Google, un paradossale rinvio a giudizio

Il processo italiano a Google Video fa discutere, porta con sé rischi elevatissimi. La via per combattere comportamenti criminali non è mettere al rogo aggregatori e provider. I commenti di Andrea Rossetti e Paolo De Andreis

Roma - Era il 1996 quando sulle pagine di questo giornale scrivevo di una causa che stava travolgendo un provider statunitense in Germania: si parlava di immissione in rete di contenuti di pornografia infantile, e la tesi di un giudice tedesco, che fu lì lì per prevalere, era che il provider fosse responsabile dell'attività online dei propri utenti. Già allora mi sembrava fantascienza che si potesse chiedere ad un operatore Internet di assumersi l'onere di quanto combinavano online i propri abbonati, ma da quel momento in poi abbiamo documentato in Italia e nel resto del mondo il palesarsi di questa identica pretesa, centinaia di volte. La tentazione di rendere responsabile chi fornisce il mezzo anziché colpire esclusivamente chi ne abusa è infatti fortissima dinanzi alla gravità di certi fatti. Eppure è sbagliata e pericolosa. Potrebbe sembrare scontato a molti di coloro che abitano la rete ma, vista la moltiplicazione delle denunce, di scontato evidentemente non c'è nulla e non è quindi possibile liquidare la vicenda con una battuta.

Non è un caso se, nel leggere della decisione della Procura di Milano di iscrivere nel registro degli indagati alcuni dirigenti di Google, mi sia ricordato di quella faccenda in Germania, così antica ma così prossima: i rappresentanti legali di un operatore Internet, Google, sono stati accusati di corresponsabilità nella diffamazione e violazione della privacy ai danni di un ragazzo down. Come molti ricorderanno, tutto è nato dalla pubblicazione su Google Video quasi due anni fa di un video talmente abusivo da suscitare una fortissima emozione in tutto il Paese. Se ne uscì con una denuncia dell'associazione Vividown e una indagine: a due anni di distanza, il risultato è che sono indagati tutti i possibili responsabili di Google video dell'epoca.

Volendo sintetizzare con l'accetta come fa ad esempio Cnet potremmo dire che "Google deve affrontare accuse di rilievo penale perché sul sito italiano dell'azienda è stato postato il video di un ragazzo con la sindrome di Down finito nel mirino dei propri compagni di classe in una scuola di Torino". Sintesi crudele, forse, ma la cronaca giudiziaria è davvero tutta qui.
Tra la pubblicazione del video su Google e la messa in stato d'accusa dei dirigenti statunitensi non esiste alcuna correlazione palese, almeno per per chi apprezza le comunità di video sharing. Ma siamo in Italia: una normativa obsoleta associata ad una giurisprudenza schizoide possono tutto, persino spingere sulla strada sbagliata. I magistrati hanno deciso che quei dirigenti Google vadano processati in quanto "hanno consentito la pubblicazione" di quel video; non è un caso che a supportare questa visione delle cose sia stata presa una sentenza del Tribunale di Napoli che risale a più di dieci anni fa, all'8 agosto del 1997, secondo cui "la rete Internet, quale sistema internazionale di interrelazione tra piccole e grandi reti telematiche, è equiparabile ad un organo di stampa" e, dunque, "il titolare di un nome di dominio Internet ha gli obblighi del proprietario di un organo di comunicazione".

La difesa di Google non è bastata: affermare che l'azienda non acconsente a nulla ma semplicemente mette a disposizione uno strumento, ricordare che un controllo viene effettuato dalla community e sottolineare che non appena venuta a conoscenza del video Google lo ha rimosso sono tutte tesi che non hanno convinto la Procura.

Contro Google giocherà in fase dibattimentale anche la stranota legge sull'editoria, la 62 del 2001, perché, come scrisse il Tribunale di Milano nel 2002, "Alla luce della complessiva normativa in tema di pubblicazioni diffuse sulla rete Internet, risulta ormai acquisito all'ordinamento giuridico il principio della totale assimilazione della pubblicazione cartacea a quella diffusa in via elettronica, secondo quanto stabilito esplicitamente dall'articolo 1 della legge 62/2001". Un articolo 1 contro cui, come ricorderà qualche lettore di questo giornale, su queste pagine tutti insieme si creò un gran baccano: modificato, quell'articolo 1 tende a rispuntare sempre più spesso nei tribunali della penisola.

Ma sono speculazioni: al di là delle tesi che porterà l'accusa al processo, qualora giungesse a sentenza una visione di questo tipo, e una corresponsabilità venisse accertata, le conseguenze per moltissime diverse attività Internet e non certo solo Google Video sarebbero pesantissime. Vorrebbe dire che in Italia, al contrario di quanto accade nel resto dell'Occidente, i contenuti generati dagli utenti non potrebbero più trovare spazio in grandi aggregatori online, significherebbe che questi verrebbero considerati alla stregua di veri e propri giornali, tenuti a selezionare tutto ciò che venisse pubblicato.

