Supercomputer, gli USA puntano all'exaFLOPS

Il Governo americano ha varato un progettone che si prefigge di sviluppare, entro i prossimi 10 anni, il primo supercomputer di classe exaFLOPS, ossia migliaia di volte più veloce dei più potenti supercalcolatori odierni

Washington (USA) - Portare la velocità attualmente disponibile sui più potenti computer al mondo ad un livello infinitamente superiore a quello attuale: questo è quanto prevede un accordo di sviluppo recentemente stipulato tra il potente Ministero dell'Energia americano (DoE), che già dispone di alcuni dei supercomputer più veloci, e gli istituti di ricerca Sandia e Oak Ridge.

L'obiettivo del progetto, della durata prevista di 10 anni, è quello di sviluppare un supercomputer che riesca a raggiungere la potenza di calcolo di un exaFLOPS, ossia migliaia di volte superiore a quella del sistema attualmente più veloce al mondo.

Da qui al 2018, la sfida si giocherà sui sistemi con potenza nell'ordine dei petaFLOPS: per il momento l'unico ad aver raggiunto questo traguardo è il BlueGene/P presentato da IBM nel giugno dello scorso anno.
Va ricordato come il primo supercomputer da 1 teraFLOPS, dismesso nel 2006, è nato proprio nei laboratori di Sandia quasi 12 anni or sono.

Secondo i progettisti, nello sviluppo di supercomputer mille volte più veloci del BlueGene/P la sfida sarà costituita dai consumi energetici: con le attuali tecnologie un monster del genere assorbirebbe circa 100 megawatt, una potenza equivalente a quella erogata da una piccola centrale termoelettrica.

"È assolutamente necessario ridurre drasticamente l'assorbimento energetico, altrimenti nessuno sarà in grado di utilizzare un supercomputer di questo tipo", ha spiegato Sudip Dosanjh, a capo del progetto del Sandia: "Per risolvere questo problema avremo bisogno dell'aiuto del mondo accademico e della ricerca".

Il crescere della potenza di calcolo, e dei processori utilizzati, porta con sé anche un altro problema: l'affidabilità. Oggi gli esperti stimano che un computer da un exaFLOPS funzionerebbe poco più di 10 minuti prima di soffrire di un guasto. Per controllare e gestire una macchina così complessa, secondo Dosanjh, occorrerà sviluppare nuove tecnologie di fault-tolerance e autonomic computing. Serviranno inoltre interconnessioni più veloci e quantità spropositate di memoria, sia volatile che di massa.

Gli interessi in gioco sono del resto enormi: la capacità di calcolo dei supercomputer, ovviamente ripartita in modo assai differente tra nazione e nazione, viene in genere utilizzata nel campo della ricerca scientifica e militare, della meteorologia, dell'analisi finanziaria e della progettazione.
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