Roma - C'è una Internet Tax nel disegno di legge di riforma dell'editoria approvato definitivamente dal governo pochi giorni fa? Il balzello sarebbe conseguenza dell'obbligo di iscrizione al registro degli operatori di comunicazione (ROC) per i siti che il DDL definisce come "prodotti editoriali". Cioè "qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso", come recita il primo comma dell'articolo 2. Il secondo comma precisa che "Non costituiscono prodotti editoriali quelli destinati alla sola informazione aziendale, sia ad uso interno sia presso il pubblico". Dunque l'imposizione non riguarderebbe, oltre ai siti aziendali, quelli di commercio elettronico e simili. Mentre blog e affini ricadrebbero senz'altro tra quelli soggetti all'iscrizione al ROC. Il che è forse ancora più grave: si tratterebbe infatti di una inaccettabile "Information Tax", in ultima analisi di una "tassa sulla manifestazione del pensiero". Con buona pace dell'articolo 21 della Costituzione.
Tuttavia anche questa ipotesi non mi sembra realistica, perché il testo del DDL lascia aperte diverse possibilità, anche senza considerare le dichiarazioni del suo estensore, e di Pietro Folena,
rilasciate a
Repubblica.it poche ore dopo che era scoppiato il caso.
Per capire i termini della questione si deve considerare che l'Italia è l'unico Paese democratico in cui la professione di giornalista non è libera. Anzi, chi si professa giornalista senza essere iscritto all'Ordine inventato da Benito Mussolini rischia addirittura una condanna penale.
Da anni si discute di abolizione dell'Ordine dei giornalisti, o almeno di una sua profonda riforma. E il disegno di legge predisposto dal sottosegretario Levi sembra che vada in questa direzione, perché mette sullo stesso piano l'informazione professionale e quella "libera" dell'internet. Ma lo fa in maniera assai confusa, sostituendo l'obbligo di registrazione delle testate periodiche nei registri della stampa tenuti dai tribunali con l'iscrizione al ROC. E potrebbe imporre l'iscrizione al ROC anche per i prodotti editoriali realizzati "in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative", come recita l'articolo 5 del DDL (per approfondimenti si veda l'
articolo che ho pubblicato il 24 settembre su Manlio Cammarata reporter).
Ma, attenzione: il disegno di legge prevede che l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni adotti un regolamento per "la definizione dei criteri di individuazione dei soggetti e delle imprese tenuti all'iscrizione". Questo significa che l'AGCOM potrebbe esentare i siti di informazione non professionale (oggi l'obbligo di iscrizione riguarda solo le testate periodiche). Ma non si può demandare a un regolamento una questione di tale portata.
Il testo della legge che sarà approvata dal Parlamento dovrà indicare con chiarezza i limiti dell'obbligo di iscrizione al ROC. La previsione di un obbligo generale di iscrizione per qualsiasi sito "contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento" si tradurrebbe in una vera e propria schedatura di tutti coloro che, in Italia, si avvalgono del diritto costituzionale di manifestare le proprie opinioni. Il problema non è dunque la presunta Internet Tax, che nel disegno di legge non c'è. Èil rispetto dell'articolo 21 della Costituzione. Scusate se è poco.
Manlio Cammaratamcreporter.info