Gaia Bottà
venerdì 10 ottobre 2008

Quanto costa tutelare i propri dati?

Le privacy policy sono lunghe, complesse, estenuanti da leggere. Se decidesse di studiarsele tutte, il netizen impiegherebbe il 10 per cento del tempo che trascorre online a informarsi su come vengono trattati i propri dati

Roma - Assicurarsi la consapevolezza di come verranno trattati i propri dati personali online costa ore di impegno: confrontarsi con le policy sulla privacy dei siti in cui ci si imbatte, sbrogliare il legalese dei documenti fitti fitti da leggere a schermo è impresa troppo ardua per un cittadino della rete che possa contare su una giornata che consta di 24 ore.

È per questo motivo che le politiche sulla privacy restano neglette, link confinati a fondo pagina: a tracciare una stima dei costi cognitivi ed economici che un cittadino della rete deve sostenere per affrontare la lettura delle politiche dei siti web sono due ricercatrici della Carnegie Mellon University. Lorrie Faith Cranor e Aleecia M. McDonald, in uno studio condotto combinando dati Nielsen sulla frequentazione del web degli americani, le privacy policy di 75 siti popolari, e i tempi di lettura di 93 persone, hanno stimato che informarsi su come i servizi in rete trattano i dati personali risulta un'impresa che può durare dalle 16 alle 444 ore all'anno.

Evidente, spiegano le due ricercatrici, che "se le persone ritengono di trarre meno beneficio dal leggere le privacy policy di quanto costi loro leggerle, è logico che scelgano di non leggere le policy sulla privacy". I netizen devono infatti scontrarsi con documenti che oscillano dalle 144 alle 7669 parole, traducibili in circa 15 pagine di testo: un testo che in media consta di 2500 parole che spaziano fra raccomandazioni e cookie, logging dei dati e dichiarazioni altisonanti. Stimando in 250 parole al minuto la velocità di lettura, il tempo impiegato in media per affrontare un documento di questo tipo si aggira intorno ai 10 minuti.Ma le ricercatrici hanno fatto di più: mettendo alla prova 93 persone, sottoponendole ad un documento di 934 parole, le hanno interrogate sulle nozioni che si sono impresse nella loro memoria. Alcuni dei soggetti hanno aggredito il testo in meno di 60 secondi, c'è chi l'ha scandagliato in 42 minuti, ma la maggior parte dei soggetti vi ha investito circa 3 minuti. Ridimensionando il testo e adeguandolo agli standard riscontrati presso i siti più visitati, i minuti di lettura aumentano: se un netizen ordinario visita in media 253 siti web l'anno, alla Carnegie Mellon hanno stimato che tutelare la propria privacy costa ai cittadini della rete circa 42 ore l'anno. Vale a dire circa sette minuti al giorno, tempi che, spiegano le ricercatrici, equivalgono al 10 per cento del tempo che i netizen statunitensi trascorrono online.

Nello studio si è inoltre attribuito un valore in denaro al tempo speso dagli utenti nella lettura. Esistono studi economici che tentano di tradurre in moneta sonante il valore del tempo considerato come esperienza e come occasione di guadagno. Le due ricercatrici hanno stimato che se i cittadini statunitensi leggessero ogni privacy policy in cui si imbattono, si troverebbero a rubare tempo alle proprie attività lavorative e ai propri divertimenti, che fruttano guadagni rispettivamente monetari e esperienziali. Convertito in denaro il tempo impiegato nella lettura, un anno di privacy policy costa al cittadino statunitense 618 dollari e costa all'intera società civile connessa degli Stati Uniti 136 miliardi di dollari.

"Quello che abbiamo osservato non accadrà - precisa però Cranor - non crediamo assolutamente che una persona sia disposta a trascorrere così tanto tempo nel leggere politiche sulla privacy: ogni persona che si sia ritagliata il tempo per leggerne una, ha idea di quanto tempo richieda, e così si dice mai più". Le due ricercatrici sostengono che le dichiarazioni con cui le aziende si rivolgono ai propri utenti siano di fondamentale importanza, che non siano semplicemente questione di brand. Non per questo, però, bisogna considerare negligenti i cittadini della rete: a sbagliare, spiegano dalla Carnegie Mellon University, sono aziende che non sanno semplificare, che invitano gli utenti a leggere pagine su pagine di informazioni sulla privacy o sulle modalità di utilizzo di un sevizio.

Gaia Bottà
9 Commenti alla Notizia Quanto costa tutelare i propri dati?
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  • Riprendo l'idea di z f k, cercando di automatizzarla un po' ...

