Enrico Giancipoli

Ricerca e impresa insieme in Italia. A volte

L'Emilia Romagna si propone come centro di eccellenza per l'alta tecnologia con investimenti per oltre 300 milioni. UniversitÓ, ricerca ed imprese: sinergia per il futuro a R2BExpo. Il punto. Le interviste agli espositori

Bologna - All'Emilia Romagna la ricerca ed il mercato stanno a cuore. Non c'è bisogno di troppi giri di parole quando parlano chiaro i numeri: 160 milioni di euro investiti dalla Regione negli ultimi tre anni più i 210 milioni stanziati dalle imprese, per un totale di 370 milioni di euro. Numeri più bassi solo rispetto a quelli della Lombardia, capitale italiana delle imprese. Non è un caso quindi che l'Emilia Romagna si sia affermata recentemente quale regione italiana con crescita reale del PIL più elevata, seconda solo al Friuli.

I motivi? Investimenti per la ricerca e l'attenzione per le imprese, da quelle più piccole a quelle più grandi, che si aggiungono al sempre grande interesse per l'università. In questo contesto, notevole rilievo acquisisce la fiera svoltasi a Bologna nei giorni scorsi: R2B, Research To Business, dalla ricerca all'impresa. A voler sottolineare, ancora una volta, che ricerca, università ed impresa sono rami che collimano e non giacciono su piani sghembi. Punto Informatico ha preso parte alla rassegna acquisendo informazioni da diversi stand e chiacchierando con alcuni espositori.

Quest'anno hanno partecipato non solo enti locali ma anche enti internazionali. Gli indiani di Bangalore, ad esempio, propongono piani internazionali di lauree in Information Technology. Membri del LAOTSE - Links to Asia by Organizing Traineeship and Student Exchange - organizzano scambi culturali fra Asia ed Europa nella forma di scuole estive: Cina, Danimarca, Egitto, Finlandia, Francia, Germania, India, Indonesia, Irlanda, Giappone, Malesia, Singapore, Sud Corea, Sri Lanka e Thailandia ne fanno già parte. Chissà che un giorno non ci sia anche l'Italia.
Sempre in ambito internazionale quelli di BegbrokeNano espongono i loro lavori in ambito di Micro-Nanotecnologie (MNT). Si tratta dello sviluppo delle tecnologie prevalentemente meccaniche e biomeccaniche in scala nanometrica o inferiore che - a loro dire - "domineranno scienza ed economia del ventunesimo secolo". Applicazioni pratiche sono ad esempio l'utilizzo di sonde microrobot per la prevenzione e la diagnosi delle malattie, oltre che per operazioni chirurgiche sempre meno invasive o addirittura senza bisturi, quasi ai confini con la migliore speculazione fantascientifica di Asimov.

Quelli del Tekniker di Eibar, in Spagna, sono invece specializzati in meccatronica. La meccatronica è quella scienza che studia l'interazione fra meccanica ed elettronica. Anche in questo caso le applicazioni sono svariate, con particolare predisposizione per gli impieghi in robotica. Un settore dalle grandi potenzialità; in Italia sono stati banditi recentissimi corsi di laurea in Ingegneria Meccatronica, come quello del Politecnico di Torino, dei poli universitari di Trento, Padova, Roma o dell'Unimore.

Rimanendo appunto in Italia, l'Emilia Romagna espone al R2B il proprio programma per la rete dell'Alta Tecnologia. Il progetto, patrocinato dal Consiglio Europeo della Ricerca, nasce "con lo scopo di sostenere, coordinare e valorizzare la rete della ricerca e del trasferimento tecnologico dell'Emilia Romagna attraverso attività di networking, informazione, formazione ed assistenza" attraverso 57 strutture, di cui 27 laboratori di ricerca industriale, 24 centri e 6 parchi per l'innovazione.

Il premio START2B quest'anno viene assegnato a Wi-Next. L'onorificenza "mira alla valorizzazione di start-up a base tecnologica o a elevato contenuto di conoscenza che vogliano essere riconoscibili presso il pubblico, ottenere finanziamenti ed entrare in network con i soggetti che a vario titolo possono sostenerne la crescita e lo sviluppo". L'impresa torinese offre servizi N.A.A.W. - Nuovo Apparato Autoconfigurabile Wireless: una sistema per la copertura wireless di zone anche molto dislocate o impossibilitate ad essere raggiunti dal segnale per la conformazione del territorio. Un'ottima tecnologia per occludere il tanto temuto digital divide.

