Veniamo ora all'analisi. Questo articolo è un'idea nata lo scorso settembre; però vista la complessità del progetto e una prima impressione esageratamente negativa, per la pubblicazione mi è sembrato opportuno attendere un po' e nel frattempo approfondire iscrivendomi al loro riflettore - una mailing list aperta - sul quale in questi mesi
ho posto varie domande,
sollecitazioni,
proposte,
provocazioni alle quali sono seguite però solo risposte evasive. In ogni caso dopo l'
intervista di Punto Informatico a Leonardo Chiariglione ho ritenuto importante che dmin.it, proposta normativa rivolta agli italiani e per altro già apprezzata trasversalmente dalla politica, iniziasse a rispondere pubblicamente anche alle domande degli acquirenti di opere, tutt'ora assenti nella
lista degli aderenti.
E questo perché dmin.it è un'iniziativa molto valida dal punto di vista tecnologico ma potrebbe rivelarsi al contempo superflua e estremamente pericolosa: non affronta l'unico problema concreto (riformare il diritto d'autore), può concretamente permettere alle major di terminare il fenomeno P2P in due tempi, non ha alcun contatto con la realtà dei milioni di individui oggi collegati ad Internet; e infine perché viene propagandata, operazione di cui le iniziative genuine non hanno bisogno, con tecniche via via più sottili.
No cura, no partyQuando a settembre sono arrivato al
riflettore dmin.it, i promotori ripetevano come un disco rotto che l'iDRM serviva soltanto a misurare l'uso ma non a proteggere le opere dallo scambio amicale. Successivamente, come nell'intervista, sono passati a sottolineare come la "R" di DRM stia per Rights e non per Restrictions. Ma come fa notare lo stesso Chiariglione nel riflettore, qualsiasi licenza, anche la Creative Commons, implica delle restrizioni; pertanto è chiaro che la "R" stia per "Restrictions". Il nocciolo del discorso dunque non è tanto nella gestione delle "R" ma nel definire bene il delicato passaggio che da Restrictions porta a Rights, ovvero quali restrizioni dobbiamo accettare come diritti inalienabili degli autori: occorre
ridefinire il diritto d'autore e dmin.it salta a piè pari questo importantissimo passaggio.
L'iDRM poi, dona alle major la soluzione ai loro problemi, soluzione che neanche una vasta associazione di aziende -
SDMI, a suo tempo capitanata anch'essa da Leonardo Chiariglione - era riuscita a portare a casa: prima introduce un DRM irremovibile sulla totalità dei dispositivi hw/sw in circolazione senza però modificare le abitudini di fruizione dei consumatori, e poi in un passo successivo questo può essere facilmente trasformato - proprio perché oramai non esistono più dispositivi che non ne onorano le specifiche - nella più efficace misura di limitazione alla libera circolazione delle opere mai vista. Circa 5 mesi fa chiedevo ai promotori di dmin.it: cosa ci guadagnano gli acquirenti e la società civile tutta? Io attendo ancora una risposta ma è il caso che iniziate a chiedervelo anche voi, prima cioè che veniate messi davanti al fatto compiuto.
Attenzione però, l'iDRM - come la rete neutrale e il PVO - è uno strumento di per sé formidabile sul quale io stesso investirei ad occhi chiusi; solo dopo però aver risolto l'unica vera quaestio, che non è tecnologica; semplicemente: prima la riforma del diritto d'autore - gli ammortizzatori sociali - e poi l'etichettatura totalitaria delle opere: se non posso avere la cura, non potete aver il mio consenso. Spostare il controllo dei file dalle mani degli acquirenti alle mani dell'industria, come sta cercando di fare il
Trusted Computing Group, e per di più mantenendo il sistema a monte e quindi virtualmente inviolabile, non va bene; per lo meno non senza dare qualcosa in cambio a coloro che prima, pagando le tasse, concedevano agli autori dei privilegi come incoraggiamento alla diffusione del sapere. Dunque, o smettiamo di pagare le tasse per garantire gli autori, o l'iDRM è iniquo; oppure smettiamo di essere obbligati a pagare le opere per qualunque uso non lucrativo (ma rimanendo sempre liberi di pagare i nostri idoli).
Oggi poi, milioni di persone usano quotidianamente, da anni, lo scambio amicale come fonte, spesso unica, di opere d'autore (diuturnitas);
tanti, meno dei primi ma in costante aumento, ritengono (opinio iuris seu necessitatis) che il diritto d'autore debba essere ridefinito per consentire la massima divulgazione delle opere d'autore. Realtà sufficiente ad applicare un criterio di legittimità piuttosto che di legalità; quantomeno sufficiente ad integrare le fonti formali (ivi inclusi i trattati internazionali) con questa consuetudine; in ogni caso impossibile da ignorare. Pertanto se dmin.it non risponde anche alle domande di chi oggi usa i sistemi di scambio amicale, non può essere la soluzione concreta al problema della retribuzione degli autori. E l'ennesima normativa che verrà percepita come un'imposizione coatta dai milioni di acquirenti delle opere non può che fallire e anzi alimentare ulteriormente i conflitti già esistenti.
Infine CC e iDRM, è vero, non si escludono a vicenda;
ma non sono figlie della stessa cultura.
La licenza
Creative Commons, che io considero l'evoluzione naturale del copyright, applica da 1 a 3 restrizioni, seguendo un principio libertario di fair use, e la separazione più vistosa è tra lucro e non lucro. L'iDRM invece applica 1 sola restrizione (non è possibile rimuoverlo), seguendo un principio totalitario di autorità dei rights holder sugli acquirenti, e non c'è alcuna distinzione tra lucro e non lucro. Ma la differenza tra libertario e autoritario
è enorme; ad esempio è la
sola differenza tra i paesi scandinavi in testa agli indici che misurano il benessere e tutto il resto dell'Europa.
Michele Favara PedarsiGli altri interventi di M.F.P. si trovano a questo indirizzo