Il momento della verità è vicino. "Aspettiamo di raccogliere i primi dati delle sperimentazioni e di verificare sul campo, per capire se le cose vanno bene e che cosa ci si possa davvero aspettare da questa tecnologia", dice di Zenobio. "Alcuni soggetti che stanno sperimentando, già ci dicono che va tutto bene, ma la Fondazione deve studiare vari
scenari. Per esempio, se mi metto a 50 metri dalla radio base, se sto al secondo o al terzo piano del palazzo con la facciata a vista dell'antenna, è ovvio che vada tutto bene. Se vado in una stanza che si trova nella facciata opposta, dove l'antenna non è più a vista, forse invece ci saranno problemi".
Il WiMax va messo sotto torchio, in condizioni difficili per la ricezione, "che poi sono quelle dove più probabilmente verrà usato nella maggior parte dei casi". Ma quindi il WiMax ha
punti di debolezza? "No, intendiamoci. Non è la tecnologia a essere carente. Il WiMax è uno degli stadi più avanzati delle tecnologie wireless, è ovvio che è un'evoluzione rispetto al passato. Se avessi l'intera banda di frequenze per scegliere dove usare il WiMax, non avrei dubbi sulla bontà dei servizi futuri".
È un
problema politico, a minare le speranze del WiMax. "Il problema è che in Europa il WiMax si sta attestando su frequenze 3,4-3,6 o 3,4-3,8 GHz. Sono bande residue, che permettono prestazioni limitate. La penetrazione del segnale potrebbe dimostrarsi un problema, che dobbiamo appunto verificare, su queste frequenze".
Negli Stati Uniti sono sul punto di assegnare al WiMax le frequenze dell'UHF, usate dalla tv via etere (ormai soppiantata dal digitale). "Da noi invece nulla si può toccare. Le frequenze UHF, secondo la legge Gasparri, resteranno in mano agli attuali assegnatari che le utilizzeranno, con il
digitale terrestre, per moltiplicare i canali. Sarebbero invece l'ideale per il WiMax".
Le frequenze 3,4-3,6 potrebbero andare bene per il WiMax da postazione fissa (standard 802.11d). Quello in mobilità, l'802.11e,
appena ratificato, invece "su queste frequenze è una barzelletta. Impossibile. Bisognerebbe almeno scendere di un GHz, a 2,5 GHz, per dare banda larga in mobilità".
È una posizione che fa
crollare molti sogni (o farneticazioni?) su un futuro dove la banda larga mobile sarà ovunque e a basso costo, in Italia. L'UMTS, infatti, che è banda larga mobile, è oggi a 1,8 GHz, come il GSM. "E addirittura anche a 1,8 GHz, in mobilità, ci possono essere problemi di propagazione del segnale. Infatti i telefoni Tacs, a 900 MHz, in certi casi funzionano meglio di quelli GSM. Non a caso alcuni li conservano per usarli laddove il GSM non prende bene". Andando su frequenze superiori al 2,5 GHz, la banda larga mobile zoppica senza ritegno, "lo sanno tutti quelli che si occupano di propagazione del segnale".
Purtroppo il
calvario delle frequenze è tutt'altro che finito. "Per prima cosa - aggiunge Di Zenobio - sarà necessario in sede
ETSI (European Telecommunications Standards Institute) armonizzare l'uso delle frequenze WiMax a livello europeo". Quasi tutti stanno usando il range 3,4-3,6 GHz, nei vari paesi. Un'eccezione notevole è la Francia (usa 3,4-3,8 GHz). L'armonizzazione è necessaria per raggiungere l'
interoperabilità dei servizi e degli apparati. La standardizzazione è utile perché il costo della tecnologia si abbassi. In Italia, quanto a frequenze, c'è un problema particolare: le 3,4-3,6 GHz sono state assegnate alla
Difesa, che quest'estate ha acconsentito a cederle al Ministero delle Comunicazioni. Le frequenze si libereranno però soltanto per gradi, in Italia, perché il Ministero della Difesa dovrà risintonizzare i propri apparati su nuove frequenze e comprarne altri. Dovrà spendere soldi, insomma, che poi saranno rimborsati dal Ministero delle Comunicazioni.
"Come sapete, sono processi lunghi", dice Di Zenobio. Di fatto, ad oggi, "ancora non sappiamo quando la Difesa riuscirà a liberare le frequenze a livello nazionale. Non ce l'ha comunicato, né ci ha detto quanto costerà rinnovare gli apparati". In Italia si è imposto quindi il principio del "si parte ovunque o da nessuna parte". Di conseguenza le aste ministeriali per l'assegnazione delle licenze e poi le offerte al pubblico potranno partire
solo quando le frequenze saranno liberate in tutte le Regioni.