
Hesse si è dovuto prodigare in queste ore per spiegare alla stampa il funzionamento di Google Video, portale di video sharing che come ben sanno i lettori di PI non prevede un
controllo redazionale preventivo su quanto viene pubblicato dagli utenti. Un filtro che sarebbe impossibile applicare, vuoi perché limiterebbe le opportunità di fruizione dei servizi vuoi perché la mole di contenuti caricati dagli utenti supera di gran lunga la possibilità di un simile controllo.
"Quello che facciamo - ha spiegato Hesse a
laRepubblica - è tirare giù i contenuti illegali quando ce ne accorgiamo. Il video era evidentemente contrario alle nostre policy, infatti l'abbiamo cancellato immediatamente, appena ci è stato segnalato".
Google ha anche spiegato di voler sperimentare "tecnologie in grado di individuare automaticamente i contenuti illegali. Ma non è un'impresa facile. Per fortuna ci siamo accorti che il filtro più importante è il controllo della comunità. Sono gli stessi utenti di Google, che appena vedono qualcosa di anomalo, provvedono a segnalarcelo".
Una realtà a cui
accenna tra gli altri
Roberto Dadda, celebre informatico ed esperto di sicurezza, secondo cui "di fatto il controllo viene esercitato: i contenuti per esempio pedofili che solo una decina di anni or sono imperversavano nella rete, sono praticamente scomparsi a meno che non si sappia dove andare a trovare i siti criminali che li offrono ancora. Ovviamente un controllo puntuale su quanto gli utenti caricano non è ragionevolmente ipotizzabile, ma ogni sito offre la possibilità agli utenti di segnalare contenuti non appropriati in modo che nel caso possano essere tolti".
E mentre qualcuno
avverte che "Cosa abbiamo davanti non lo abbiamo ancora capito, ma di divieto in divieto si uccide un'occasione di crescita e sviluppo di un paese", altri
sostengono che qualche normativa di riferimento ci voglia sebbene, fa notare
ALCEI (vedi pagina seguente),
le regole già ci siano.
Lo
segnalano anche alcuni blogger, con riferimento esplicito alla Direttiva europea già recepita dall'Italia (nel 2003) che prevede l'
irresponsabilità del provider di servizi dinanzi alla circolazione di materiali illegali sulle proprie reti.
Qui di seguito il dossier con i commenti di ALCEI, Adiconsum, Tommaso Tessarolo, Valentina Frediani e Andrea Lisi.