Gaia Bottà

L'universo digitale ci inghiotte

Il mondo genera su di noi più informazione di quanta ciascuno ne produca. L'esondazione di byte tracima la capacità di storage globale

Roma - L'universo digitale dilaga, inghiotte e conserva informazioni, le rumina, le risputa in rete, le evacua: nel 2007 si trattava di un agglomerato di 281 Exabyte, 281 miliardi di Gigabyte, 45 Gigabyte pro capite di dati. Una mole di informazioni che esonda, che nel 2007 tra dati permanenti e dati volatili ha superato la capacità globale di storage.

A tracciare la stima è IDC, nella ricerca The Diverse and Exploding Digital Universe: le informazioni proliferano soprattutto grazie all'espandersi dell'universo digitale visuale, aumentano del 60 per cento ogni anno, entro il 2011 solo metà delle informazioni potrà essere conservata, il resto non troverà spazio sui dispositivi di archiviazione.

La mole di informazione digitale cresce di volume: spinte dalla disponibilità di dispositivi di storage sempre più economici e sempre più capienti, persone, aziende e istituzioni producono e accumulano sempre più dati. Ma la capacità di storage globale già non è in grado di ospitare tutta l'informazione prodotta: la capacità di archiviazione nel 2007 era pari a 264 Exabyte, i dati prodotti hanno superato i 280 Exabyte. Sovraccarico informativo? Quella di IDC è una semplice stima: esistono flussi di dati effimeri, non tutta l'informazione prodotta viene archiviata.
Produciamo più dati di quanti se ne possano conservare


I dati vengono generati e accumulati per un'infinità di motivazioni: sono i cittadini a produrre informazioni, a conservarle sui propri computer, a condividerle in rete, sulle pagine dei social network, attraverso i propri blog; alimentano l'universo digitale le videocamere e le macchine fotografiche digitali personali, oltre un miliardo di device disseminati su tutto il globo, senza eccezione per i paesi emergenti. Ma i dati si accumulano e si replicano anche con le registrazioni dei PVR, nel corso delle transazioni con carte di credito, scrivendo email e comunicando via VoIP. Proliferano nei data center, vengono raccolte da sensori e sono contenuti nei tag RFID, flussi di dati scorrono a favore dei sistemi di sorveglianza, che ogni anno raddoppiano.

Sono dati che le persone raccolgono per poterli consegnare alla storia, per testimoniare la propria presenza nel mondo, dati utili a ricordare e dati scaturiti da relazioni e comunicazioni. Alle spalle di ciascun individuo si allunga inoltre quella che IDC definisce un'ombra digitale: sono dati che le istituzioni archiviano per documentare delle transazioni, sono dati raccolti dalle aziende, sono tracce che le persone lasciano nel corso delle proprie attività, sprazzi di vita digitale catturati dal mondo che le circonda.

L'ombra digitale dell'individuo, avverte IDC, l'informazione generata da stato e mercato riguardo a ciascuno è ormai pari alla mole delle informazioni che l'individuo stesso produce e decide di conservare. Sono informazioni che servono a personalizzare servizi, a studiare segmenti di mercato, a garantire la sicurezza dei cittadini. Sono tasselli di un mosaico che potrebbero essere composti per ricostruire la vita di una persona. IDC lancia un monito: all'aumentare del volume di informazioni riguardo alle persone, stato e mercato dovranno responsabilizzarsi, scremare i dati, proteggerli e utilizzarli nel rispetto dei cittadini.

Gaia Bottà
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