    In effetti le operazioni che possono essere fatte sui dati non sono infinite, così come il numero dei dati normalmente richiesti (o nascostamente raccolti) all'utente.

    Si potrebbe quindi creare un catalogo standard dei tipi di dati e dei tipi di trattamenti, ed ogni ente / servizio dovrebbe trovarsi obbligato a pubblicare la matrice dei trattamenti effettuati.

    D'altra parte l'utente potrebbe preconfigurare una propria matrice, con le proprie accettazioni e negazioni standard.

    Il browser stesso potrebbe incrociare le due matrici, evidenziando per ogni pagina soggetta a policy di privacy le eventuali discrepanze, in modo che l'utente possa decidere se accettare e proseguire, o rifiutare.

    ... può essere che ci sia già qualcosa in cantiere, in questo senso (o almeno mi pare di ricordare): dovrei fare una ricerca per rispolverare l'argomento, ma tempus fugit.

    Ho rispolverato la mia memoria; in effetti qualcosa c'è (http://en.wikipedia.org/wiki/P3P), ma a quanto pare non ha preso molto piede.
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    Modificato dall' autore il 13 ottobre 2008 00.37
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  • Interessante ...

    sono andato a darci un occhio, e l'idea sembra buona.

    L'unica cosa che non capisco è come ritenere che le loro garanzie siano più credibili di quelle della concorrenza ...

    Non ho trovato indicazioni sui meccanismi adottati per consentire agli utenti il rispetto delle policy dichiarate.

    Mi rendo perfettamente conto che sarebbe un bel problema, anzi lo è per tutti, ma questa farebbe la vera differenza tra il chiedere agli utenti di fidarsi alla cieca di quanto dichiarato e quanto realmente attuato.


    In sostanza sarebbe interessante creare una qualche forma di appliance digitalmente firmata, la cui signature possa essere verificata on-line su un sistema in esecuzione.

    In sostanza, occorrerebbe poter verificare remotamente che il software in esecuzione corrisponda ad una configurazione di software (sorgente o eseguibile del quale si possa risalire ai sorgenti) e a files di configurazione noti o dichiarati;
    In questo modo risulterebbe possibile riprodurre la configurazione, così da verificare che questa rispetti le policy dichiarate.

    ... qualcuno ha voglia di svilupparci su una tesi ...?
  • Se vuoi abbonarti a un servizio la cosa e' semplicissima, ti telefona un tizio a casa e tu ti trovi un contratto (anche se qualche volta non lo vuoi).

    Per disdire lo stesso servizio: lettera raccomandata, da spedirsi almeno x giorni prima, con fotocopia carta di identita' e in qualche caso, sono sicuro, con tutte le impronte digitali, certificata da notaio, corredata da certificato di nascita, residenza ecc. ecc. Occhiolino

    Pura asimmetria, dove c'e' interesse le cose vengono rese semplici, una maniera si trova, dove non vogliono farti capire una m.... ci riescono benissimo.

    Ci vorrebbe una simpatica legge che permetta di accedere a un sito modello EULA, solo dopo aver letto e accettato obbligatoriamente le condizioni circa privacy e aver risposto ad un quiz con 5 domande. Vuoi vedere che fanno il tutto in maniera tale da poter essere risolto in 30 secondi che sono gia' tanti in quanto l'utente si scoccia e scappa su un altro sito?

    Soluzione piu' attendibile, una policy sulla privacy definita per legge, uno non puo' fare la sua policy, te ne sei letta una te le sei lette tutte, loro devono solo informare dove sono fisicamente i tuoi dati e a chi rompere circa il trattamento (con simpatico e veloce modulo on line per fare richiesta circa cancellazione).

    Ancora meglio, nessuno puo' tenere i tuoi dati per piu' di una 60 giorni, non possono essere passati a terzi, rivenduti o altro.
    non+autenticato
  • << sono aziende che non sanno semplificare, che invitano gli utenti a leggere pagine su pagine di informazioni sulla privacy o sulle modalità di utilizzo di un sevizio.>>

    Forse non vogliono semplificare, proprio per istigarti a non leggere cosa faranno dei tuoi dati....
  • mi dispiace ma ormai non ci credo più....anche se si firma che non si vuole ricevere nulla, dare i propri dati ecc...pochi la tutelano...noi ci rompiamo a compilare/leggere migliaia di clausole che alla fin fine NON vengono rispettate!
    non+autenticato
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