Gaia Bottà

USA, negozianti spacciatori di videogiochi

Succede sempre più spesso: i bambini possono comprare impunemente videogame destinati agli adulti. Ci sono parrocchie che per attirare i più piccoli ricorrono a Grand Theft Auto

Roma - Nulla possono le fiammate censorie che hanno investito gli USA, vane le promesse di arginare le ondate di ultraviolenza vietando la vendita dei videogiochi ad una audience candida e innocente. Non è necessario che i piccoli gamer si profondano in pianti disperati per convincere i genitori: basta che sguscino fra gli scaffali dei centri commerciali e si rivolgano direttamente al venditore. Che consegna loro titoli proibiti.

Una campagna provocatoria per responsabilizzare i genitoriA rivelarlo è l'indagine annuale condotta dal Network MediaWise: nella metà degli store americani nessun ostacolo si frappone tra i minori e l'acquisto di videogiochi contrassegnati dalla M di mature, destinato ad un pubblico di soli adulti. Persino biblioteche e parrocchie, spiegano dall'organizzazione USA, cedono all'irresponsabilità e si trovano costrette a organizzare tornei di videogame violenti pur di avvincere i ragazzi: un chiaro sintomo della forte attrattiva esercitata da questi titoli. Una tendenza troppo fruttuosa per non essere cavalcata dai negozianti.

MediaWise ha condotto indagini in negozi specializzati e centri commerciali di 24 città di 12 stati americani. I negozianti? Non raccolgono le campagne lanciate dai produttori, non sono in grado di informare le famiglie ma, soprattutto, hanno venduto i titoli proibiti ai bimbi sguinzagliati dal Network. Complici giovani commessi disinformati, nel cinquanta per cento dei casi i piccoli emissari di MediaWise sono riusciti a mettere le mani su copie degli ultimi capitoli di Grand Theft Auto, su Halo e Scarface.
Se i commercianti si dimostrano compiacenti, dovrebbero essere le famiglie a vigilare sugli acquisti dei giovani gamer. Ma i videogiochi trafugati dagli store si infiltrano nelle console senza che i genitori oppongano resistenza. Nelle case americane i videogame sono al massimo oggetto di tiepide discussioni per la durata delle sessioni di gioco: checché ne dicano politici e ricercatori, le famiglie non si dimostrano affatto preoccupate che la violenza videogiocata possa ripercuotersi sulle azioni dei propri pargoli. Hanno introiettato i sistemi di classificazione applicati ai programmi tv ma sono decisamente meno consapevoli dei corrispettivi dedicati alla videoludica, stilati dal consorzio ESRB.

Un atteggiamento di segno opposto sembra caratterizzare i genitori europei. Emerge dal sondaggio Microsoft Play Smart che ha coinvolto 4mila genitori in Italia, nel Regno Unito, in Germania e in Francia. Non sorprende che i genitori più allarmati per i contenuti dei videogiochi siano gli italiani e gli inglesi: alle loro preoccupazioni fa seguito una stretta sorveglianza e un'accurata opera di aggiornamento e documentazione sulle novità nel campo videoludico.

Uno screenshot di BullyRecepiscono i consigli dei produttori di videogiochi e soppesano i fervori delle istituzioni: in base a queste linee guida, il 66 per cento dei genitori si dimostra inflessibile nella scelta dei titoli con cui sfamare i ragazzi, anche se il 21 per cento della famiglie ha ammesso di scendere a compromessi con i piccoli.

Le famiglie europee non transigono sui tempi da dedicare a console e PC: chiedono alle aziende di sviluppare dispositivi che consentano di operare un più stringente controllo sulle sessioni di gioco dei ragazzi. Una conferma per Microsoft: i genitori dei ragazzi muniti di Xbox già sono in grado di arginare le smanie videoludiche dei piccoli gamer, razionando i tempi da dedicare al gioco.

Gaia Bottà
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