Alfonso Maruccia

La ritirata di MPAA e MediaDefender

Criticato e poi sparito dalla rete, il portale cattura-gonzi continua a far discutere in primis i protagonisti, che ritrattano e professano tutte le migliori intenzioni di questo mondo. Basta crederci

Roma - A pensar male non si fa un soldo di danno, ma l'industria vuol mostrare, se non il cuore, almeno una faccia angelica da Cappuccetto Rosso in un mondo popolato dai lupi cattivi del file sharing: MiiVi.com, la trappola per condivisori poco accorti e pirati alle prime armi che tanto rumore ha provocato giorni or sono, è vissuto solo pochi mesi, ed ora, scoppiato lo "scandalo", gli studios e la società realizzatrice fanno a gara per disconoscerne paternità e modalità di impiego a scopo anti-pirateria.

Segue come sempre da vicino la questione Zeropaid, che riporta come MPAA, la potente organizzazione dei produttori cinematografici statunitensi, definisca il caso "un falso". Elizabeth Kaltman, portavoce dell'associazione, sostiene che MPAA "non ha proprio alcuna relazione con quella società", riferendosi a chi aveva in gestione MiiVi.com, ovvero la ben nota MediaDefender.

Quest'ultima, dal canto suo, definisce il defunto sito cattura-pirati come "un progetto interno che riguardava contenuti video", e che non aveva certo alcunché da spartire con le presunte intenzioni anti-pirateria di cui si va parlando. Randy Saaf, rappresentante della dot.com, si spinge pericolosamente in là sul filo della balla inverosimiglianza in un'intervista rilasciata ad ars technica: MediaDefender stava lavorando ad un progetto interno con contenuti video, ma "non si è accorta" (sic!) del fatto che gli utenti potevano accedervi pubblicamente e non ha pertanto provveduto a proteggere il sistema con password.
Nessun sito-trappola, nessun brutto tiro agli utenti del P2P e nessuna azione di contrasto al soldo di MPAA, tutto il caso è una colossale montatura della stampa, sottintende Saaf.

Non è dunque vero che MediaDefender, società che pubblicizza la propria attività come leader di fornitura di servizi specializzati nel "bloccare la diffusione di materiale protetto da copyright distribuito illegalmente su Internet e per mezzo delle reti di P2P", abbia adoperato film interi, gelosa proprietà di Hollywood e di MPAA, di concerto con quest'ultima e al solo scopo di catturare condivisori poco attenti o illetterati delle cose di rete.

L'impiego delle suddette pellicole sarebbe insomma avvenuto senza alcuna autorizzazione da parte degli studios, per mezzo di una società che è nota nel settore per essere stata spesso e volentieri il braccio armato dell'azione di contrasto dell'industria nei confronti dei reati relativi alla Proprietà Intellettuale in rete... ma che non voleva affatto fare quello che sa fare meglio, in questo frangente. "Si, è credibile. Tra l'altro ho un ponte dalle parti di Brooklyn che è in vendita, per chi fosse interessato", nota caustico Zeropaid.

Quel che è invece certo è la crescente trasformazione del file sharing senza copyright restrizioni, da mercatino globale di MP3 ad immenso archivio digitale di cose principalmente di cinema. Ne mostra una fotografia recente Eric Garland, fondatore di BigChampagne che in una intervista analizza le tendenze generali: contro una crescita sostanzialmente piatta dello scambio di contenuti audio sui circuiti di file sharing, l'anno appena trascorso ha visto aumentare in maniera vistosa la diffusione di pellicole cinematografiche.
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