mercoledì 19 luglio 2006

Italia, rischi globali per i professionisti IT

di Simone Brunozzi - Con una rapidità crescente l'ICT italiano si scontra con le nuove sfide globali: delocalizzazione, outsourcing, migrazione delle competenze. Lo scenario, i rischi, le possibili soluzioni

Un'altra minaccia si cela dietro un aspetto tecnico molto specifico: la virtualizzazione. A partire dalle corporation produttrici di hardware (Intel in testa) fino alle grandi aziende di software, tutti stanno fortemente puntando sulla virtualizzazione di... tutto. Il primo passo consiste nello spostare la potenza di calcolo e la capacità di storage dai terminali degli utenti verso i server centrali dell'azienda, incrementando al contempo la banda (e fin qui, nessun pericolo).

Il passo successivo (già in atto negli Stati Uniti e UK in maniera massiccia) è quello di spostare i server e i dati direttamente in remoto, permettendo una riduzione dei costi e una migliore affidabilità. È facile indovinare quali saranno i luoghi privilegiati che ospiteranno queste "service farm": luoghi con manodopera a basso costo, energia a basso costo, terreni a basso costo, banda larga economica ed affidabile, legislazione semplice. In poche parole: non in Italia. Tanto per dare una cifra: in India si stendono già 15 volte le fibre ottiche che si stendono qui da noi.

La stessa Italia, da questo punto di vista, verrà bastonata due volte: primo, perché le aziende nostrane adotteranno con notevoli ritardi la "virtualizzazione" dei servizi informatici (anche per colpa della stessa legislazione), perdendo in competitività rispetto alle concorrenti internazionali; secondo, perché quando verranno virtualizzati i servizi, il settore ICT risentirà pesantemente delle perdite in termini di impieghi lavorativi e salari corrispondenti.In un certo senso, quindi, le prime a subire saranno le aziende in generale, i secondi saranno gli stessi professionisti dell'ICT.

Le possibili soluzioni
Non ho certo le capacità o i dati per fare una previsione ragionevole, ma di certo mi sento di dire che gli scenari da me dipinti diverranno realtà entro i prossimi anni.

Il singolo professionista, o la piccola azienda, può difendersi da queste minacce investendo molto nella propria formazione, nella specializzazione, nel rendere le proprie attività non solo remunerative, ma anche il più possibile professionalizzanti.

Nel valutare un possibile impiego ho sempre considerato discriminante lo stipendio (ovviamente), ma anche il "ritorno" specialistico che ne deriva. In parole povere, un impiego deve pagarmi, ma deve anche farmi crescere professionalmente, altrimenti sono destinato a "soccombere" prima o poi alle competenze di qualcun altro, italiano o straniero che sia.

Facendo invece un discorso più globale, credo che una vera svolta potrebbe essere data dal governo, che per decenni ha dato un ingiusto assistenzialismo a Fiat, Alitalia, e recentemente alle squadre di calcio, dimenticandosi di favorire in maniera corretta le punte di diamante della nostra economia. Esistevano Olivetti, Finsiel, e molte altre "eccellenze" nel panorama informatico passato, di cui oggi rimangono solo le ombre.

Non serve chissà quale fantasia per prendere spunto dalle "ricette" estere: in molti casi bastano dei semplici stimoli per far decollare un settore economico dove esistono già grandi competenze. La stessa disponibilità di banda larga, tanto per fare un esempio, è uno dei fertilizzanti migliori, assieme al potenziamento dell'istruzione pubblica.

Il settore ICT è invece oggi relegato in ruoli di secondo piano: tanto per dare un esempio, il fantomatico portale per il turismo italiano lanciato dal Ministro Stanca è tuttora in fase di realizzazione, e nel frattempo la Cina ci ha superato come meta turistica internazionale.

Non sono certo queste le risposte alle sfide globali dell'ICT. Mi auguro che si possa presto vedere qualcosa di più concreto.

In alternativa, quella parte di aziende che sarà capace di delocalizzare con successo alcune sue attività all'estero, potrà continuare a mantenere un livello competitivo adeguato... a discapito, ovviamente, dei lavoratori italiani.

Simone Brunozzi

BIBLIOGRAFIA e WEBOGRAFIA
G. Attardi. "Comunicazioni alla Commissione Open Source", Marzo 2003
F. Rampini, "L'impero di Cindia", 2006
A. Saith, M. Vijayabaskar, "ICTs and Indian Economic Development: Economy, Work, Regulation", 2005
MIT - Indagine conoscitiva sul software open source

Questo articolo è rilasciato sotto licenza "Creative Commons Attribuzione-StessaLicenza 2.5 Italy License" da Simone Brunozzi
(www.ubuntu.it - www.simpler.it - simone.brunozzi aT gmail.com)


I precedenti approfondimenti di S.B. sono disponibili a questo indirizzo
338 Commenti alla Notizia Italia, rischi globali per i professionisti IT
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  • .... e studiare. E pensare. E umilità.

    Basta vedere in Francia, Germania e nel Nord Europa quante case di sw ci sono, con prodotti worldwide "importanti".
    Me ne dite una italiana. Una sola, vi prego.