È vero però, come molti stanno dicendo in queste ore, che a togliere le castagne dal fuoco potrebbe giungere l'attuazione della celeberrima direttiva europea sul commercio elettronico 2000/31/CE, quella che esplicitamente rende gli internet service provider, alla cui stregua Google viene oggi parificato, irresponsabili per l'attività degli utenti, e responsabili esclusivamente qualora non agiscano dietro mandato dell'autorità giudiziaria o se, pur sapendo che un'attività illegale viene condotta, decidessero di non segnalare la cosa a chi di dovere. Chiunque abbia mai avuto a che fare con tribunali e procedimenti legali sa però che di certo non c'è mai nulla, anche dinanzi all'evidenza più palese.

Se le cose andranno come speriamo, e il processo a Google finirà in un nulla di fatto, il problema dei contenuti disseminati in rete rimane all'ordine del giorno per chi tenta di arginare la diffusione dei video di bullismo. Lo ricorda Franco Abruzzo, che evidenzia il disegno di legge già presentato dalla senatrice Maria Burani Procaccini (Forza Italia), che punta a vietare la diffusione su Internet di video di quel tipo. Con un divieto che vada questa volta a colpire chi quei video diffonde e non invece chi ha il merito di aver fornito un mezzo utilizzato lecitamente da milioni di utenti, che grazie a quel mezzo comunicano in modo del tutto nuovo, danno vita a nuove forme di socialità, selezionano talenti dando anche forma ad un nuovo immaginario.

È giunto senz'altro il momento che in ciascuna delle normative italiane che parlano di divieti di pubblicazione, e che si affannino a delimitare l'uso di Internet, sia integrato finalmente in modo esplicito il principio di irresponsabilità dei prestatori dei servizi. Bastano due righe semplici e pochissimo inchiostro per consentire agli abitanti della rete di vivere Internet con un po' più di serenità.

Paolo De Andreis
43 Commenti alla Notizia Google, un paradossale rinvio a giudizio
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  • Google non ha diritto a fare quello che gli pare e come gli piace.

    Stimo moltissimo Google per l'innovatività delle sue idee, ma in alcuni ambiti sbaglia (guarda al profitto e non predispone le giuste barriere per cancellare errori del genere).

    Poi si chiude a riccio dicendo che la colpa è di chi usa i suoi account e non di chi li fornisce.

    Mi dispiace ma questo è un clamoroso errore.

    Se uno ha un suo sito web personale "www.odioidown.com" sono cazzi suoi su cosa pubblica su tale sito web.

    Ma il sito web in questo caso che compare nella barra degli indirizzi è GOOGLE.COM o YOUTUBE.COM è il LORO sito, e LORO sono gli unici responsabili delle pubblicazioni.

    In tutto il mondo esiste la MODERAZIONE... però la moderazione costa, così come costa il personale che svolga l'operazione di moderazione.

    Loro pretendono di fare tutto senza costi, pensando solo che tutto si risolverà da solo grazie alla moderazione sociale.... ma non è così.

    Non si fa così, non è corretto.
    Un mucchio di siti web spendono all'anno soldi per la moderazione perchè è giusto tutelare le persone, PUNTO-INFORMATICO.IT ha dei moderatori che controllano i TROLL, HTML.IT ha dei moderatori che controllano i cretini, qualsiasi sito ha dei cazzo di moderatori... pagati o sovvenzionati.

    Google si crede Dio onnipotente e crede di non aver bisogno di controllare i propri contenuti... e si sbaglia.

    1) Tenere online un video che dovrebbe essere proibito per 2 mesi è indecente.

    2) Fornire false prove per cercare di aggirare la normativa locale è indecente.

    3) Fanno dei programmi stupendi e completi e poi non si preoccupano di tutelare le proprie creature (sono dei cretini).

    Mi dispiace per Google, ma ben venga la regolamentazione di cazzate del genere.



    E quanto tempo avremmo dovuto aspettare per chiedere la rimozione di un video PEDOPORNOGRAFICO?

    NON SCHERZIAMO! Quanto fatto da Google è INDECENTE!
    non+autenticato
  • Se non fosse stato per *merito* (ancorchè involontario) di google, e non certo per *colpa* del medesimo, quel ragazzo avrebbe continuato a subire gli abusi di sempre, senza che nessuno potesse o volesse porvi fine, nemmeno quelli di Vividown. Ma si sa, pur di fare un po' di baccano e sperare che questo possa portare qualche "conquibus" in tanti sono pronti ad alzare la voce a sproposito.

    Fra l'altro, in assenza di elementi evidenti di complicità, ritenere che un provider sia responsabile di quanto fanno i propri utenti equivale a ritenere l'autista di un autobus responsabile del trasporto di un ricercato, o le Poste responsabili dello scambio di lettere minatorie.

