Il ritorno di DAD. Chiede soldi agli italiani

Lo segnalano i lettori e ora lo segnala anche l'associazione Codici. Una vecchia conoscenza si rifà viva per chiedere quasi 1000 euro a chi ci casca. La denuncia dei consumatori: fermateli, non ne possiamo più

Roma - Punto Informatico ne ha parlato lo scorso giugno ma è una piaga che arriva da lontano: ora l'associazione Codici ha deciso di reagire contro le lettere che arrivano agli italiani dalla tedesca DAD GMBH e che intimano il pagamento di quasi 1000 euro per l'inserimento in un "Registro Italiano Internet".

Codici ha depositato un esposto alla Procura della Repubblica invitando le autorità italiane ad adoperarsi per un'azione inibitoria che faccia cessare queste continue richieste. Richieste a giro di posta che vengono raccontate dallo stesso Codici:

Nella lettera di DAD "si invita a verificare la correttezza e completezza dei propri dati nel quadro dell'attualizzazione annuale della registrazione nel Registro Italiano in Internet. A tale lettera era allegato un modulo riportante alcuni dati relativi agli intestatari, in parte errati, di cui si veniva pregati di verificare la correttezza e, a tale scopo, vi era un'apposita colonna, posta accanto a quella riportante i dati registrati, da compilare con le indicazioni corrette.
Successivamente, l'arrivo di una fattura, con la medesima intestazione Registro Italiano in Internet, con la quale si richiedeva ai soggetti intestatari la somma di 958,00 euro, quale costo per l'inserzione annuale nel Registro Italiano in Internet".
La stessa Codici ha ricevuto quella lettera e a quel punto, ha spiegato il segretario nazionale dell'Associazione Ivano Giacomelli, è stata inviata una comunicazione "con la quale si esercitava il diritto di recesso dal contratto, si disconosceva la firma posta in calce al contratto medesimo e si diffidava la società a proseguire in tale comportamento ingannevole, illustrando altresì le cause che determinavano comunque la nullità di tale contratto, privo di determinati elementi necessari e contenente, invece, diverse clausole vessatorie".

Spiegazioni che non sono servite a molto, anzi DAD ha contestato le tesi di Codici, sostenendo che "la forma con cui era stato redatto il modulo non potesse lasciare dubbi sul fatto che si trattasse di un ordine per un'inserzione a pagamento. Successivamente venivano inoltrati rispettivamente, il secondo e ultimo sollecito di pagamento e con quest'ultimo, si intimava il pagamento entro una data x, data oltre la quale la DAD GmbH avrebbe passato la pratica al proprio legale".

Codici ha quindi denunciato come una successiva diffida a DAD abbia provocato un ulteriore rifiuto dell'azienda tedesca, come molti altri siano gli italiani finiti in questo meccanismo e ha ricordato come sanno già i lettori di Punto Informatico che DAD è stata anche oggetto di provvedimenti dell'Antitrust italiano, con sanzioni da decine di migliaia di euro. "Tuttavia - conclude l'Associazione - le sanzioni non sono servite ad arrestare l'inganno avviato dalla furba azienda tedesca a scapito dei consumatori e al Codici continuano ad arrivare numerose segnalazioni di società e associazioni". Da qui, dunque, la richiesta di un intervento, forse finalmente definitivo, della Procura della Repubblica.
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