Luca Annunziata

Chrome è un buco nero

Per la privacy. Lo sostiene EFF, che invita i navigatori a fare attenzione a come usano il browser di Google. Mentre BigG si industria per rendere il suo software meno evil possibile. Attenzione anche per gli utenti Firefox

Roma - A Electronic Frontier Foundation (EFF) non piace molto il nuovo Google Chrome. Dando corpo ai pensieri di molti navigatori, l'organizzazione pone l'accento sul rischio che il browser si trasformi in quella che definisce "l'ennesima cinghia di trasmissione di informazioni private sul nostro uso del Web dentro i forzieri di Google". Una prospettiva tutt'altro che remota, vista la mole di servizi di BigG integrata nel nuovo navigatore.

Peter Eckersley, un membro dello staff di EFF, spiega che esistono molti modi in cui Google può raccogliere informazioni sulle abitudini e le attività dei netizen. La stessa barra degli indirizzi, che sfrutta il meccanismo di autocompletamento di Google Suggest, genera un consistente scambio di informazioni tra il computer e i server di BigG, fornendo informazioni anche su ricerche e indirizzi che non sono stati neppure confermati con la pressione del tasto invio: persino gli errori di digitazione potrebbero diventare un dato statistico.

Un problema, quest'ultimo, che non sarebbe neppure ristretto unicamente a Chrome. Anche Firefox nella versione 3.0 utilizza lo stesso meccanismo di autocompletamento nella casella delle ricerche (ma non nella barra degli indirizzi, in questo caso), e pertanto lo stesso tipo di informazioni viene scambiato ed eventualmente conservato a fini di studio nei database di Mountain View.
Google, da parte sua, ha fatto sapere di non avere intenzione di conservare più del 2 per cento dei dati scambiati tra il suo browser e i suoi server. Una dichiarazione che dovrebbe suonare confortante, se non fosse che - come spiega l'esperto di sicurezza informatica Matteo Flora a Punto Informatico - i più maligni potrebbero pensare che BigG con quella cifra si riferisca all'intera mole dei dati che passa attraverso Chrome. Il 2 per cento di questa ingente quantità potrebbe anche corrispondere soltanto alla totalità delle URL richieste dal netizen, abbastanza dunque per tenere traccia di tutta l'attività online dell'utente.

Dando un'occhiata al traffico in uscita da Chrome, si registra comunque una massiccia presenza di molti indirizzi facenti capo a Google: uno su tutti sb.google.com, che corrisponde al servizio Safe Browsing di recente inserito anche nella Toolbar per Firefox. Per ogni request di un indirizzo, il dominio viene interrogato per chiarire se di sito benevolo o maligno si tratti: ma anche in questo caso si tratta di informazioni sulle abitudini e le preferenze dei navigatori, che Google sarebbe potenzialmente in grado di monitorare.

Ce n'è abbastanza per far esclamare a Simon Davies, di Electronic Privacy Information Center (EPIC), che tutto ciò "va oltre qualsiasi cosa Google abbia mai pensato finora" e che si tratta di "un altro pezzo del puzzle completo di Google che vede tutto quello che tutti stanno facendo". Per Davies è emblematico di come BigG si muova quando si viene alla privacy, e del perché l'Unione Europea stia ponendo tanta attenzione nel monitorare le sue attività.

I problemi di Chrome non si fermano neppure qui. Sistemata la faccenda della EULA, che BigG ha spiegato essere una semplice disattenzione che ha fatto finire il testo di una licenza di un prodotto dalle caratteristiche diverse dentro il browser, restano sul piatto un paio di faccende: come l'indicizzazione anche dei siti reperibili su URL https, uno strano crash dovuto alla presenza di simboli non standard (come %) all'interno di un indirizzo, oppure un piccolo vizietto di gioventù che potrebbe svelare tutte le password ereditate da Firefox.

Messe da parte le questioni tecniche, l'accoglienza dei navigatori per Chrome pare sia stata tutto fuorché tiepida. In poche ore dall'inizio delle procedure di download, i primi dati sulla penetrazione del browser sul mercato lo danno già stabilmente attorno l'1 per cento: un dato risibile rispetto allo strapotere di Internet Explorer, che sfiora l'80 per cento, ma che appare quanto mai un fattore positivo, vista l'importanza che lo stesso CEO di BigG Eric Schmidt attribuisce al software nella lotta commerciale che contrappone Mountain View a Redmond.

Sarà anche per questo che, analogamente a quanto fatto da Microsoft con IE finito su Windows Mobile e Apple con Safari che naviga indisturbato su iPhone, Sergey Brin non vede l'ora di far sbarcare Chrome sulla piattaforma Android. Se, fino ad oggi, tenere separato lo sviluppo dei due progetti è stata una scelta dettata dall'intenzione di non condizionarli a vicenda, nelle future versioni di Android il browser potrebbe essere derivato direttamente da Chrome. A cambiare sarà il nome, ma Brin anticipa già che richiamerà senz'altro il rivestimento anticorrosione tipico delle moto made in USA.

Luca Annunziata
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