Il team italo-elvetico di KHAMSA si occupa invece di privacy e crittografia. Loro infatti sviluppano "applicazioni crittografiche di ultima generazione per strumenti di impiego quotidiano quali la posta elettronica ed il telefono cellulare". Il loro progetto è supportato da una personalità illustre: Paul Zimmermann, l'inventore del crittosistema globale PGP e del protocollo voip ZRTP. La sfida telefonica di Khamsa è proprio di sviluppare, assieme a Zimmermann, un clone di ZRTP che funzioni per sulle reti GSM.

Anche Microsoft ha il suo spazio nell'expo bolognese. Spazio ricoperto attraverso Beps Engineering, l'unico silver partner italiano di Windows Embedded. L'azienda di ingegneria torinese ha presentato al R2B alcuni sistemi provvisti di Windows Embedded. Uno di questi è l'evoluzione della normale cabina telefonica: Ambo!Web, in grado di effettuare videochiamate, conversazioni in chat, web-surfing, e-commerce e telefonate voip. Il dispositivo, già installato a Dubai, sarebbe utilizzabile a tutti gli effetti come un Internet Point e sarebbe utilizzabile offline a costo zero dai turisti per reperire informazioni locali.
16 Commenti alla Notizia Ricerca e impresa insieme in Italia. A volte
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  • purtroppo il tuo episodio non è isolato...

    oggi è davvero una situazione pessima in europa in generale. In italia stiamo particolarmente male, siamo il fanalino di coda.

    Solo qualche guizzo di iniziativa privata, con una buona dose di fortuna e tanta tanta buona volontà può risolver ein qualche modo il problema...

    Antonio Grillo
    website: http://www.antoniogrillo.it
    blog: http://antoniogrillo.wordpress.com
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    Personalmente penso che il vero problema in Italia sia la mancanza quasi totale di veri Capital Venture in grado di interpretare quelli che potranno essere gli scenari futuri slegandosi da regole eccessivamente rigide dettate dai business plan.

    L'esperienza che noi abbiamo fino ad oggi è stata piuttosto deludente e nella maggior parte dei casi abbiamo assistito alle solite domande da "Manuale del Giovane Investitore".... chi sono i vostri concorrenti? qual'è il vostro business plan a 5 anni? senza rendersi conto che finanziare tecnologie innovative preclude la possibilità di fare scenari a 5 anni.

    Senza tener conto che specialmente in Italia i possibili CV che ci sono nella maggior parte ragionano per mode e ancora peggio spesso finanziano l'imprenditore più che l'azienda e quindi la sua capacità di vendersi e di vendere.

    Vivo la realtà della ricerca e dello sviluppo da qualche anno e da un punto di vista secondo me di eccellenza come il Politecnico di Torino e posso dire che in Italia c'è un tessuto di piccolissime imprese fortemente innovative ma che non possono competere su un mercato internazionale quando i loro concorrenti hanno accesso a fondi e networking 100 o 1000 volte superiori.

    Quando sento che vengono dati 5.000, 10.000, 50.000 euro di fondi o contributi rimango veramente incredulo e non riesco ad accettare come chi dovrebbe incentivare l'innovazione nel nostro paese possa veramente pensare che una start up possa fare la differenza valorizzando la propria creazione con cifre del genere.

    Ci vogliono soldi e tanti per fare innovazione e ci vuole la capacità di rischiare per chi vuole veramente investire e non solo a parole nei mercati innovativi che proprio perchè tali presuppongo un'alta propensione al rischio che corrisponde poi sempre, in caso tutti ci abbiano visto bene chiaramente, in alti guadagni.

    Basta con le frasi : " per avere accesso ai nostri fondi dovete presentare un'azienda innovativa, altamente profittevole con una crescita rapida e a basso rischio".... ma se avessi un'azienda così....avrei bisogno di qualcuno che mi finanzia?

    Le occasioni di incontro fra le start up, i veri CV e l'amministrazione pubblica sono molto poche in Italia e nella maggior parte dei casi a cui abbiamo assistito si è palesemente trattato di una modalità per spendere i soldi della UE che dovrebbero appunto andare in attività di incentivazione alla ricerca e allo sviluppo.

    Ciò nonostante vedo segnali molto incoraggianti negli ultimi mesi, iniziative come R2B a Bologna dove si è veramente respirata l'innovazione, l'entusiasmo delle tante start up presenti ognuna chiaramente convinta del proprio prodotto ma anche fortemente protagonista nel proprio piccolo di un evento in cui si è stati trattati come giovani imprenditori della ricerca e non come i ragazzini che sperano di diventare miliardari con l'applicazioncina software.

