Gaia Bottà

Un blog, 4 mesi di carcere e nessuna accusa

Un blogger saudita è stato trattenuto dalle autorità per quattro mesi. Nessun capo di imputazione per lui. Ora è stato rilasciato. I blogger tra terrore e consapevolezza di poter incidere

Riad - Ha trascorso più di quattro mesi in carcere, il blogger Fouad al-Farhan. Nessuna accusa contro di lui è stata mai formalizzata dalla autorità saudite. Ora il rilascio, e una minaccia che pende su tutti coloro che in Arabia impugnano gli strumenti della rete per esprimersi e per informare, per coinvolgere i propri concittadini ad una partecipazione più consapevole alla società civile.

Fouad al-FarhanFouad al-Farhan gestiva un blog dedicato ad esplorare le questioni politiche e sociali che coinvolgono il suo paese. Argomenti delicati, che evidentemente impensierivano le autorità locali: nel 2006 le prime richieste di chiudere il blog, alle quali al-Farhan aveva opposto un fermo diniego. Il 10 dicembre il primo interrogatorio, a cui è seguito il fermo: il blogger è stato trattenuto in carcere "per essere interrogato in relazione alla violazione di leggi non riguardanti la sicurezza nazionale", spiegavano dal ministero degli Interni.

La rete si era mobilitata per sostenere Fouad al-Farhan, per chiedere trasparenza al governo saudita, per incoraggiare gli sparuti cyberattivisti locali a non cedere alle implicite minacce delle autorità. Erano comparsi in rete un blog dedicato a Fouad, gruppi di discussione su Facebook, si erano organizzate manifestazioni online e proteste di fronte all'ambasciata saudita negli States. Il caso di Fouad al-Farhan aveva raccolto l'attenzione dei media internazionali e delle associazioni che si ergono a tutela dei diritti umani e della libera espressione.


A nulla erano servite le richieste dei sostenitori di Fouad, a nulla era servito ricordarlo nei propri post e far rimbalzare online citazioni del suo blog: le autorità si erano trincerate nel silenzio e per tutta risposta avevano bloccato l'accesso al blog di Fouad e al sito dedicato alla sua causa.

Ora, dopo quattro mesi di interrogatori quotidiani, il blogger è stato rilasciato: non ha mai avuto un avvocato a sostenerlo, rare le visite, pochissime le informazioni trapelate riguardo ai motivi della detenzione. Ma le autorità saudite non sembrano essere tenute a giustificare alcunché: le leggi locali prevedono che i cittadini possano essere trattenuti per periodi fino a sei mesi senza che vengano formalizzate delle accuse.

Fouad è stato rilasciato senza essere stato investito di alcuna accusa, ma la strategia delle autorità saudite è di ampio raggio: molti dei blogger locali che dedicano la propria attività in rete all'analisi della sfera politica e sociale saudita si sono rifugiati nell'autocensura o hanno abdicato alla propria libertà di esprimersi liberamente.

Ma Fouad tornerà presto a parlare del suo paese, a offrire il proprio supporto alla intimorita blogosfera saudita: i netizen, spiega un blogger locale, sono ora consapevoli di quanto pesi la loro attività in rete, e saranno incoraggiati ad assumersi la responsabilità di sfidare a testa alta la sorveglianza di stato per cambiare il paese in cui vivono.

Gaia Bottà

(Fonte immagine)
4 Commenti alla Notizia Un blog, 4 mesi di carcere e nessuna accusa
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  • Non sorveglianza di stato.
    L'unico stato nel Medio Oriente arabo è l'Egitto, le altre sono tutte "tribù con bandiera". E se pensate sia "razzista", andate a vedere chi lo ha detto per primo.

    Sorveglianza islamica e sorveglianza tribale. Di questo si tratta. E in una tribù o in una società islamica, lo stato di diritto è una pia illusione. Il diritto viene fatto dal più forte nel suo stesso interesse.
  • - Scritto da: painlord2k
    > Non sorveglianza di stato.
    > L'unico stato nel Medio Oriente arabo è l'Egitto,
    > le altre sono tutte "tribù con bandiera". E se
    > pensate sia "razzista", andate a vedere chi lo ha
    > detto per
    > primo.

    Scusa potresti dircelo che siamo curiosi?
    non+autenticato
  • - Scritto da: antonio

    > Scusa potresti dircelo che siamo curiosi?

    Gamal Abdel Nasser (che immagino non saprai chi è).
    Ma dato che oggi mi sento buono: http://en.wikipedia.org/wiki/Gamal_Abdel_Nasser
  • Quando leggo questi articoli alla fin fine spero sempre nel miglioramento ma... guardiamoci attorno...

    negli stati uniti la pena di morte è una realtà consolidata e non ci sono maree di persone a contestarla, ma da quattro a dieci persone ogni volta, tra parenti e amici del condannato - e basta.

    E' un dato di fatto, si tace, si tiene in sordina, si uccide per legge, muoiono, si va avanti.

    In tutta l'europa mattoncino su mattoncino si sta distruggendo l'illuminismo e si sta tornando alla "maschia gioventù" della rivoluzione industriale ottocentesca: lo stampo è quello che vede ogni dissenso, ogni contestazione di una autorità che si autoproclama, come "terrorismo".

    E il metodo è quello che non vede affrontare correttamente quello che già scorrettamente, invece che come un compatriota, viene percepito come avversario. No, non correttamente: discredito, menzogna, oscurantismo, silenzio e ambiguità, minaccia, intimidazione, povertà, esclusione, si lavora ai fianchi sapendo che un normale essere umano isolato può incassare limitatamente; poi soccombe o piega la testa.

    Sono in pochi, in ogni settore della vita, ad avere la testa alta e a mantenerla salda sul collo. Quelli, tra questi, che sono dalla vostra parte, sono davvero pochissimi.
    non+autenticato