
Prima di iniziare, permettetemi di precisare che quanto sto per dire rappresenta unicamente la mia opinione personale. Non rappresenta la posizione, più o meno ufficiale, di nessuna delle associazioni di cui faccio parte.
Chiarito questo punto, lasciatemi dire che sono rimasto
allibito dall'iniziativa dell'Onorevole Vincenzo Visco. La ragione dovrebbe essere ovvia: se in una qualunque società esiste un dato personale che deve essere considerato "sensibile", con ogni probabilità questo è proprio il reddito. Lo è perché in una società "evoluta" come la nostra, la principale differenza tra un cittadino e l'altro deriva proprio dal reddito. Questa informazione, da sola, permette di ottenere più
strumenti di pressione nei confronti dell'individuo di qualunque altra. Per convincersene, dovrebbe essere sufficiente pensare alle seguenti situazioni.
Quando un dipendente ottiene un aumento di stipendio, quasi sempre sia il dipendente che l'azienda si assicurano di non divulgare questa informazione per non scatenare inutili ed antipatiche competizioni. Più in generale, è difficile scoprire quanto guadagnano i colleghi. Nella vita quotidiana, il reddito è una delle informazioni custodite più gelosamente
dagli stessi dipendenti a stipendio fisso.
Gran parte dei commercianti e degli imprenditori si guardano bene dal divulgare informazioni relative al proprio reddito per non scatenare pericolosi appetiti nelle persone del proprio intorno sociale o, peggio, tra gli esponenti della malavita locale.
Un candidato ad un nuovo posto di lavoro normalmente si guarda bene dal far sapere al futuro datore di lavoro qual è la sua reale situazione economica corrente per non esporsi al rischio di un facile ricatto ("guadagnavi 100, perché io dovrei darti 120, anche ammesso che tu valga 120?"). Il suo "peso contrattuale" deriva largamente dalla sua possibilità di "bluffare", anche in minima parte, su aspetti come questo.
Questi scenari non sono il frutto della arretratezza culturale del nostro paese e della sua naturale inclinazione all'omertà. Sono scenari che si possono ritrovare ovunque e che derivano semplicemente dalla particolare situazione in cui l'individuo si trova nei confronti degli altri in una economia di mercato.
Più in dettaglio, il rapporto che esiste tra il contribuente ed il fisco è un tipo di rapporto che per la sua stessa natura deve restare riservato. Il contribuente ha sicuramente (perché la legge non prevede altre possibilità) i suoi validi motivi per dichiarare un certo imponibile. Si può certamente pretendere che il contribuente giustifichi il suo comportamento fiscale di fronte ad un organismo competente, formato da persone preparate (GdF, Polizia, etc.), in possesso di informazioni complete (il 740) e guidato da un magistrato. Non è certamente segno di maggiore civiltà pretendere che il contribuente giustifichi il suo comportamento fiscale di fronte al vicino di casa, al bottegaio di quartiere o chicchessia. Non è un caso se
in nessun paese del mondo i processi per evasione fiscale vengono organizzati al bar, basandosi su dati sommari ed incompleti ed attendendosi al "codice di procedura" partorito da qualche aspirante avvocato in preda ai fumi dell'alcool.
Personalmente, trovo già molto discutibile il fatto che chiunque possa consultare la dichiarazione dei redditi di qualcun altro, anche solo a livello di imponibile lordo, relativo ad un solo anno ed anche solo per via cartacea, senza prima qualificarsi (carta d'identità) e senza prima aver motivato la sua richiesta ("sono un giornalista..."). Si tratta di quel tipo di curiosità, a livello di fenomeno di costume, di cui mi sfugge completamente la reale utilità sociale. Trovo addirittura sconcertante il fatto che un vice-ministro che si trova a meno di un mese dalla scadenza del suo mandato si permetta di divulgare al mondo intero (anche in Cina, in India, etc.), attraverso Internet ed in maniera del tutto incontrollata (niente registrazione utente, tutti i dati in blocco, etc.), le informazioni che riguardano
l'intera popolazione italiana. Infine, trovo inquietante il fatto che né Visco né il Garante della privacy si siano resi conto della impossibilità di rimettere il genio nella bottiglia.
Mi fa infuriare in modo particolare il fatto che questo governo, che ora pretende di moralizzare il paese in questo modo, è lo stesso governo che (come tutti gli altri governi che ricordo) si è sempre premurato di alzare una cortina protettiva attorno alle intercettazioni telefoniche ed ai fatti di cronaca che coinvolgevano politici e potenti di vario tipo. Non ci è stato concesso (legalmente) di sapere cosa combinavano le persone da cui dipende il nostro futuro ma ci è permesso di sapere quanto guadagna il fruttivendolo all'angolo (e di contestargli il costo eccessivo delle melanzane). Questa dovrebbe essere la nostra Glasnost (e ci si aspetta anche che la salutiamo con entusiasmo)!
Se questi sono i politici che possiamo permetterci, forse è tempo di prendere seriamente in esame l'ipotesi dell'outsourcing per quanto riguarda il governo del paese.
Una società che vuole crescere e migliorare ha certamente bisogno di sempre maggiore trasparenza ma, altrettanto sicuramente, non ha bisogno di soluzioni tagliate con l'accetta come queste. Quando si lavora su temi delicati come questi, un minimo di cautela e di buon senso sono palesemente necessari. Sarebbe già stato meglio che una decisione tanto innovativa e tanto gravida di conseguenze fosse stata presa da un consiglio dei ministri straordinario o che almeno fosse stata concordata con il governo entrante. Sarebbe stato ancora meglio che ci si fosse astenuti da svolte epocali come questa nell'ultimo mese di vita di un governo che, fuor di metafora, era stato appena "mandato a casa" dai suoi stessi elettori con il più clamoroso calcio nel sedere dell'intera storia repubblicana.
La disponibilità di informazioni non coincide automaticamente con la trasparenza che noi tutti auspichiamo. In casi come questo, la disponibilità incontrollata di informazioni rappresenta solamente uno sfregio per l'individuo, per la sua dignità e probabilmente anche per la sua sicurezza.
Alessandro Bottoniwww.alessandrobottoni.it/