Alfonso Maruccia

Baidu l'antiGoogle ora deve vedersela con le major

Il dominatore del search in Cina, capace di tenere all'angolo il gigante americano, finisce sul banco degli imputati. Le major vogliono lo scalpo dei suoi gestori: organizzano pirateria di massa a mezzo link

Roma - ╚ ancora Baidu il babau dei discografici che sognano di fare business in Cina, il Google orientale che batte tutti i concorrenti in fatto di popolarità presso la sterminata audience della iperpotenza economica dell'Asia. Tre grandi etichette rappresentate da IFPI muovono ora guerra contro la proprietà del sito, accusato di favorire l'accesso degli utenti a brani protetti dal diritto d'autore.

L'iniziativa di IFPI non è nuova, e segue l'azione quasi speculare degli studios hollywoodiani contro un portale cinese corresponsabile di download illegale di contenuti audiovisivi. Questo giro tocca a Universal Music, Sony BMG e Warner Music denunciare Baidu, che chiedono a una corte di Pechino la rimozione forzata di tutti i link ai brani di cui le major posseggono i diritti d'autore.

Nel corso dell'ultimo assalto al portale, alle major non è andata bene: le autorità locali avevano stabilito il non luogo a procedere contro Baidu, poiché i file "illegali" erano presenti su server diversi da quelli gestiti dal motore di ricerca.
Ma ora l'industria conta sulle più recenti norme introdotte dal governo comunista: la difesa della proprietà intellettuale in ambito digitale potrebbe mettere a rischio la libertà di link.
Ma l'industria non si ferma a Baidu: finisce sul banco degli imputati anche Sohu.com e il suo motore di ricerca Sogou, accusato di infrazione del copyright da Universal, Sony BMG, Warner e Gold Label Entertainment. E c'è anche Yahoo! China, che dovrà fronteggiare i provvedimenti della Corte Superiore del Popolo di Pechino dopo essersi rifiutata di soddisfare le richieste della giustizia in merito all'acclarata, massiccia violazione del diritto d'autore compiuta per mezzo del suo motore di ricerca.

"L'industria musicale in Cina vuole stringere accordi con le società tecnologiche - ha dichiarato il CEO di IFPI John Kennedy - ma non si possono costruire partnership sulla base di un furto sistematico della musica protetta da copyright, ed è per questo motivo che siamo stati costretti ad agire". Secondo le stime delle major, più del 99% dei download musicali cinesi sarebbe illegale, e il mercato digitale del paese contribuisce con un misero 1% - 76 milioni di dollari - alle vendite globali.

Alfonso Maruccia
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