Pornoweb, l'amministrazione Bush tenta la stretta

Google e i costituzionalisti tengono duro: nessun database per la Casa Bianca. Ma i procuratori statunitensi cercano di forzare la mano. L'obiettivo è ottenere la costituzionalità di una criticatissima legge di censura in rete

Pornoweb, l'amministrazione Bush tenta la strettaSan Francisco (USA) - Il braccio di ferro fra Il Ministero di Giustizia statunitense (DOJ) e Google mette a nudo la considerazione che Washington nutre per le libertà degli utenti, ed alimenta le polemiche sul diritto governativo di accedere ai dati personali. La scorsa estate la Casa Bianca aveva giocato la carta della "richiesta di testimonianza" (subpoena) di Google per mettere le mani sui suoi database correlati alle "query" degli utenti. Una mole sconfinata di dati che avrebbero permesso di comprendere il tipo di ricerche effettuate in Rete, e il peso del fenomeno pornografico online. Google ai tempi si oppose alla chiamata, giustificandosi con il fatto che la divulgazione di quel tipo di informazioni sarebbe entrata in conflitto con il diritto alla privacy dei suoi utenti.

I cori di proteste delle associazioni per i diritti alla privacy non si sono fatti attendere. Ari Schwartz, direttore di Center for Democracy and Technology, tutt'ora continua a sostenere che la subpoena sia esagerata e vergognosa. "Siamo felici che Google stia resistendo e speriamo che altri nella stessa situazione si comportino ugualmente", ha dichiarato qualche giorno fa. Già, perché Yahoo e Microsoft MSN, interpellate dal DOJ per la stessa ragione, si sono dimostrate più collaborative con il Governo, fornendo liste parziali delle query e dichiarando che la maggior parte dei dati consegnati, comunque, erano già di pubblico dominio.

L'obiettivo dell'amministrazione Bush è quello di raccogliere il maggior numero di informazioni riguardanti la pornografia online per riproporre il 1998 Child Online Protection Act, una chiacchieratissima legge che impone una nuova responsabilità per i provider internet attorno alla pubblicazione di siti osceni o pornografici. La normativa è stata bloccata dalla Corte Suprema due anni fa per problemi di incostituzionalità, e rimandata alla Corte Federale della Pennsylvania per un ulteriore approfondimento - che dovrebbe essere completato entro la fine dell'anno. Se dovesse passare, questa è l'opinione prevalente, si arriverebbe ad un assalto senza precedenti alla presenza della pornografia in rete.
Ma senza la "collaborazione" di Google, il "1988 Child Online Protection Act" potrebbe essere bloccato definitivamente. Per questo motivo l'avvocato della Procura Generale degli Stati Uniti, Alberto Gonzales, mercoledì scorso ha depositato presso la Corte Federale di San Jose una richiesta per l'acquisizione dei dati archiviati da Google - ovvero tutte le query registrate in una settimana dell'anno non specificata e un milione di URL random provenienti da vari database del motore di ricerca. Nello specifico, i dati di Google, secondo una nota del Dipartimento di Giustizia, "(...) supporterebbero il Governo nel suo tentativo di comprendere i comportamenti degli utenti Web, e fornirebbero delle stime su quanti utenti si imbattano - durante le ricerche - nei contenuti vietati ai minori (...)".

Insomma, l'amministrazione Bush vorrebbe scardinare gli assunti della mozione di anti-costituzionalità della legge, fornendo una quadro della situazione. Rafforzato ulteriormente dal tentativo - tutt'ora in corso presso un altro tribunale della Pennsylvania - di dimostrare l'inefficienza dei filtri anti-pornografia.

Il Governo ha più volte confermato che non si tratterebbe di un'operazione di raccolta di dati personali, ma solo di un mezzo per creare una base dati a sostegno della legge per la protezione dei minori. Di diverso avviso è la notissima associazione American Civil Liberties Union (ACLU), convinta che tutto questo rientri nell'ennesima violazione dei diritti alla privacy. "Un gran numero di persone continua a non digerire la linea di condotta del Governo. Certamente non rappresentiamo l'industria del porno, ma i siti con un contenuto sociale. Ciò non toglie che questa sia una prevaricazione", ha dichiarato Emily Whitfield, rappresentante ACLU.

