Dibattiti/ Fondi pubblici per i siti web?

Sulla questione del finanziamento ai siti web interviene il direttore delle attività internet di VITA, che propone di risposta una campagna per la deducibilità delle donazioni

Roma - Caro Paolo, ho letto con molto interesse il tuo articolo No ai fondi pubblici per i siti web e spero che questa lettera possa contribuire alla discussione sollevata dal tuo editoriale, solo apparentemente obsoleta, ma in realtà estremamente attuale.

Come ben sai il settimanale VITA, da otto anni voce del settore non profit italiano, e il portale Vita.it da due, non percepiscono finanziamenti pubblici, proprio per salvaguardare un certa indipendenza dal potere politico, ma soprattutto perché in questo modo, sin dall'inizio si intendeva, e tuttora s'intende cogliere la sfida che abbiamo davanti.

In questo senso ciò che il tuo articolo solleva è un punto di vista oltremodo condivisibile, ma - permettimi - rischia di non cogliere a fondo il senso della sfida. E per rilanciarne l'attualità di cui ti accennavo, prenderò in prestito alcuni temi e fenomeni solo apparentemente distanti. Ma una cosa alla volta.
Sia per quanto riguardo la sottoscrizione online proposta in questi giorni dal sito CosediLegge, che la famosa Legge sull'editoria giustamente ricordata nel tuo editoriale, si ripropongono soluzioni di tipo protezionista in cui il pubblico intervenga a suon di finanziamenti, per garantire la sopravvivenza di attività altrimenti soggette a un mercato schiacciasassi, e pertanto, in quanto scarsamente remunerative da un punto di vista economicistico, destinate a fallire. Lasciamo da parte il determinismo economico che soggiace a tale visione, anch'esso discutibile, e andiamo avanti.

Parliamo del settore cultura e sanità ad esempio e, nel caso specifico, della "Proposta di legge Finanziamenti per siti Internet di riconosciuto valore culturale", di siti Internet di riconosciuto valore culturale.

All'articolo Articolo 3 (Soggetti beneficiari), comma b, si legge che tali finanziamenti risulterebbero "in favore di collaboratori alla gestione del sito che siano fornitori di testi e contenuti, cittadini italiani e di età compresa tra 18 e 35 anni." E si aggiunge "Non sono ammessi alla fruizione dei contributi enti pubblici, società commerciali, Onlus e persone giuridiche in genere".

Un primo commento mi spinge a credere che tale proposta sia, diciamo, una versione 0.1 alpha. Sorvolo quindi sulla sensazione che ne ricavo a una prima lettura: di sostanziale inapplicabilità. Ed elenco brevemente alcuni punti su cui riflettere.

Si parla di istituire "presso l'amministrazione", una commissione a composizione mista, composta da soggetti indicati e nominati dal Ministero stesso, per metà di indirizzo tecnico scientifico e per metà umanistico letterario, in grado di valutare, nei progetti l'esistenza del requisito dell'"elevato interesse culturale".

Questo basti per segnalarne il limite culturale, l'immancabile labirinto burocratico in cui si verrebbe a trovare il potenziale candidato. Per non parlare dell'antipatia che suscita l'esclusione di Onlus fra i beneficiari (ma in questo senso sono di parte), e l'inquietudine di una commissione ministeriale dispensatrice dell'ennesimo bollino, grazie a cui avere dei soldi pubblici: già visto.
Ma questo fa parte dell'iter necessario a migliorare una proposta: cambiamenti, miglioramenti in una come in un'altra direzione sono sicuramente previsti dagli estensori di tale proposta, verso cui mi scuso sin d'ora per la schiettezza con cui ne parlo.
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5 Commenti alla Notizia Dibattiti/ Fondi pubblici per i siti web?
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  • Ci sono gia' un sacco di contributi che arrivano per Internet, il commercio elettronico ecc...
    E finiscono nelle tasche dei soliti "amici".
    Vengono creati dei "sitoni" con utilizzo massiccio e a sproposito di flash e di immagini pesantissime, una volta inaugurati e presi i contributi vengono abbandonati e mai aggiornati, neanche compaiono sui motori di ricerca.

    I contributi, in molti casi, contribuiscono alla creazione di cose inutili finalizzate puramente all'ottenimento del contributo.

    Ma non e' una novita', l'unica novita' e che si mette in mezzo Internet... purtroppo.
    non+autenticato
  • Carissim*,
    rispondo a qualche osservazione, mi sembra giusto. Specie perché me lo merito..Occhiolino

    1) a Jo e Utonto_da_sempre. Avete ragione, che vi debbo dire..Sorride) la lettera nasce in fretta e scivola così come vi sembra nel politichese, probabile. Grazie cmq della simpatia. Solo due parole, quindi, sperando possano chiarire la faccenda.
    a) no ai finanziamenti pubblici per siti al alto contenuto culturale. Prima di tutto perché il giudizio che il pubblico può dare di un?attività privata ad alto contenuto culturale si è rivelato di volta in volta un pretesto per distribuire favori ad amici.
    b) sì ad altre forme di finanziamento per le attività culturali private, (oltre al famigerato mercato come lo intendiamo in cui bisogna vendere un prodotto per guadagnare), vedi le donazioni o microdonazioni.
    c) Incentivare però le donazioni non vuol dire semplicemente invitare ad essere più buoni. Significa studiare e pensare un modo perché la donazione sia più conveniente (o almeno non così mortificante come adesso), sia da un punto di vista etico che economico. Poter dedurre quindi le donazioni che si fanno mira a questo.
    Dedurre significa in soldini, pagare meno tasse. La proposta (http://web.vita.it/ap/dedux.htm) prevede che su quanto guadagni in un anno, mettiamo 1000 euro, tu possa dedurre al massimo il 10%. Cosa vuol dire? Faccio un esempio: nel 2000 io ho guadagnato 1000 euro e ho donato 200 euro. Visto che posso dedurre solo 100 euro (=10% di 1000euro), allora nella mia bella denuncia dei redditi del 2001 calcolero? le tasse NON su tutto quello che ho guadagnato (l?imponibile, cioè 1000 euro), ma faro?: 1000 (imponibile) -100 (10% di donazioni) = 900 e su questo paghero? le tasse. Morale: invece che pagare le tasse su 1000 euro, le pago su 900. Quindi pago meno tasse.