    Personalmente non ho visto accrocchi o le solite applicazioni software ma una serie di interessanti iniziative che prendevano origine quasi tutte veramente da ricerca di base.

    Per finire devo dire che il ruolo degli incubatori è veramente determinante per lo sviluppo della ricerca e dello sviluppo.

    Noi ad esempio dobbiamo veramente ringraziare l'Incubatore del Politecnico di Torino per la loro costante azione di sostegno e networking e perchè no sostegno morale che oci forniscono.

    In qualunque caso l'importante è provare a fare la differenza credendoci fermamente.

    www.wifighters.it
  • Ricerca e impresa si, ma l'Italia cosa fa?

    Sono un ingegnere informatico, vengo da un centro di ricerca universitario (cini), ed è lì che ho avuto modo di conoscere persone davvero in gamba. Si lavorava in decine di ambiti diversi (networking, cluster computing, mobile devices optimization, rfid, motori di ricerca e seo, AI), sui più disparati progetti e, soprattutto su tecnologie che ora stanno tornando in voga ma che non sono affatto nuove(come i location-based serviced disponibili sui dispositivi mobili da tempo ma solo ora riesumati in veste social/web 2.0 services), tutto questo diversi anni fa e con quattro soldi.

    E ora? E ora ci ritroviamo a fare un lavoro da impiegati, utilizzando un decimo delle potenzialità che l'Università ci ha fortemente e spesso con passione inculcato.

    Colpa delle aziende? Delle Università? Dei mezzi di informazione?

    Da parte mia quello che vedo è che progetti concreti (e intendo quelli che portano a risultati concreti, il chè in Italia non è affatto banale - vedi http://1generation.net/), passano in secondo piano. Non li trovi nelle notizie del giorno, nemmeno sulle riviste specializzate. Ne sui quotiadiani, ne sui i settimanali, anche di quelli dedicati all'economia della nuova impresa.

    Mi chiedo se non finiscano in un dev/null virtuale. Anzi realte, molto reale ahimè, anzi accidenti a noi.

    Eppure qualcuno ne parla (http://www.whitehouse.gov/news/releases/2008/06/20...). Grazie alla rete, l'informazione la facciamo noi, al diavolo gli accademici, al diavolo i media, al diavolo chi non da importanza a chi fa qualcosa di importante per noi altri trentenni laureati - e scusate se è poco - di lauree decennali di cui manco la pergamena, fatta di carta prestampata e di bassa qualità, ci rende giustizia!
  • nella suddetta regione (che è pure quella di mia appartenenza, sigh) vedo solo banane, cocco e baobab come nel resto d'itaGlia

    saluti carcioFi
    non+autenticato
  • - Scritto da: Den Lord Troll
    > nella suddetta regione (che è pure quella di mia
    > appartenenza, sigh) vedo solo banane, cocco e
    > baobab come nel resto
    > d'itaGlia
    >
    > saluti carcioFi

    Intanto le cifre sono quelle, i soldi vengono investiti dalla Regione.
    Per caso negli Stati Uniti vengono dati incentivi statali da parte degli stati locali? Non so chiedo, magari sì, ma non mi pare.

    La differenza con l'America, ma anche con stati vicini come la Francia, non sono gli investimenti della Regione. Ma il fatto che all'estero ci siano molti più VC (Venture Capitalist). A me risulta che in Italia ce ne siano 2, uno dei quali fra l'altro è vicino a casa mia. In Francia sono più di 30. Negli USA non oso immaginare.

    Quindi è più un problema legato agli istituti finanziari che ai finanziamenti statali. Non vogliono investire in imprese a rischio, ma con un enorme potenziale.
    Non è che all'estero siano matti, fanno questi tipi di investimenti tenendo conto che molte falliranno, ma quelle poche che saranno produttive faranno fare dei bei soldini.

    Sarei curioso di sapere come si potrebbe cambiare questa situazione.
    non+autenticato
  • -italianaSoftware non ha ricevuto un aiuto statale, ha semplicemente vinto una StartCup che gli ha consentito di avviare la propria attività all'interno di un incubatore. I 5000 euro di premio posso garantire servono solo per l'avvio dell'attività. Definirli un aiuto statale è eccessivo. Piuttosto chiediamoci perchè per aprire un'attività sia necessario spendere tanti soldi fra notai e carte bollate.