Gli altri due motori di ricerca statunitensi coinvolti dal DOJ, che assieme a Google accolgono il 90% delle query nazionali, si sono trovati in difficoltà e prontamente hanno sentito il bisogno di giustificare le loro azioni.

"Noi abbiamo soddisfatto le loro richieste, ma con la sicurezza di aver preservato la privacy dei nostri utenti. Siamo stati in grado, infatti, di fornire le query (non quindi i risultati) prive di informazioni personali", si legge in un comunicato ufficiale Microsoft. Anche Yahoo ha collaborato - dice - rispettando il diritto degli utenti. "Secondo la nostra opinione non si tratta di una questione di privacy. Siamo molto rigorosi al riguardo", ha commentato Mary Osako, portavoce Yahoo.

"Questa richiesta è non solo gravosa ma anche dal sapore tirannenggiante. Si tratta di un'ingiustificata richiesta di dati. Vi è anche il pericolo di spionaggio industriale. Google sarebbe costretta a rivelare quale genere di informazioni normalmente decide di archiviare", ha dichiarato Susan Crawford, esperta di cyberlaw docente presso Cardozo Law School. "A tratti questa iniziativa sembra incomprensibile. La mole di dati sarebbe incredibile. E poi, sganciata dalle connessioni con i dati personali a cosa servirebbe? Non sapendo chi ha fatto le ricerche online cosa vorrebbero stimare?", ha commentato Danny Sullivan, fondatore di Search Engine Watch.

Secondo Pam Dixon, direttore esecutivo del World Privacy Forum è inevitabile che alcune query contengano informazioni personali, come nomi o profili di medici o informazioni correlate alla Social Security. "Queste sono proprio le informazioni delle quali bisognerebbe preoccuparsi e che gli stessi motori di ricerca non dovrebbero poter archiviare. Google, come altri, dovrebbe essere condannata per queste azioni". "Un motore di ricerca come Google dispone di un database sconfinato, e certamente qualcosa di allettante per un Governo come questo, che del controllo ha fatto un suo credo. Oggi le query, e domani?", ha dichiarato Chris Hoofnagle, consigliere per Electronic Privacy Information Center.

"Siamo di fronte ad un caso estremamente delicato. Non solo si darebbe la possibilità al Governo di disporre di uno strumento di sorveglianza, ma si creerebbe un precedente. Con questo, in futuro, ogni ulteriore nuova prevaricazione potrebbe trovare piena giustificazione. In tribunale con i precedenti non si sa mai dove si va a finire", ha ricordato Jim Harper del Cato Institute, che gestisce Privacilla.org.

Daniel J. Solove, docente associato della cattedra di Legge presso la George Washington University Law School e autore del libro "The Digital Person: Technology and Privacy in the Information Age", ha cercato di analizzare il problema da un altro punto di vista: quello del rapporto fra la Legge e la società. "Certamente più un Governo è intrusivo e più i crimini possono essere risolti facilmente. Ma la nostra società è fondata sul fatto che non vogliamo dare al Governo tutto questo potere". Della stessa opinione è Shayana Kadidal, avvocato del Center for Constitutional Rights: "Bisogna essere preoccupati dell'idea che un giorno possa venire qualcuno a richiedere i propri dati statistici. Potrebbe essere il primo passo per ottenere il contenuto delle mail".

Il mese prossimo il Congresso discuterà sulla possibilità di estendere ulteriormente il Patriot Act, che permette al Governo di ottenere più facilmente le informazioni personali. "Gli intenti della National Security Agency, legati al Patrioct Act, e la richiesta di informazioni riguardanti le ricerche degli utenti, sono un abuso di potere che entra in conflitto con le libertà civili", ha dichiarato duramente I.M. Destler, docente di legge specializzato nel tema della sicurezza nazionale presso University of Maryland.

Considerazioni che non sembrano preoccupare l'amministrazione Bush. "Gli americani vogliono che sia fatto tutto ciò che è in nostro potere per prevenire attacchi terroristici", ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca, Scott McClellan. "Penso che le persone siano sempre a favore delle libertà civili in senso astratto. Ma in alcuni casi si sentono libere di barattarle con il senso di sicurezza", ha sottolineato Neil M. Richards, professore di Legge della Washington University di St. Louis.

Dario d'Elia
TAG: censura
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