Seconda tappaSono passati tra i quindici ed i venticinque giorni dall'iniziale conferimento del nostro laptop, ed il contenitore che lo alloggia si è finalmente riempito: gli addetti comunali segnalano l'evento al
Centro di Coordinamento RAEE ed un camion provvede al ritiro immediato del "cassone", ed al suo trasferimento verso
il sito di lavorazione vero e proprio.
Siamo ad uno snodo cruciale nel viaggio del computer: con l'uscita dalla SEA, le apparecchiature escono dal controllo dei Servizi di nettezza urbana comunali e passano nelle mani di un nuovo (e fondamentale) personaggio della storia: i Consorzi di smaltimento. I Consorzi sono associazioni senza fini di lucro, formate dai produttori di tecnologia per ottemperare alle responsabilità di gestione del recupero e riciclo delle RAEE, che il già citato D.Lgs. 151/ 2005 pone in capo proprio ai produttori (c.d. "principio di responsabilità dei produttori"). Posti di fronte a questi obblighi, i 14 Consorzi del nostro paese hanno progressivamente sviluppato competenze organizzative, logistiche e legali precipue, ed oggi si presentano come i veri fulcri del ciclo di riciclaggio:
sono loro ad avere la responsabilità civile e penale dell'intero procedimento, sono loro a coordinare l'azione dei vari attori coinvolti nel processo, sono loro (almeno in prima battuta) a sostenere i costi associati alle diverse attività di smaltimento dei rifiuti hi-tech.
Già, i costi. Se ne affrontano di non piccoli, per recuperare le RAEE. Per riciclare una tonnellata di computer come quello che stiamo "seguendo", ad esempio, il singolo Consorzio spende mediamente 200 euro. Ma in realtà, spiega ancora Danilo Bonato di Re.Media, i costi sono molto diversi a seconda del tipo di RAEE da riciclare: "Mentre le spese legate allo stoccaggio e trasporto sono simili in tutti i casi, i costi di elaborazione variano considerevolmente in ragione di due indici: la quantità di sostanze nocive da smaltire nell'oggetto e la percentuale di materiale effettivamente recuperabile per riuso futuro".
È questa la ragione per cui il riciclo di oggetti come computer, videocamere e (soprattutto) cellulari, che sono ricchi di schede elettroniche e metalli passibili di riuso,
è molto meno costoso di quello dei televisori e dei frigoriferi, al cui interno sono presenti percentuali maggiori di sostanze pericolose.
Come detto sono i Consorzi, attraverso contratti ed accordi commerciali con gli altri attori della filiera, a farsi carico in prima battuta dei costi associati all'intero ciclo: sono loro a pagare il comune che ha "ospitato" le RAEE presso la SEA; sono loro a pagare i camionisti che effettuano il trasporto verso lo stabilimento; sono loro a pagare lo stabilimento che si occupa della lavorazione vera e propria. Dopodiché, però,
il costo viene "scaricato" sull'utente finale: il sopra citato D.Lgs. 151/2005 consente ai produttori di applicare una piccola maggiorazione di prezzo sull'acquisto di apparecchiature RAEE nuove (il cosiddetto "ecocontributo") come contropartita per il lavoro di smaltimento svolto dai produttori sugli oggetti vecchi.
Terza tappaIl nostro vecchio laptop è arrivato allo stabilimento di lavorazione. A bordo del camion, in realtà, è rimasto soltanto qualche ora: su indicazione del Centro di Coordinamento RAEE, il container è stato indirizzato verso lo stabilimento di smaltimento più vicino alla SEA, in modo da abbattere i costi economici e quelli ambientali.
Nel nostro paese, le aziende autorizzate alla lavorazione delle RAEE sono complessivamente oltre 200, distribuite su tutto il territorio e censite da un apposito Registro Ministeriale. "Tra queste 200 organizzazioni", spiega Bonato, "vi sono però realtà molto diverse tra loro. In alcuni casi si tratta di piccolissimi stabilimenti, a bassa intensità di tecnologia ed in tutto e per tutto simili a rottamatori tradizionali. Accanto a queste, però, abbiamo anche 20-30 aziende di altissima qualità, generalmente specializzate nel trattamento di tipologie di RAEE specifiche, che offrono standard tecnologici ed organizzativi di livello internazionale".
È in uno di questi siti "di eccellenza" che il nostro laptop è stato portato. Dopo essere stato scaricato dal contenitore, viene portato all'interno dello stabilimento, dove ha luogo l'elaborazione vera e propria.
Per prima cosa, alcuni addetti specializzati, che indossano particolari indumenti protettivi, provvedono a "mettere in riserva" l'apparecchio, attraverso
l'asportazione delle componenti pericolose eventualmente presenti al suo interno. Inoltre, sempre durante questa fase, gli operatori smontano e separano tra loro le varie componenti fisiche della macchina, indirizzando verso contenitori differenti lo chassis in plastica, il vetro e le componenti elettroniche presenti.
A questo punto, i materiali sono pronti per la lavorazione: dal contenitore vengono riversati su un nastro trasportatore, e da qui diretti all'interno di una grande macina meccanica che funge da "mulino per le RAEE". Pochissimi secondi, una punta di rumore e voilà: il computer è ridotto ad un ammasso di particelle piccolissime. Adesso il processo di trasformazione è pressoché completato, e manca solo la "cernita" finale: la "polvere" di computer ricavata dalla macinatura viene prelevata, sistemata su un altro nastro e sottoposta- attraverso specifiche tecnologie meccaniche e chimiche- ad un'analisi in grado di separare le micro- particelle di plastica, vetro e metalli. Il gioco è fatto.
"Ma la cosa più significativa" chiosa il Direttore Generale di Consorzio Re.Media "è che a valle della lavorazione solo il 15- 20% del materiale prodotto viene inviato ai siti di smaltimento veri e propri. Tutto il resto rientra nel ciclo produttivo e, anzi, ha in molti casi un valore di mercato non irrilevante". Ed arriviamo così all'ultima tappa del viaggio.