Roma - La conclusione delle indagini preliminari del caso Google-Vividown, già agli onori della
cronaca all'apertura dell'inchiesta, nel novembre del 2006, porta all'attenzione questa volta dei media
mainstream, e di quella piccola parte del grande pubblico che si interessa ai problemi connessi alla diffusione dell'uso delle ICT, la questione della regolamentazione dell'utilizzazione della rete. Per anni si è ritenuto che non fosse in nessun modo possibile regolamentare l'uso di Internet, che tutti potessero produrre e mettere online contenuti senza nessuna forma di controllo. I sostenitori di questa tesi, asserivano che la struttura stessa, diffusa e decentrata, della rete impedisse ogni forma di controllo e che anzi la diffusione delle tecnologie dell'informazione avrebbe inevitabilmente e globalmente diffuso l'idea e la pratica dei diritti universali dell'individuo. La smentita all'universalità di questa teoria si è avuta dalla Cina, in cui un governo fondamentalmente illiberale convive con la controllata diffusione di contenuti attraverso la rete; l'esempio cinese ha anzi dimostrato come un governo possa efficacemente e pervasivamente controllare il comportamento dei suoi cittadini, in una maniera impensabile prima dell'avvento dell'ICT.
D'altra parte, proprio il caso della Cina, mostra che ogni forma di filtraggio preventivo può trasformarsi in una inaccettabile forma di censura. Almeno nelle società occidentali, quindi, si contrappongono due diversi interessi, due diverse libertà individuali alle quali non credo nessuno sia disposto in linea di principio a rinunciare: la libertà di espressione ed il diritto al controllo sulla diffusione di informazioni su di noi.
Nei media tradizionali le due esigenze sono contemperate dall'attribuzione di responsabilità all'autore e all'editore del contenuto: se qualcuno in qualche modo pubblica in un media tradizionale qualcosa che io ritengo diffamatorio non solo io mi posso rivalere sull'autore, ma anche sull'editore. È questo principio semplicemente trasponibile all'enorme mole di UGC (
user generated content)?
Per quello che riguarda la responsabilità dell'autore, credo che nessuno metta in dubbio la possibilità di trasposizione, sia di principio sia di fatto: anche se l'utente medio percepisce l'uso di Internet come anonimizzante, e come anomino spesso si comporta, in realtà le tracce digitali che inevitabilmente si lasciano nell'uso della rete, permettono di risalire, se necessario, con ragionevole certezza all'autore di qualsiasi contenuto, anche il breve commento lasciato in un blog, lasciato in Internet. È quello che è avvenuto nel caso in esame: i quattro studenti autori del fatto, della sua ripresa e della sua diffusione sono stati individuati e sono ora affidati a un'associazione torinese che opera nel campo della disabilità (se a ottobre dimostreranno ai giudici di aver compreso la gravità di ciò che hanno fatto, si estinguerà il procedimento penale intentato nei loro confronti).
C'è un qualche genere di entità paragonabile all'editore in questo caso? La responsabilità che la legge, ed il buon senso, attribuiscono all'editore si fonda sull'idea che un editore possa conoscere tutto ciò che decide di pubblicare; è, quindi, la mera possibilità di conoscenza e non la conoscenza effettiva che rende giuridicamente e moralmente responsabile un editore. Ma nel caso di ISP che ospitano un numero di contributi umanamente inconoscibile si può ancora parlare di responsabilità? Ad un ISP si possono davvero attribuire una responsabilità o degli obblighi analoghi a quelli di un editore? O forse si può può dire che la
cloud di Google, la nuovola composta dalle centinaia di migliaia di server sparsi per il mondo e connessi tra di coloro che sono Google, "conosca" tutto ciò che contiene nello stesso senso in cui un essere umano conosce ciò che ricorda?
I giudici di Milano che dovranno prendere una decisione hanno un compito, importante, che farebbe tremare i polsi a qualsiasi filosofo, perché la loro decisione presupporrà inevitabilmente una particolare concezione di rete, che potrebbe anche modificare, vista la particolare natura dell'ICT, lo sviluppo degli ISP in tutto il mondo occidentale.
Andrea RossettiProfessore associato dell'Università di Milano Bicocca