    Infine, l'equiparazione di quasiasi sito web ad un giornale fa comodo solo alla lobby dei giornalisti appartenenti a un ordine ormai patetico.
    non+autenticato
  • Sono perfettamente d'accordo.
    non+autenticato
  • A parte il fatto che personalmente, come motore di ricerca, preferisco altavista/yahoo a google in quanto trovo una maggiore coerenza e veridictà nei risultati di ricerca, non capisco perchè vi sforziate a difendere i grandi colossi come BigG e Ebay e Apple. Non sono altro che multinazionali al pari della Microsoft e di molte altre che fanno i loro affari in America, in Europa e in oriente. Certo non si può bloccare la rete ma neanche mettere dei video sui propri portali per ricavarne dei guadagni e poi non assumersi nessuna responsabilità. E come se MEDIASET mettesse una rubrica a disposizione degli utenti e lanciasse sull'etere qualsiasi cosa che gli uteneti volessero pubblicare. Guardate che BigG non ci sta regalando proprio niente. A mio avviso deve invece fare molta più attenzione a ciò che permette di pubblicare su un suo spazio, su cui lucra e che non è nient'altro che suo. Certo è che i nostri politici devono cominciare a legiferare (anche se purtroppo noncredo ne siano all'altezza) per una regolamentazione di Internet. Un articolo interessante invece potrebbe essere quello di capire perchè solo in Italia per aprire un .it devo eseguire dei ritual1 kafkiani che alla fine sono completamente insicuri. Oppure perchè per navigare in un internet point devo consegnare undocumento e poi ci sono più Wireless aperte che altro. per il resto ognuno è responsabile di ciò che pubblica sui suoi spazi e questo non credo faccio una piega.
    non+autenticato
  • sono abbastanza d'accordo con te, ma cio' non toglie che bisogna fare dei distinguo:

    - se G. ha ricevuto segnalazioni, e non e' intervenuto (per "indolenza" o volonta' di approfittare in un modo o nell'altro del polverone, e in ogni caso bisogna stabilire qual'e' il termine di intervento del gestore)

    - se G. e' intervenuto appena ha ricevuto segnalazioni

    nel secondo caso direi che non esiste che G. sia ritenuto responsabile, nel primo ovviamente ha una sua responsabilita', da valutare

    che poi G. sia una super-mega-multinazionale o una ditta individuale conta poco, e' il fatto che bisogna stabilire un principio a cui TUTTI si devono attenere..
  • Guarda, io credo che ognuno di noi deve essere rintracciabile quando dice o fa delle cose. Quindi chi diffama, mette in circolazione dei contenuti di un certo tipo o quant'altro deve essere perfettamente rintracciabile. Se su you tube , questo non è possibile, credo che Google debba filtrare a monte i suoi contenuti e se non è in trado di farlo deve rinunciare a lucrare sui suoi portali. perchè abbiamo la presunzione che su Intenet si possa fare tutto e per radio, televisione, carta stampata no? Occorre regolamentazione. Poi sul fatto che a causa della lentezzza della giustizia italiana in Italia non avremmo mai giustizia. Che a causa dei politici (che votiamo noi) difficilmente avremmo leggi che rispondano esattamente alle esigenze ed al "controllo" dei mezzi di comunicazione è un altro paio di maniche. io volevo solo dire a chi ha scritto qiesto articolo che non ci trovo niente di paradossale che si chiede ad un "editore" di controllare i contenuti prima della pubblicazione e che preferirei (giudizio ovviamente da mero lettore) che si parlasse del precariato dell'IT, del NIC, delle lobby delle grandi industrie dell'IT. Insomma mi sembra che anche in rete si stiano perdendo delle direzioni vere e quello che fanno i grandi va tutto bene. Attaccano Microsoft e poi in realtà vedo delle chiusure nel sistema IT molto più forti di quelle di microsoft e elogiate piuttosto che messe in discussione.
    Con questo concludo e vi ringrazio per lo spazio offerto.
    non+autenticato
  • Sappiamo che da una parte c’è il dovere di non favorire degli illeciti, dall’altra il dovere di rispettare la privacy.

    Immaginiamo un postino che recapita un pacco, se questo contiene una lettera minatoria il responsabile non può essere di norma il postino o poste italiane.
    Questo non vuol dire che possano esserci delle responsabilità quando l’illecito è palese, ad esempio il postino che trasporta un pacco a forma di mitra molto pesante senza notificare un potenziale rischio alle autorità.
    In ogni caso nessuno metterebbe sotto sequestro Poste Italiane per una lettera minatoria arrivata a destinazione.

    Per i fornitori di servizi Internet vale lo stesso principio, altri ragionamenti sono assolutamente anacronistici e mettono nel ridicolo la legislazione e la magistratura italiana.
  • secondo me non si può mettere tutto sullo stesso piano. Se sul mio sito qualcuno mette contenuti pedofili, non posso semplicemente dire che non è colpa mia. Tecnicamente e teoricamente lo potrei dire, ma all'atto pratico, bisognerà pure fare in modo che queste cose vengano controllate. è come se un gestore di discoteca dicesse: "non c'entro niente con il fatto che nella mia discoteca la gente consumi droghe".
    Certo google non ha tutte le colpe, ma da qualche parte un filtro per certe cose dovrà pur essere messo, o no?
    non+autenticato
  • Se uno attacca su una parete di casa tua un poster con contenuto pedopornografico e tu te ne accorgi il giorno dopo, quindi, meriteresti multe&galere? Mah
    non+autenticato
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