Gaia Bottà

La mano lunga delle discriminazioni di bit

L'appello di una lega internazionale di associazioni di consumatori: si prendano subito provvedimenti per tutelare la net neutrality. Nel Regno Unito gli ISP hanno già bollato la neutralità: è - dicono - una manica di balle

Roma - I provider detengono la responsabilità di garantire la neutralità della rete, di assicurare pari dignità ai contenuti, ai bit che transitano attraverso le loro infrastrutture, alle apparecchiature con cui i netizen accedono ai servizi online. I cittadini della rete hanno il diritto di fruire di una Internet non discriminatoria. È per questo motivo che la Trans Atlantic Consumer Dialogue (TACD), un gruppo di associazioni a tutela dei consumatori sparse in Europa e oltreoceano, si sta rivolgendo alle istituzioni perché si impegnino attivamente per tutelare una rete che non discrimini, un'infrastruttura stupida ed egualitaria.

In qualità di consumatori e in qualità di cittadini, i netizen hanno diritto di accedere alla rete: hanno diritto di fruire di contenuti che l'industria di settore propone loro e hanno diritto ad esprimersi in un dibattito globale, a partecipare alla rete di conversazioni che si intesse online. Sono questi dei diritti sui quali dovrebbero vigilare i provider, gatekeeper della rete, tutori dell'infrastruttura. Ma ciò avviene solo nella migliore delle ipotesi.

Esistono infatti provider che filtrano i contenuti per tutelare qualità di servizi che non sono in grado di offrire, provider che razionano banda promessa come illimitata, provider che decidono del diritto dei cittadini ad informarsi. Esistono provider che si alleano con media tradizionali e colossi dei contenuti e dedicano loro corsie preferenziali nelle quali far scorrere i bit con la raccomandazione, i bit che compongono contenuti a pagamento, i bit che si vorrebbero propinare agli utenti come fossero l'unica alternativa.
Per questo motivo TADC pungola le istituzioni e richiede un intervento che sappia mettere ordine in questo quadro in cui si intrecciano competitività, diritti, convenienza e il futuro della rete. Le istituzioni dovrebbero garantire la neutralità della rete, "una situazione in cui gli utenti dispongano della libertà di accedere a contenuti e di fruire di servizi che desiderano, utilizzando le applicazioni e i dispositivi che preferiscono". Per garantire la sopravvivenza di una Internet stupida che non discrimini i suoi end intelligenti, i provider non dovrebbero imporre dei blocchi, non dovrebbero degradare o garantire la priorità a certi servizi, non dovrebbero discriminare contenuti, utenti o gli equipaggiamenti di cui essi sono dotati.

La palla passa dunque ai legislatori, che su entrambe la sponde dell'Atlantico hanno proposto e ruminato regolamentazioni ma non sono ancora passati all'azione: negli States FCC si sta adoperando per fare chiarezza sull'affaire Comcast, in Europa la neutralità della rete potrebbe essere abbattuta con colpi di striscio ma non c'è ancora nulla di concreto che tuteli la rete per come è sempre stata pensata.

Le istituzioni dovrebbero promuovere fra i cittadini la consapevolezza dei valori di una rete che non discrimina utenti o servizi, dovrebbe chiedere ai provider di mantenere un atteggiamento trasparente, soprattutto in relazione alla pratiche di gestione della rete, legittime in alcuni casi, lesive dei diritti degli utenti in altre contingenze. Nel contempo il legislatore dovrebbe agire sul quadro regolatorio per impedire che gli ISP si arroghino il diritto di discriminare i pacchetti che scorrono in rete, per impedire che ingaggino pratiche anticoncorrenziali: in questo modo l'utente avrebbe gli strumenti per rivendicare il proprio diritto a fruire di una rete neutrale.

Ma nel Regno Unito c'è chi sta meditando di agire approfittando della lacuna normativa: è Virgin Media, il primo provider europeo a collaborare con l'industria dei contenuti per vigilare sui comportamenti illeciti che i propri utenti commettono online.
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