RIAA senza pudori anche con i minori

La storia di una bambina di 10 anni obbligata a testimoniare contro la mamma non imbarazza l'industria musicale, anzi è pronto il rilancio con le nuove operazioni di pulizia nelle Università

New York - Recording Industry Association of America (RIAA) ha deciso di giocarsi tutto in tribunale, e senza porre alcun limite al suo raggio di azione. Di questi tempi l'obiettivo sembrerebbe quello di spaventare - o spennare - i minorenni. Colpevoli del più "terribile" dei crimini contemporanei: il file-sharing di musica e film protetti da copyright.

Ne sta facendo le spese una bimba di 10 anni che si chiama Kylee Andersen. L'industria musicale sta tentando da più di un anno di farla deporre in tribunale per dimostrare che la madre ha scaricato file illegalmente nel 2004. Una querelle che qualsiasi consulente di "immagine" bollerebbe come assolutamente folle. Sui giornali e le testate online ogni giustificazione di carattere legale viene cancellata dal fatto che di fronte alla Corte vi sono un'industria mondiale multi-miliardaria e una madre - per di più disabile - con figlia a carico.

Fin qui si potrebbe considerare l'accaduto semplice "fiction", ma quando si scopre che mamma Anderson non ha niente da nascondere e permetterebbe la deposizione via telefono o in videoconferenza... ecco il colpo di scena. La RIAA non vuole. "Atlantic Recording, Priority Records, Capitol Records UMG Music e BMG Music hanno il diritto di ottenere la deposizione di Kylee Andersen, e dovrebbe essere permessa di persona", si legge nel documento depositato dall'Accusa. "I denuncianti hanno un forte interesse nella deposizione di Kylee Andersen, dato che si tratta di un potenziale testimone...".
Lory Lybeck, avvocato difensore della famiglia Andersen, ha più volte spiegato che la bimba potrebbe essere traumatizzata dalla situazione, ed è per questo motivo che sarebbe preferibile la strada della deposizione "a distanza".

La signora Tanya Andersen, però, è certa che questa sia semplicemente un'azione di ripicca. Insomma, le peserebbe ancora sulla testa la scelta di non aver voluto accettare l'accordo extragiudiziale della RIAA. "Ho il pc meno caro che puoi acquistare da Dell. Uno di quelli sui 499 dollari. Comprato nel 2002 e con l'hard disk più piccolo che avevano. Non ho il masterizzatore e il lettore cd integrato non funziona neanche bene. Vivo sola con mia figlia e sono single, nonché disabile. Vivo con la pensione sociale. Non ho mai scaricato illegalmente musica da Internet", aveva dichiarato all'inizio della causa.

Se non un buco nell'acqua, a detta di molti osservatori, quello della RIAA è certamente un autogol.
La stessa cosa invece non si può dire dell'azione di "pulizia" avviata nelle università statunitensi. Dei primi 400 "accordi extragiudiziali" proposti a febbraio in 13 facoltà, secondo il portavoce della RIAA Jonathan Lamy, almeno 116 sarebbero andati in porto. "L'accordo base di solito è sui 3 mila dollari", ha confermato Patrick McGee, legale della Ohio University. "Anche se una ragazza di qui ha ricevuto una lettera che la incolpava di aver condiviso illegalmente 787 file. Un danno che è stato valutato in 590mila dollari".

Intanto la Recording Industry Association of America ha confermato di aver spedito altre 405 lettere di pre-litigation settlement a non meno di 23 università nazionali.

Dario d'Elia
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