
Al di là di queste realtà particolarmente rilevanti, comunque, altre esperienze positive si stanno sviluppando in tutti i maggiori atenei del territorio. Presso l'Università di Bologna, per esempio, vi sono oggi numerosi esempi di lauree che prevedono all'interno dei loro corsi dei moduli elearning più o meno robusti, e lo stesso accade in tutte le altre maggiori università della penisola (Federico II di Napoli, Statale di Milano, Torino per citare solo le principali). L'offerta di corsi di laurea interamente online, per converso, resta per il momento più limitata: anche se realtà importanti come Urbino, Udine, Modena e Reggio Emilia vi fanno già oggi ricorso, in complesso sono soltanto 36 le università che prevedono soluzioni di questo genere.
Cielo sereno su tutto il fronte, quindi? Non esattamente, perché accanto alle "buone notizie" sopra fornite, il quadro dell'elearning italiano ne offre diverse altre di segno negativo.
Primo problema, la
natura circoscritta delle ricadute dell'elearning rispetto al lavoro in aula. Come abbiamo visto, infatti, le progettualità messe in campo in materia di FAD sono molteplici e ben distribuite sul territorio, ma nella stragrande maggioranza delle aule italiane dispense e lucidi online (per tacere del resto) restano un miraggio. Sono i ragazzi stessi a segnalarlo: in un
sondaggio sul tema di fine 2007, ad esempio, molti segnalano forti scostamenti tra quello che viene annunciato e quello che viene
fatto in materia di elearning universitario. Dice ad esempio
francess: "dalle mie parti siamo ancora al paleozoico...internet serve solo per visionare i programmi d'esame, consultare le date degli appelli e la propria carriera (...) Per le iscrizioni agli esami è da circa un anno che dovrebbero attivare il servizio internet, inutile dirvi che prima che la cosa si concretizzi avrò i capelli bianchi" (08.10.2007). Le lamentele degli studenti, d'altra parte, trovano riscontro anche nelle rilevazioni ufficiali svolte dalla CRUI: stando ai risultati della già citata indagine 2007, infatti,
in nove Atenei su dieci gli strumenti online vengono impiegati solo in una minoranza (più meno esigua) dei corsi, ed in tutte le sedi la maggioranza dei professori guardano agli strumenti elearning con scetticismo.
Quello della
"resistenza" da parte dei docenti è un altro nodo aperto.
Le ricerche evidenziano in questo senso due elementi diversi e convergenti: prima di tutto molti cattedratici (per ragioni anagrafiche e culturali) continuano a guardare alla didattica a distanza come ad una "parente povera" della più ricca esperienza tradizionale; dall'altra il Ministero (e gli stessi atenei) seguitano a non riconoscere alcun vantaggio (di carriera, economico, o anche semplicemente simbolico) a coloro che si impegnano nello sviluppo di attività FAD. Né aiuta, in questo senso, la carenza di indicazioni chiare in materia di
pubblicabilità dei materiali e copyright: anche i professori meglio disposti nei confronti della condivisione dei materiali didattici si trovano frenati di fronte ad una normativa lacunosa e spesso contraddittoria, che disincentiva fortemente la pubblicazione di materiali online.
Ma i punti interrogativi più seri - e tuttora aperti- sono quelli che riguardano la
qualità e l'efficacia effettive offerte dalla didattica elearning. Oltre al già descritto scetticismo di molti addetti ai lavori, pesano in questo senso la mancanza di metriche consolidate in materia di misurazione della qualità dell'esperienza FAD, e la relativa carenza di studi scientifici in grado di documentare l'effettività delle esperienze di questo genere (anche se, come
documentato anche da PI, aumentano le ricerche in questo senso). Ma pesa, soprattutto, la mancanza in molti casi di studi pedagogici e metodologici adeguati, in grado di valorizzare al meglio dal punto di vista didattico le potenzialità delle raffinate tecnologie oggi disponibili. Lo chiarisce in modo inequivocabile a
Punto Informatico lo stesso Alberto Colorni: "Il senso di fare attività di elearning non risiede nel mettere online una quantità più o meno grande di contenuti digitali, cosa che di per sé è relativamente semplice". Invece, continua Colorni, fare elearning significa "costruire modi e modelli di interazione e apprendimento nuovi", che sfruttino le potenzialità dei vari
tool per accrescere le possibilità a disposizione di docenti e discenti".
Riusciranno le università italiane a cogliere le sfide, e le indubbie potenzialità, racchiuse negli universi emergenti che le tecnologie ed i metodi elearning vanno dischiudendo? La storia che abbiamo raccontato qui testimonia di un sistema che sembra costantemente oscillare, sospeso com'è tra la spinta locale all'innovazione e la mancanza di un quadro complessivo di riferimento, tra la (molta) buona volontà profusa dagli innovatori e lo scetticismo della maggioranza silenziosa. Una cosa è certa: l'innovazione tecnologica nel settore, in Italia, continua a stentare e se gli atenei non si mettono in condizione di capirla e trarre vantaggio da essa,
la sensazione di crescere in una periferia culturale manifestata da molti studenti rispetto al contesto internazionale (accademico, produttivo, culturale) non potrà che aumentare.
Giovanni Arata