Il traguardo tagliato dai ricercatori della Duke University non è la prima tappa raggiunta nella corsa all'invisibilità. Sono numerosi e variegati i precedenti tentativi.
Ray Alden, ingegnere della North Carolina, nel 2002 lavorava su un'
idea empiricamente semplice. Un oggetto viene ricoperto da sensori e da dispositivi capaci di emettere luce. Se la superficie retrostante l'oggetto raccoglie informazioni riguardo all'intensità della luce e del colore, gli emissori di luce, posti sulla superficie frontale, proiettano raggi di luce che
riproducono mimeticamente ciò che si trova dietro l'oggetto. Il risultato, per l'osservatore, è la "trasparenza" dell'oggetto che osserva.
L'idea, concettualmente, è molto simile a quella sviluppata nel 2004 da Susumu Tachi, Masahiko Inami and Naoki Kawakami presso l'
università di Tokio. Il
camuffamento ottico si serve di una sorta di impermeabile di carta stagnola e della Retro-reflective Projection Technology. Una videocamera registra ciò che avviene alle spalle del soggetto e trasmette l'immagine ad un proiettore puntato su di lui. Grazie allo speciale materiale di cui è composto il suo "impermeabile", diventa virtualmente trasparente.
Applicazioni di questa tecnologia sono previste in ambito aeronautico, per facilitare le pratiche di atterraggio, rendendo trasparente la superficie inferiore dell'aereo, o a bordo delle automobili, per semplificare parcheggi troppo ardui.
Concettualmente più complessa è l'
idea di Nader Engheta e Andrea Alù, ricercatori alla University of Pennsylvania. Prevedevano nel 2005, l'avvento di nubi di elettroni capaci di assorbire la luce a particolari lunghezze d'onda. Lasciando che la luce attraversi lo strato "nuvoloso", si nasconde ciò che è posto dietro lo "scudo".
Altro promettente mantello capace di garantire l'invisibilità è quello sviluppato all'inizio del 2006 da Oleg Gadomsky, ricercatore russo presso la Università statale di Ulyanovsk. Uno strato di microscopiche particelle d'oro sarebbe capace di rendere invisibili gli oggetti che ricopre.
Graeme Milton della Utah University e Nicolae-Alexandru Nicorovici della Sydney University of Technology hanno invece teorizzato la possibilità di costruire delle
superlenti in grado di occultare (parzialmente, e a determinate condizioni) degli oggetti posti vicino ad essi. Questo risultato è dovuto al fatto che le superlenti sono capaci di invertire la traiettoria della luce, grazie ad un indice di rifrazione negativo: non producono l'invisibilità, ma una condizione di assenza di luce, e quindi di non-visibilità.
Inizino a tremare i maghetti di J.K.Rowling, i Romulani e i Klingon di Star Trek, sulle loro astronavi occultabili, i fisici del calibro di Griffin (l'uomo invisibile di H.G.Wells) e gli appassionati di Tolkien: i loro segreti stanno per essere svelati.
Gaia Bottà