Roma - Google, Yahoo e Cisco al cospetto di una commissione del Senato degli Stati Uniti per discutere di libertà su Internet: la questione cinese il tema più dibattuto, Cisco il colosso nell'occhio del ciclone. Un documento che risale al 2002 sembra comprovare che l'azienda si sia prestata a collaborare con le autorità della Repubblica Popolare per erigere la Grande Muraglia Digitale.
I tre pilastri dell'IT hanno tentato di smarcarsi di fronte alla commissione presieduta dal Senatore Dick Durbin,
hanno dichiarato che la loro presenza nei paesi autoritari può essere strumento di democrazia,
hanno tentato di spiegare come le autorità cinesi impugnino gli strumenti di democrazia per limitare la libertà dei cittadini. Ma sono impalliditi nel momento in cui i membri della Commissione
hanno prospettato che il collaborazionismo potrebbe essere
punito per legge.
Google e Yahoo si erano impegnate, insieme ad altre aziende del settore, a stilare un
codice di condotta per le relazioni con i paesi autoritari, con gli stati che tendono a soffocare i diritti dei cittadini anche attraverso la rete. Ma sia Sunnyvale che Mountain View si sono distinte per comportamenti non sempre trasparenti: Yahoo! ha dovuto affrontare l'affaire
Shi Tao, dal quale è uscita con le ossa rotte e l'
immagine adombrata, Google
ha recentemente ribadito il proprio rifiuto di
responsabilizzarsi formalmente nonostante sulla grande G siano piovute ripetutamente le accuse di
aver collaborato con le autorità della Repubblica Popolare.
Ma nel mirino della commissione c'è Cisco:
ha contribuito a edificare l'infrastruttura delle rete cinese, ha permesso ai milioni di netizen della Repubblica Popolare di fruire di Internet. Ma si ritiene che abbia garantito a Pechino anche gli
strumenti per vigilare sullo sviluppo della rete, per contenere gli afflati democratici che i netizen avrebbero potuto sviluppare. Le
accuse di collaborazionsimo si sono abbattute sull'azienda negli anni passati, accuse sopite solo dalla linea difensiva di Cisco, che ha sempre
assicurato che gli apparecchi non sono armi di censura, ma strumenti necessari alla gestione delle reti e che sono semmai i governi a farne certi usi.
Ma gli attivisti del
Global Internet Freedom Consortium hanno diffuso sulla stampa e presentato ai senatori un
documento che dicono sia circolato internamente a Cisco, un documento che proverebbe l'
atteggiamento consapevole e propositivo dell'azienda nel trattare con un mercato sul punto di esplodere. Si tratta di una presentazione del 2002, dal titolo "Una panoramica dell'industria della pubblica sicurezza". La strada che avrebbe condotto Cisco a giocare un ruolo fondamentale sul mercato cinese faceva tappa al progetto
Golden Shield, uno strumento per la sorveglianza massiva dentro e fuori dalla rete, un progetto che le autorità perseguono da anni e che nei giorni scorsi
è tornato a fare discutere. Gli obiettivi del progetto sono espressi utilizzando le stesse parole del Governo cinese, obiettivi fra i quali rientra il "combattere il malvagio culto del Falun Gong e altre ostilità" e per i quali Cisco
si dichiarava disponibile a fornire la propria esperienza di pianificazione e di implementazione, il proprio staff tecnico per il training e la manutenzione.
I vertici di Cisco, di fronte ai senatori, si sono mostrati spiazzati, turbati: il vicepresidente del settore legale dell'azienda, Mark Chandler,
ha attribuito l'ingenuità ad un dipendente inesperto, e ha ribadito che "Cisco né ora né in passato ha sviluppato prodotti per supportare la censura politica". Sono parole sulle quali la Commissione
ha glissato accontentandosi dei buoni propositi esposti da Cisco. In attesa che entri in vigore il
Global Online Freedom Act.
Gaia Bottà