    2) a UmAnOiDe/69.

    Ciao!
    Tu scrivi:
    ?Onestamente - e in maniera quantomai soggettiva - avrei anch'io qualcosa da ridire probabilmente se venisse ad esempio riconosciuto come "ente non profit di utilità publica", e quindi oggetto di donazioni detraibili, un'associazione che si ispiri a principi religiosi integristi e oscurantisti piuttosto che una vicino ad ambienti politici di estrema destra. Ma chi sono io per giudicare??

    In questo caso, molto banalmente, integralismo, oscurantisti o estrema destra sono sanzionati dalla CostituzioneOcchiolino E comunque non è un problema specifico del non profit, è un problema di qualsiasi settore e individuo.

    Bisogna quindi ricorrere ancora ad un ente teoricamente "super partes" che attribuisca o meno il citato bollino di qualità??

    Beh, non è proprio un bollinoOcchiolino. Per essere un?organizzaizione non profit bisogna essere a iscritti a determinati registri, rispettare determinate regole, non essere a scopo di lucro, fra le altre cose. In questo caso non si tratta di un giudizio insindacabile di una commissione ministeriale, ma di confrontarsi con delle leggi. In più esiste un?Authority del non profit che aumenta, o dovrebbe (poiché si tratta di un organismo nuovo) controllare l?autenticità della mission di ogni associazione in rapporto alle leggi. Il ?bollino?, se così vogliamo chiamarlo, è molto più di un bollino e cmq non viene rilasciato in base ad un giudizio discrezionale sulle attività dell?organizzazione, ma sostanzialmente sulla base e nel rispetto di leggi che regolano il Terzo settore italiano. Puo? esserti utile? E grazie dell?apprezzamento sul nostro lavoroOcchiolino

    Grazie delle vostre osservazioni
    Sinceramente
    Riccardo Bagnato
    non+autenticato
  • Sono pienamente d'accordo con Riccardo.
    Sopratutto per l'intrinseca consapevolezza del testo, che a mio dire riflette il pensiero che, forse un po' filosoficamente, pervade un campo ormai noto.
    Certo è che amalgamare intenti di diverse proporzioni, ma tali da confluire in un unico bacino, che rifletta le tematiche più profonde, rimane forse un po' esoterico.
    Ma in fin dei conti se ci pensiamo bene non è il primo caso di strutturalità complessa che esplode in un contesto sociologico che ben si adatta ai nostri tempi.
    Concludendo vorrei aggiungere che nello specifico ho capito meno della metà della lettera di Riccardo, e mi auguro che in futuro si possa esprimere gli stessi concetti in maniera più semplice e non scimiottando il linguaggio dei nostri amati politici.
    Simpaticamente Sorride)
    Jo.
    non+autenticato
  • Premetto che non ho ancora letto la proposta di legge ed avanzo un piccolo dubbio semplicemente in base all'articolo di PI.
    «VITA lancia oggi una grande campagna per la deducibilità delle donazioni ad organizzazioni non profit, cioè a quel privato sociale che eroga servizi di utilità pubblica come ad esempio è la stessa Free Software Foundation.»
    L'idea è condivisibile nello spirito, ma nella sostanza come evitare di ricadere ancora in quei labirinti burocratici di cui parla lo stesso autore della lettera?
    Mi spiego, le associazioni non profit sono tantissime e con intenti diversissimi tra loro. Ora, sono abbastanza convinto che almeno in alcuni tra questi casi, difficilmente potremmo trovarci tutti d'accordo nel definire l'attività dell'associazione come "di pubblica utilità".
    Faccio un esempio: un'organizzazione non profit potrebbe avere connotazioni più o meno politicizzate. È evidente che in quel caso una consistente fetta della popolazione italiana riconoscerà difficilmente a quella organizzazione un ruolo di "utilità pubblica". Al contrario, alcuni probabilmente arriveranno a ritenerla un soggetto dannoso per la società!
    Onestamente - e in maniera quantomai soggettiva - avrei anch'io qualcosa da ridire probabilmente se venisse ad esempio riconosciuto come "ente non profit di utilità publica", e quindi oggetto di donazioni detraibili, un'associazione che si ispiri a principi religiosi integristi e oscurantisti piuttosto che una vicino ad ambienti politici di estrema destra. Ma chi sono io per giudicare?
    Bisogna quindi ricorrere ancora ad un ente teoricamente "super partes" che attribuisca o meno il citato bollino di qualità?
    Seguo l'attività di VITA, sono iscritto alla newsletter e ritengo che la proposta abbia una sua validità, ma la mia perplessità rimane: come evitare che per la dicitura "utilità pubblica" si ricada nella stessa trappola della discrezionalità già evidenziata per l'ambiguo "elevato interesse culturale"?

    Un saluto

  • Perdonatemi, ma non ho capito i significati della lettera.

    Qualcuno è capace di riassumerla in due parole per farmi comprendere?

    grazie.

    Utonto_da_sempre
    non+autenticato