire una sorta di archivio di materiale liberamente utilizzabile per i propri loschi fini - confesso di trovarmi spiazzato. Mi sfugge infatti perché mai questi presunti "poteri forti" dovrebbero preoccuparsi di mettere in piedi un progetto come Creative Commons quando hanno a disposizione - e questa volta parliamo di poteri forti reali e non virtuali - strumenti legali, politici ed economici per produrre o comprare (e mi fermo qui per amor di carità) tutto il materiale di cui possono aver bisogno.
Ora, ammetto che lo scienziato politico che c'è in me prova sempre un certo brivido, una sorta di fremito giovanile ogni volta che all'orizzonte si profila l'ombra di un complotto, di manovre arzigogolate e occulte, di doppi giochi. Ma dal complotto al complottismo, se non alla vera e propria paranoia, il passo è ahimé piuttosto breve. Visto e considerato che Creative Commons - come associazione - non ha di per sé alcun ruolo attivo, al di là dell'aver elaborato dei modelli di licenza, all'interno dei rapporti che derivano dall'utilizzare queste stesse licenze ("Creative Commons non è parte della presente Licenza e non dà alcuna garanzia connessa all'Opera") davvero mi sfugge il senso della critica.
Sul fantomatico - e molto, forse troppo, strombazzato - problema della differenza tra il "commons deed" e il testo legale della licenza relativamente alla clausola "non commercial", mi limito ad una osservazione e ad un riferimento.
L'osservazione è che il "commons deed" di ciascuna licenza recita:
Questo è un riassunto in linguaggio accessibile a tutti del Codice Legale (la licenza integrale).e che è altresì presente, nella pagina del "commons deed", un link chiamato "limitazione di responsabilità". Cliccandolo, appare una finestra in cui si legge che:
Il Commons Deed non è una licenza. E' semplicemente un utile riferimento per capire il Codice Legale (ovvero, la licenza completa), di cui rappresenta un riassunto leggibile da chiunque di alcuni dei suoi concetti chiave. Lo si consideri come un'interfaccia amichevole verso il Codice Legale sottostante. Questo Deed in sè non ha valore legale e il suo testo non compare nella licenza vera e propria.
L'associazione Creative Commons non è uno studio legale e non fornisce servizi di consulenza legale. La distribuzione, la pubblicazione o il collegamento tramite link a questo Commons Deed non instaura un rapporto avvocato-cliente.Incidentalmente, l'ultimo paragrafo della limitazione di responsabilità chiarisce anche perché a certe domande Creative Commons non risponde e non risponderà mai.
Ora, fermo restando che nessuno nasce imparato, che sbagliando si impara e via discorrendo, mi pare abbastanza comprensibile che il "commons deed" non può e non vuole essere considerato come il testo a cui far riferimento qualora si decida di utilizzare una licenza CC per la propria opera e si debba valutare con precisione quali clausole includere - o, al limite, se non sia meglio utilizzare un'altra licenza tout court.
Il riferimento è all'
intervento inviato - a titolo personale e a puro scopo di discussione - più di un mese fa sulla
lista (pubblica) di
Creative Commons Italia dall'avvocato Massimo Travostino, uno dei membri del gruppo di lavoro che ha effettuato l'adattamento delle licenze CC alla legislazione italiana. Invito tutti i lettori a consultare l'intervento nella sua interezza.