
Roma - È arrivata la crisi economica, e si vede. In tutto il mondo le fabbriche chiudono, i giornali sono zeppi di allarmi e segni meno, i saloni di Borsa somigliano a un camposanto il due novembre. Nessuno sa bene che fare, e tutti sembrano ammalati di recessione. Ma siamo proprio sicuri che la crisi riguardi tutti tutti? Certo, andando in giro per i grandi mall nordamericani od europei - ma tutto sommato, stiamo scoprendo, anche a Shangai o Pechino - si trovano musi lunghi e magazzini stipati di invenduti. Ma se, per curiosità o ventura, decidiamo di dare un'occhiata nello spazio internet, dentro i negozi online dei grandi distributori o nelle vetrine delle dotcom di grido, troviamo una realtà affatto diversa.
Non che l'ecommerce sia il paese del Bengodi: le previsioni crescita sono state riviste al ribasso un po' ovunque, e anche online il prossimo Natale non sarà certo tra i più grassi di sempre. Solo che qui, a differenza di quanto accade nel cosiddetto "mondo reale", con il ridimensionamento non arrivano la recessione, o la stagflazione, o altre diavolerie simili. No, qui la "crisi" significa
ridurre le previsioni annuali magari dal 18 al 12% (com'è accaduto negli Stati Uniti), o dal 30 al 28% (è il caso del Regno Unito). E ridimensionare le proporzioni di una doppia cifra, si sa, è comunque meglio che piazzare davanti ai propri risultati un segno meno.
L'ecommerce isola felice dell'economia globale? Sì e no. Perché mentre è vero che il comparto nel suo insieme gode di ottima salute, quando ci soffermiamo sui dati relativi all'andamento del settore in Europa - ed in particolar modo in Italia - troviamo più di un elemento di chiaroscuro.
Punto Informatico ne ha parlato con un gruppo di esperti:
Andrea Polo, Responsabile Relazioni Esterne di eBay Italia;
Alessandro Perego, Professore di Logistic Management presso il Politecnico di Milano,
Fabio Pieroni, Direttore Vendite Media World Compra On Line. Con loro proviamo a capire meglio com'è funziona il mondo dell'ecommerce
retail nel nostro paese, quali sono le sue peculiarità e se è vero che ci troviamo in ritardo.
Cominciamo con qualche dato sulle dimensioni quantitative del fenomeno. Mentre non sono disponibili dati sul fatturato globale derivante da attività di commercio elettronico, ne esistono in quantità sui volumi sviluppati dalle varie realtà regionali. A fare la parte del leone gli Stati Uniti, dove il fatturato del comparto sarà nel 2008 di 270 miliardi di dollari, e l'Unione Europea, dove si registreranno vendite per complessivi 170 miliardi di Euro. Ma sono molto dinamici anche i paesi dell'area asiatico-pacifica, che nel 2011 produrranno vendite per
168 miliardi di dollari. All'interno di questo mare, però,
l'Italia rappresenta poco più che un bicchiere d'acqua. Secondo le stime del Rapporto 2008 dell'Osservatorio sull'eCommerce B2c in Italia, realizzato dal Politecnico di Milano, nell'anno in corso le aziende italiane realizzeranno vendite per un totale di 6 miliardi di Euro, con una crescita del 20% rispetto al risultato dell'anno precedente.
In apparenza si tratta di cifre incoraggianti che segnalano, peraltro, il consolidarsi di tendenze positive ormai invalse da anni: l'aumento dei volumi di vendita è continuato in maniera impetuosa per tutti gli anni 2000, con tassi di crescita annua sempre superiori al 20%.
E tuttavia, laddove li si guardi in prospettiva, gli score appena proposti perdono parte del loro smalto: le transazioni online, ci dice il Rapporto, producono valore soltanto per l'1% del fatturato commerciale complessivo italiano, e si realizzano in maniera largamente maggioritaria sul mercato domestico. La quota di export verso altri paesi si arresta al 15% del totale.
Anche il confronto con i nostri "vicini" europei fornisce elementi di cautela. Se rapportiamo il volume di vendite online fatte registrare in Italia con quello dei grandi paesi limitrofi, troviamo infatti che esso è pari ad 1/3 di quello francese, 1/5 di quello tedesco, 1/10 di quello britannico. Ed esistono anche marcate differenze per quanto concerne il contributo dell'ecommerce al fatturato nazionale complessivo, come racconta a
Punto Informatico Pieroni: "A livello europeo l'e-commerce ha un'incidenza media sul totale mercato del 10% circa, con punte del 15% come in UK. In Italia invece abbiamo un'incidenza complessiva intorno al 3%" (1% secondo Polimi, NdR).
La fotografia che ricaviamo da questa carrellata di dati è nitida. Il commercio elettronico in Italia è vitale e cresce in modo sostenuto ma, se confrontato con le altre realtà europee, mostra
un oggettivo ritardo sia in termini di numeri che di apertura verso l'esterno. Secondo alcuni, si tratta semplicemente di dare tempo al tempo. Dice a
Punto Informatico Andrea Polo: "Non ci sono elementi strutturali in questa situazione. Semplicemente, in Italia arriviamo soltanto oggi ad una fase di passaggio che altri paesi hanno esperito prima di noi. Siamo cioè al momento in cui gli acquisti online smettono di essere un'esperienza per iniziati, per
early adopters , e diventano gradualmente una realtà di massa". Ed effettivamente il bacino di utenza per i servizi di
online retailing , ancorché tuttora circoscritto, si va allargando in modo costante: secondo le stime dell'Indagine Netcomm Gfk-Eurisko (
qui in PDF), gli utenti ecommerce italiani erano meno di un milione nel 2000, tre milioni nel 2004, più di 5 milioni nel 2007. E nel 2008 sfonderanno la soglia dei 6 milioni.