Alfonso Maruccia

La nonna del P2P grazia la RIAA

Si conclude con un accordo uno dei casi più spinosi capitati negli ultimi tempi allo squadrone legale dell'industria del disco. Entrambe le parti sorridono ora a denti stretti

Roma - Lo tsunami che avrebbe potuto investire RIAA e la sua crociata contro il P2P si è dissolto e tutta la vicenda è finita a tarallucci e vino. O quasi: Rhonda Crain, anziana signora texana imputata di condivisione illegale da RIAA, ha ritirato la denuncia contro i discografici, accusati di investigazioni illegali, s'è contestualmente tenuta le accuse di download che aveva avanzato la RIAA ma allo stesso tempo non ha confessato alcunché, né pagato le somme inizialmente richieste dai discografici.

Tutto questo è accaduto nell'ambito del caso Sony vs. Crain: come ricorderanno i lettori di Punto Informatico, secondo RIAA la signora era colpevole di aver messo in condivisione 572 brani sul network di KaZaA, inclusi hit di star quotate come 50 Cent e Usher. Ma l'accusata ha invece sempre sostenuto di non aver nemmeno sentito nominare questa cosa chiamata P2P prima che RIAA la trascinasse in tribunale. E ha dunque rifiutato di chiudere la questione col pagamento del solito obolo richiesto dai gentlemen del disco (4.500 dollari). Anzi, ha contrattaccato chiamando RIAA a spiegare chi, come, e in che modo aveva ficcanasato - per giunta illegalmente e senza licenza - negli affari del suo computer.

Per i rappresentanti legali di Crain, i discografici non avevano prove circa il coinvolgimento diretto della signora nelle attività di condivisione in oggetto, e in ogni modo sarebbe stato il dibattimento a verificare la posizione di RIAA nel corso del normale iter processuale. Messa alle strette, senza avere probabilmente intenzione di seguire lo stesso percorso del caso di Jammie Thomas per mancanza di argomenti, l'associazione si è accordata con la parte accusata nel settembre scorso.
L'intesa prevede la rinuncia da parte di Crain alle pericolose controaccuse di investigazione illegale nei confronti di MediaSentry - gli "investigatori" telematici, ahiloro senza licenza, al soldo di RIAA - e il giudizio finale tutto a favore dei discografici. Per quanto la signora non ammetta alcuna colpevolezza, la decisione stabilisce che sia bandita per sempre dai download illegali e sia obbligata a cancellare tutti i brani che "l'accusata o i terzi che hanno usato la connessione Internet e/o l'equipaggiamento informatico posseduto o controllato dall'accusato" hanno scaricato.

Proprio in quest'ultima parte della sentenza potrebbe nascondersi la vera ragione dell'accordo: le accuse di RIAA sono tutte basate sui file messi in condivisione da un account chiamato "kcrain@KaZaA", che per quanto improbabilmente possa appartenere alla stessa signora Crain, potrebbe invece essere stato adoperato dal suo parentado di più giovane età.

Il mistero sulle condivisioni dei brani non si è dunque risolto, ma la decisione ha permesso a RIAA di svincolarsi da una situazione potenzialmente molto pericolosa: se nel celebre caso Thomas le prove mostrate al processo sono state considerate dalla giuria un elemento sufficiente a condannare la donna, già nei casi Santangelo e Foster i discografici non erano riusciti a sostenere i propri argomenti davanti al giudice. In tal senso, il caso Crain si è risolto in maniera sostanzialmente positiva per le major, ma "la nonna del P2P che non ha fatto P2P" ci ha sicuramente guadagnato in salute considerando che, tra le accuse contro RIAA, c'era appunto quella del danno causato dal contraccolpo psicologico della faccenda.

Alfonso Maruccia
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