venerdì 16 febbraio 2007

L'insegnante vittima di adware è colpevole

Julie Amero sarà condannata per aver lasciato che il computer della scuola venisse invaso da popup pornografici. Oppure per non aver spento il PC? O per non aver coperto lo schermo? Rischia 40 anni di galera

L'accusa, basandosi sulla perizia del detective Lounsbury, afferma di poter dimostrare, grazie al tool ComputerCOP Professional, che la docente ha visitato volontariamente, digitando certe URL, i siti pornografici offerti agli occhi degli alunni.

Impresa ardua, contesta la difesa ufficiale, e contestano i blogger-difensori: non c'è modo di stabilire se un URL che compare nella cronologia sia stato volontariamente ricercato, raggiunto attraverso un link o comparso involontariamente in un popup. Perché, suggerisce inoltre l'editorialista di Securityfocus Amero avrebbe dovuto consultare siti di acconciature di moda se avesse voluto propinare della pornografia ai suoi alunni? Per quale motivo l'insegnante avrebbe dovuto digitare URL complessi o "inutili" come http://pagead2.googlesyndication.com?

La difesa, dopo aver reclutato l'esperto Herbert Horner, decide di costruire la propria arringa su un'eventualità che l'accusa ha trascurato di considerare: dimostrando che l'adware ha insidiato la macchina dell'istituto ben prima dell'inizio della supplenza di Julie Amero. Horner, racconta in un'intervista, ha preparato due computer zeppi di prove, chiede di poter simulare la situazione ripercorrendo passo passo il tracciato di Julie Amero. Nulla da fare: la linea difensiva deve essere dichiarata all'inizio del processo, e i documenti devono essere presentati con un congruo anticipo.
Ma l'avvocato dell'accusa sarebbe comunque stato pronto a rispondere con una stoccata ad effetto: dove si contrae il malware se non su siti pornografici? Una grossolana imprecisione: il malware è veicolato anche da siti apparentemente innocui, lo dimostrano gli studi che rilevano come l'esposizione alla pornografia online sia spesso involontaria e indesiderata, come dimostra tra l'altro il recente caso del sito che ospitava le cronache del SuperBowl, infestato da un insidioso trojan.

Una provocazione alla quale la difesa avrebbe potuto rispondere con una degna contromossa, estendendo la responsabilità dell'accaduto all'istituto scolastico. I budget della scuola media di Norwich sono ridotti, macchine obsolete fanno girare Windows 98 e Internet Explorer 5, mai aggiornati. I filtri di protezione sono inattivi, lasciati scadere per incuria o non aggiornati per mancanza di fondi.
Ma è vero che le scuole USA, come fa notare Mark D. Rasch, su Securityfocus, possono usufruire dei fondi stanziati con il programma E-rate, per aderire agli standard imposti dal Children's Internet Protection Act (CIPA), volti a garantire che gli alunni siano protetti dai contenuti inappropriati e dalle famigerate insidie che la Rete cela fra le sue maglie. Fondi che l'istituto di Norwich sembra aver ricevuto.

La Polizia non sapeva che la difesa avrebbe puntato la sua arringa sul malware e non si è preoccupata di indagare in tal senso, la difesa non ha potuto dimostrare l'innocenza di Julie Amero perché non ha presentato i documenti con congruo anticipo; l'accusa ha offerto prove e si è lanciata in inferenze di dubbia validità. Il 2 marzo Julie Amero, già giudicata colpevole, conoscerà la pena che dovrà scontare. Prevede di ricorrere in appello.

Migliaia di insegnanti, arguisce ArsTechnica, nel frattempo saranno ancora più riluttanti nel premere quel misterioso bottone di accensione, che innesca ancor più arcane e incontrollabili reazioni a catena.

Gaia Bottà
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