    -Gli incubatori non sono incentivi statali, sono semplicemente attività che aiutano l'avvio di nuove imprese in settori ad alto contenuto tecnologico. Fare impresa in settori ad alto contenuto tecnologico non è affatto facile e l'incubatore serve solo per cercare di partire.

    -Io sono molto stupito come di fatto gli incubatori siano pochi e come non siano tante le richieste per entrarvi. Rifletterei di più su quest'ultimo punto.
    non+autenticato
  • - Scritto da: Claudio Guidi
    > -Io sono molto stupito come di fatto gli
    > incubatori siano pochi e come non siano tante le
    > richieste per entrarvi. Rifletterei di più su
    > quest'ultimo
    > punto.

    L'incubatore avrà dato 5000 euro, però all'estero per aprire un'attività non si paga quasi niente e ci vuole pochissimo tempo. Forse anziché avere gli incubatori sarebbe meglio eliminare le spese per avviare una società insieme a tutta la burocrazia, così uno apre quello che vuole e se ha successo sarà il mercato a premiarlo.

    5000 euro cmq se uno proprio sente di avere l'idea riesce a tirarli su in qualche modo. Mentre il problema dei VC e degli Angel Investors invece rimane, perché se si vuole essere competitivi con il mercato estero bisogna avere un apporto di capitali esterno abbastanza consistente.
    non+autenticato
  • Io non vedo in antitesi le due cose, ossia non penso che l'incubatore escluda l'intervento di business angel o di venture capitalist. Ciò che dici è vero ma l'Italia ha un sistema economico-culturale ancora molto immaturo per pensare di paragonarci agli Stati Uniti od anche alla Gran Bretagna. Il libero mercato va anche affiancato, forse, ad una cultura un po' più liberale. Penso che il percorso da fare per il nostro paese sia molto più arduo di quanto si creda.

    In ogni modo di tutte le iniziative istituzionali, penso che gli incubatori siano una realtà da difendere e da sfruttare maggiormente e non da attaccare. Anzi, mi verrebbe da dire che gli investimenti sugli incubatori e sulla creazione di reti di imprese ad alto contenuto tecnologico siano troppo timidi.
    non+autenticato
  • - Scritto da: Claudio Guidi
    > Io non vedo in antitesi le due cose, ossia non
    > penso che l'incubatore escluda l'intervento di
    > business angel o di venture capitalist.

    Non ho mica detto questo. Nè ho attaccato gli incubatori.

    Io rispondo a questo interrogativo:
    Come mai in Italia vengono aperte startup di successo come all'estero?

    Risposta:
    1) Perché costa troppo ed è troppo complicato aprire un'azienda
    2) Perché ci sono pochi VC e AI.

    Se il primo punto fosse risolto l'incubatore non sarebbe necessario.
    non+autenticato
  • - Scritto da: avido
    > Io rispondo a questo interrogativo:
    > Come mai in Italia vengono aperte startup di
    > successo come
    > all'estero?

    *non vengono aperte
    non+autenticato
  • - Scritto da: Den Lord Troll
    > nella suddetta regione (che è pure quella di mia
    > appartenenza, sigh) vedo solo banane, cocco e
    > baobab come nel resto
    > d'itaGlia
    >
    > saluti carcioFi

    Ha proprio ragione.

    Così ora abbiamo il duecentocinquantasettesimo software di arbitraggio e workflow dei servizi SOA, e il millenovecentoventiquattresimo player multimediale su palmare.

    In ItaGlia le regioni (e non solo) si permettono di finanziare queste "avventure" perchè 1) i finanziamenti che danno sono pochi e 2) non sanno bene che cosa finanziano.

    Sicuramente queste due aziende sono in buona fede e credono nei propri prodotti, non me ne vogliano. Però a guardare un po' meno nel dettaglio e un po' più la visione d'insieme, bisognerebbe rendersi conto che questa è aria fritta: la "frontiera" del software engineering è da tutt'altra parte. Per la precisione è nello sviluppo dei MMORPG. Lì c'è tutto: hardware di server e client spremuti come limoni, problemi di concorrenza, di networking, di intelligenza artificiale, di simulazione fisica... e chi più ne ha più ne metta.

    Perchè non saltano fuori in ItaGlia un'azienda e una regione che finanziano lo sviluppo di un MMORPG a sfondo calcistico? Ti fai il tuo giocatore, lo fai crescere, fai le partite, organizzi un campionato... avrebbe un successone tra gli itaGliani. Oppure a sfondo politico: ti fai il tuo portaborse, corrompi i giudici, dai le spintarelle alle soubrette, vai in parlamento e ti fai le leggi che ti pare... avrebbe un successone anche all'estero!

