Roma - Il
disegno di legge sull'editoria è un caso emblematico del rapporto fra
politica italiana ed internet.
Dopo una primissima reazione impettita tipica della politica in carta bollata e auto blu, giunta da
Ricardo Franco Levi (tra i padri del provvedimento), è arrivata via via la smentita un po' più sensata di tutti i principali esponenti della maggioranza. Antonio di Pietro sul suo blog già da venerdì
minacciava addirittura le propria uscita dal governo in mancanza di modifiche al testo. Il Ministro Gentiloni, nel pomeriggio di sabato,
ammetteva le proprie "
parziali colpe" e parlava di "
errore", "
riconosciuto l'errore, si tratta ora di correggerlo". Semplice, no?
Due Ministri della Repubblica italiana che ammettono più o meno candidamente di non aver letto un provvedimento da loro stessi approvato, è già di per sé una scena perfetta per una commedia di Totò e Peppino. Ma l'aspetto più paradossale è un altro, e a molti sembra sfuggire: un disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri in queste condizioni dimostra una profonda e preoccupante inadeguatezza della politica italiana verso temi cruciali della modernità e del progresso tecnologico.
Chiunque abbia scritto un disegno di legge del genere è una persona che non trascorre più di quindici secondi alla settimana su internet e, quando lo fa, probabilmente è un
malware che naviga al posto suo. È improbabile pensare, come
annuncia Beppe Grillo sul suo blog, che si tratti di una legge-bavaglio per bloccare la libertà di informazione. Come è improbabile pensare che sia stato un tentativo ben nascosto nelle ferie d'agosto di inasprire le pene per i reati a mezzo stampa. Sarebbe stato un tentativo così maldestro che anche la Banda Bassotti avrebbe preso ufficialmente le distanze. E sarebbe anche stato quasi un bene, se si fosse trattato di un maldestro colpo di mano: avremmo potuto dire "
ci hanno provato", "
gli è andata male".
Ma il problema è molto più profondo e, se possibile, più grave. L'obbligo previsto per la quasi totalità dei siti internet italiani di iscriversi al Registro degli Operatori di Comunicazione (ROC) è comico, più che truffaldino. Immaginate svariate centinaia di migliaia di richieste pervenire nel giro di qualche mese agli sfigatissimi funzionari del ROC, sarebbe la paralisi totale: sarebbe l'infarto del ROC.
E anche se nell'iter parlamentare i siti destinatari della norma diminuissero a cifre più ragionevoli, ci sarebbe comunque una sollevazione popolare qualora fosse messa a rischio la libertà di espressione. E infine: chi dovrebbe occuparsi di farlo rispettare un obbligo del genere? C'è qualcosa di paradossale in tutto ciò, di farsesco.
Per questo, non si tratta di un disegno di legge scritto da politici furbetti, né di un complotto di palazzo mal riuscito: le stesse reazioni lo dimostrano, imbarazzate, stupite. Si tratta di una legge scritta da quegli stessi politici che aprono il loro blog perché "tanto ce l'ha anche Beppe Grillo e ha fatto successo coi cittadini", e che poi si trovano due miserrimi commenti al mese sui propri post. Si tratta di un disegno di legge scritto da quei politici che ci rimangono male quando ricevono migliaia di commenti offensivi solo perché un comico ha lanciato un supposto "
anatema contro di loro". Incapaci di leggervi un malessere dietro, che va ben oltre il semplice, e deprecabile, insulto da bar dello sport che l'anonimato di internet permette.
Politici che, come molti anziani professori dell'università italiana, fanno una fatica terribile a reinventarsi e collocarsi in un mondo che, anche solo generazionalmente, non gli appartiene e non riescono a capire. E invece di reagire a mente aperta, si riparano impauriti dietro a parole-contenitori come "populismo" o "anti-politica", e inaspriscono le pene per i reati a mezzo stampa commessi in quell'insondabile
etere che arriva diretto dal diciottesimo secolo. E si chiudono in caste e corporazioni. Politici che hanno lavorato per l'Italia - chi onestamente, chi meno - ma che, come moltissimi loro coetanei della società civile, sono spaesati e a disagio in un mondo tecnologico che si modifica e cambia molto più in fretta di loro, e che li spaventa.
Nessuna voce si è alzata per modificare quest'assurdo provvedimento (che ha le sue radici nel lontano 2003): né da sinistra, né da destra, in un silenzio assordante. C'è voluto
il sito di civile.it e il volano di un giornale online indipendente, perché qualcuno si accorgesse di quello che stava succedendo. C'è voluta la voce di internet, data a coloro che internet non riescono a comprenderla, data a coloro che hanno inventato e smontato
Italia.it.
Questo disegno di legge non è figlio della furbizia o dell'inganno di alcuni, ma della paura e dell'inadeguatezza di troppi, e probabilmente sarebbe stato meglio il contrario.
Difficile dire se l'attuale classe dirigente abbia la forza o le capacità di superare questi limiti, ma se non avverrà, l'Italia rischia di perdere un treno molto, molto importante: quello della modernità.
Luca Spinellilucaspinelli.com