    E qui?
    PMI che si scannano sul gestionale, sul professionista, sull'ERP-CRM-integrazione di business "col-cacchio-che-va", su meravigliosi pacchi di analisi di prefattibilità, fattibilità, progetto da vendersi "'ntantarkilo", sul body-rent del body-rent del body-rent della risorsa senior max.24 anni 15 di esperienza a livello di project management java-dotnet-sap-j2ee.

    In una parola: FUFFA, ne più ne meno di molti altri settori.
    Guardate gli AD ed i board delle grandi industrie del SW mondiali. Troverete persone con le palle (vere) che hanno vissuto e respirato silicio ed economia.
    Qui? Per le poche "grandi" dell'IT ci sono i soliti 4 AD mestieranti che si rigirano pacchetti di controllo per speculazioni di gruppo e finanziarie a 6-12 mesi. Altro che progetti di lungo termine ed investimenti!!

    E il professionista cosa fa per difendersi in questo scenario? Fa partire la magnifica gara del "celopiùlungoio" degli albi professionali, tutti alla strenua ricerca del dott. ing. "granfarabutt." da mettere davanti al nome - come se ciò bastasse da solo a fare idee, prodotto, mercato, fatturato e valore "reale".

    Siamo dei pezzalculo. Io per primo.

    Buon lavoro, finché ce n'è.
    non+autenticato


  • > E il professionista cosa fa per difendersi in
    > questo scenario? Fa partire la magnifica gara del
    > "celopiùlungoio" degli albi professionali

    gli ingegneri informatici sono stati accettati nell'albo degli ingegneri edili

    dico accettati nel senso di fergati: gli edili con esame integrativo possono firmare i progetti informatici soffiandogli il lavoro

    ma non ho ancora letto che in Europa ci sia una associazione di informatici per un contratto collettivo, solo associazioni locali

    ma si sa la soldarietà viene solo con l'acqua alla gola...In lacrime

    non+autenticato
  • Se fino ad ora le aziende facevano profitti miliardari pagando stipendi decenti... con tutta questa delocalizzazione chi ci guadagna visto che i prezzi di vendita rimangono tali e quali??
    Solo il management???
    Che schifo...se ne accorgeranno anche loro..
    non+autenticato
  • ...costano meno ? Facciamo 2 conti (unità di misura fittizie):

    Sviluppatore indiano off-shore: 10/giorno
    Sviluppatore italiano on-site: 100/giorno

    Tempi di sviluppo:

    Sviluppatore indiano off-shore: 20 giorni/uomo
    Sviluppatore italiano on-site: 5 giorni/uomo

    Messa in produzione -> non funziona una mazza:

    Sviluppatore italiano chiamato in urgenza per risolvere il problema, incluse trasferte, straordinari, etc..:

    500/giorno

    Evviva l'outsourcing, che ci fa risparmiare !

    [Per risparmiare non si bada a spese (cit.)]

    (Liberamente tratto dalla mia esperienza triennale di project manager IT)
    non+autenticato
  • Il quadro è desolante ma io credo che con un po' di qualità in più potremmo dare filo da torcere a un sacco di "terzomondisti", passatemi il termine.
    Il problema sono le ditte che non sanno ancora quale sia il valore dell'informatica e dell'IT in generale.
  • Concordo: abbiamo ancora un indubbio vantaggio tecnologico e di competenze, che tuttavia si sta assottigliando; una pronta risposta è tutto ciò che serve ma, come scritto nell'articolo, una parte va fatta dalle imprese, e una parte dal governo.
  • L'articolo, catastrofista fino all'osso, porta situazioni già superate.

    I call center, almeno da 2 anni, le aziende che tengono ai clienti li stanno riportando in casa.

    Contabilità e altre attività delicate non vengono affidate all'esterno per problemi geo-politici e di sicurezza.

    Di hosting a basso prezzo ce ne sono molti, uno dei più famosi a livello mondiale lo abbiamo in Italia a Arezzo e non in India, in barba a quanto affermato.

    Uno dei più sicuri lo stiamo costruendo vicino a Milano.

    potrei continuare...
    non+autenticato
  • sinceramente posso capire l'atteggiamento che condivido di positività, ma bisogna anche comprendere che le situazioni citate sono mosche bianche in un amre di mediocrità e di mancanza di coordinamento del famigerato sistema Italia.....se lo avvistate da qualche aprte, prestategli soccorso, non ha più memori adi chi è e soprattutto di dove deve andare..come lo smemorato di cologno dell'esimio Fiorello
    non+autenticato
  • (Simone Brunozzi, autore dell'articolo)

    Non ho mai preteso di essere un veggente, quindi di certo quello che dico nell'articolo, per chi è ben informato come te, può risultare "vecchio".

    Il discorso dei call center invece è proprio come dico io: la tendenza è portarli fuori. Non capisco perchè dici il contrario.

    Aruba è una grande realtà, ma non paragoniamola coi BIG mondiali... e cmq io non parlo di semplice hosting.

    Quello di Milano di cui parli... quale è? Sono curioso.

    Ciao
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