    Invece no, diamo cinquemila euro a due ragazzotti per fare l'ennesimo workflow e diecimila ad altri cinque ragazzotti per fare il lettorino multimediale. E poi la chiamano "impresa", "ricerca & sviluppo", "università"... ma fatemi il piacere. Banane, cocco e baobab. Ha proprio ragione.
    non+autenticato
  • Loro almeno si danno da fare per qualcosa. Molta altra gente nella repubblica delle banane si limita a guardare gli altri e a criticare quello che fanno e a lamentarsi delle cose che non vanno bene, standosene comodamente seduta all'ombra del baobab.
  • - Scritto da: Enrico Giancipoli
    > Loro almeno si danno da fare per qualcosa. Molta
    > altra gente nella repubblica delle banane si
    > limita a guardare gli altri e a criticare quello
    > che fanno e a lamentarsi delle cose che non vanno
    > bene, standosene comodamente seduta all'ombra del
    > baobab.

    Concordo in pieno Enrico!
    Lo dicono i più esperti: la maggior parte delle volte le idee non sono così rilevanti o non realmente così innovative; quello che conta è la capacità di execution, essa non può essere copiata.
    Letto su: http://1generation.net/node/161
  • Vorrei fare alcune precisazioni:
    - JOLIE nasce all'interno di un progetto europeo iniziato più di 3 anni fa chiamato SENSORIA che ha visto coinvolte numerose università oltre all'ateneo bolognese.
    - I risultati che fin qui abbiamo ottenuto sono già motivo di orgoglio e di soddisfazione sia dal punto di vista scientifico che, ne siamo sicuri, dal punto di vista industriale
    - JOLIE è un vero e proprio linguaggio di programmazione che sfrutta un nuovo paradigma di programmazione ossia quello orientato ai servizi. Non è un workflow. Con JOLIE puoi costruire servizi semplici, puoi costruire orchestratori (sfruttando un modello a workflow) e puoi mettere in piedi un sistema orchestrato con molti servizi in poco tempo.
    - La definizione di un nuovo paradigma di programmazione supportato da un linguaggio concreto per la sua programmazione non è una cosa affatto banale da realizzare. La nostra ricerca dura da più di quattro anni ed il linguaggio con i suoi meccanismi sono stati prima studiati a livello teorico e poi implementati. La gestione dei fault e delle compensazioni si basa su una gestione del tutto innovativa di installazione dinamica degli handler sulla semantica operazionale della quale abbiamo anche provato alcune proprietà rispettate poi nell'implementazione.
    - JOLIE è qualcosa di nuovo che permette al programmatore di risolvere un problema con una metodologia nuova che non sia il modello ad oggetti o il classico approccio procedurale. Il fatto di avere una base completamente formalizzata del linguaggio già ci da modo di pensare a tool di sviluppo molto raffinati che consentano in modo semplice di gestire sistemi distribuiti con numerosissime componenti.
    - Nelle esperienze che abbiamo avuto sino a questo momento riteniamo di essere di fronte ad uno strumento nuovo che ha delle ottime potenzialità di successo proprio perchè fornisce un nuovo modo di pensare e di progettare applicazioni distribuite.
    - E' chiaro che non possiamo sapere se JOLIE potrà sfondare nella comunità di sviluppatori ma è altrettanto chiaro che siamo consapevoli di essere di fronte ad un nuovo linguaggio di programmazione. Esso potrà non piacere e potrà anche non soddisfare tante esigenze ma sicuramente permette di approcciare la programmazione distribuita in un modo del tutto nuovo.
    - Al momento purtroppo la documentazione on line è molto datata e non rende appieno l'idea di cosa voglia dire programmare in JOLIE. Ma ci stiamo lavorando e il prima possibile cercheremo di dare maggiori informazioni. Per chiunque fosse curioso può sempre inviarci una mail e saremo lieti di dare tutte le informazioni dettagliate in merito
    - Un'ultima nota di carattere generale: a mio avviso gli italiani troppo spesso sottovalutano il loro lavoro soprattutto quando esso a che fare con la tecnologia. Dal nostro punto di vista, ma è chiaro che sia così poichè ne siamo i creatori, JOLIE è di fatto una nuova tecnologia. Come tutte le cose nuove sta provando a compiere i primi passi e come tutte le cose nuove potrebbe anche non trovare strade da percorrere ma potrebbe anche accadere il contrario. Noi pensiamo che sia così.
    non+autenticato