Gabriele Niola
martedì 9 dicembre 2008

WebTheatre/ Collaborazione, chiave per il video italiano

di Gabriele Niola - Lo pensano le menti dietro SitHome, esperimento di serie web tutto italiano che cerca una interattività profonda, fin dal soggetto degli episodi, con gli utenti che lo seguono. Sarà un successo?

Roma - In televisione tutto è relativo, in rete no. Un qualsiasi programma televisivo statunitense ha un bacino di potenziali utenti molto superiore ad uno italiano perché gli americani, detto in parole povere, sono di più, quindi anche le trattative pubblicitarie sono diverse ed è diverso il concetto di "successo" di un programma, ovvero il numero di spettatori oltre il quale si può dire di avere un'audience tale da fare un profitto.
In rete invece il pubblico è più o meno lo stesso per tutti, se non fosse che le limitazioni linguistiche lo segmentano in maniera iniqua. Così i prezzi e le revenue legate alla diverse forme pubblicitarie anche sono uguali per tutti, nonostante il pubblico non lo sia. Un video statunitense che rompa il muro del milione di visualizzazioni può dirsi di successo mentre in Italia arrivare a 50.000 senza poter contare su passaggi in portali illustri come Libero Video o YouTube già è un traguardo.

WebTheatre/ Collaborazione, chiave per il video italianoAlla luce di queste considerazioni e di queste cifre cominciamo a guardare SitHome un nuovo esperimento italiano di racconto in serie per la rete. Si tratta di una situation comedy collaborativa basata su un format per il quale al termine di ogni puntata gli stessi spettatori sono chiamati a partecipare inviando possibili soggetti per l'episodio seguente. Esistono ovviamente anche delle regole e delle limitazioni rispetto a cosa si può scrivere. Il soggetto migliore viene poi scelto e trasformato in sceneggiatura dagli autori, e in una puntata da circa 10 minuti dalla troupe e dal cast. Questa dinamica fa sì che il tempo totale che intercorre tra la messa online di due episodi sia di circa 2 settimane, un po' tanto per il distratto pubblico della rete.
Il sito promette agli utenti vincitori del concorso bisettimanale la visibilità nei credits dell'episodio da loro scritto e dei biglietti per il teatro come premio, cose che in sé forse sviliscono il senso della partecipazione ad un progetto simile. Se si collabora, lo si dovrebbe fare come si scrive un blog o si posta un commento, per desiderio di prendere parte a qualcosa che si ritiene valevole, per voglia di espressione ecc. ecc. Pensare ad un premio implica che tutto questo non ci sia e si necessiti di un contentino, insomma un approccio molto poco 2.0.

Dei precedenti illustri (e più raffinati, spiace dirlo) in materia ci sono. In America già I.Channel ha fatto scuola in questo senso. Si tratta di una serie su un ragazzo continuamente spiato dalle telecamere e coloro che spiano sono gli stessi utenti che guardano gli episodi della serie. Gli spettatori nella finzione comunicano con lui tramite dei messaggi che gli arrivano su un telefono cellulare e nella realtà attraverso i commenti ai video. Dopo ogni puntata infatti gli autori raccolgono i commenti, ne selezionano alcuni e li incorporano nella puntata seguente nella forma di sms ricevuti dal protagonista, strutturandogli attorno una storia che li renda in tono e appropriati a ciò che succede, come se arrivassero in diretta.
Non c'è premio per chi commenta, non c'è nome nei credits (semmai il nick alla fine del messaggio) e la partecipazione è ovviamente molto alta.Di SitHome al momento è uscito un solo episodio e il prossimo (scritto dal vincitore del primo round di soggetti) è previsto per l'11 Dicembre. Non si capisce però davvero cosa voglia essere la serie: una webserie comica per il grande pubblico? Una fucina di talenti? Una strana forma di format para-reality in cui il pubblico può prendere il posto di protagonista alla scrittura? Un gioco (come spesso viene ripetuto dalla comunicazione ufficiale del sito)? Un modo per mettersi in luce?
Vale la pena di porsi la domanda (alla quale non è possibile rispondere: "Tutto questo insieme") perché da una simile considerazione discendono anche quelle relative a quale modello di business possa essere utilizzato, come si possa rientrare dei costi di realizzazione di ogni episodio e che tipo di successo ci si attende o si spera.

Al momento l'episodio zero è stato visto 30.000 volte, una cifra buona, calcolando che non ha beneficiato di una promozione di alto profilo ma solo di qualche comunicato stampa e di passaparola di diverso tipo tra social network e blog. Ma non si tratta comunque di una cifra sufficiente a sostenerlo, anche se fosse solo una media utenti. Forse anche prevedendo questo e con un po' di lungimiranza sul canale YouTube di SitHome compaiono da un po' di giorni versioni della puntata zero sottotitolate in diverse lingue.

Il problema semmai è che non sembra proprio un prodotto da internet. La realizzazione, almeno dell'episodio pilota, è curata ma molto debitrice di tutto quello che si è fatto e si fa in televisione nel nostro paese e, a meno di sterzate clamorose negli episodi seguenti, non sembra in grado di poter calamitare l'attenzione dei navigatori, non sembra in grado di poter acquistare una qualche viralità nè tantomeno di avere quelle caratteristiche necessarie ad una diffusione in rete. Quello che sembra è un prodotto che, in virtù di un eventuale successo su internet, potrebbe poi sbarcare in televisione in un formato breve.

SITHOME EPISODIO ZERO


Gabriele Niola
Il blog di G.N.

I precedenti scenari di G.N. sono disponibili a questo indirizzo
2 Commenti alla Notizia WebTheatre/ Collaborazione, chiave per il video italiano
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  • Ciao Gabriele,

    sono Roldano De Persio e mi occupo della comunicazione e marketing di Sithome. Ti ringrazio molto per l'attenzione che ci hai riservato.

    Cerco di rispondere punto punto ai dubbi e le perplessità sollevate nel tuo articolo.

    >Il sito promette agli utenti vincitori del concorso >bisettimanale la visibilità nei credits dell'episodio da >loro scritto e dei biglietti per il teatro come premio, >cose che in sé forse sviliscono il senso della >partecipazione ad un progetto simile. Se si collabora, lo >si dovrebbe fare come si scrive un blog o si posta un >commento, per desiderio di prendere parte a qualcosa che >si ritiene valevole, per voglia di espressione ecc. ecc. >Pensare ad un premio implica che tutto questo non ci sia >e si necessiti di un contentino, insomma un approccio >molto poco 2.0.

    Rispota di Sithome:

    Web 2.0 è una bella parolina marketing inventata da O'Reilly nel 2004 che vuol dire tutto e nulla e, a seconda del contesto, cambia di volta in volta il valore oppure il significato. Che ci piaccia o meno la formula del contest e spesso utilizzata per aumentare le visite di blog e dal punto strettamente commerciale non mi sembra così malvagia.

    Se teniamo i piedi ben saldi per terra -praticamente un obbligo in questo periodo - sappiamo che il web non vive solo di slanci di entusiasmo e di "siamo tutti fratelli 2.0". Spesso la co-creazione è un fenomeno legato ad un particolare brand già conosciuto che calamita l'attenzione dei suoi fan. Sithome non la conosce nessuno e per forza di cose ha bisogno dell'aiutino. Inoltre in questa fase stanno entrando nei Social Network (Facebook) una tipologia di persone che è a digiuno di concetti come il Web 2.0 ed è più abituata alle fiction tubocatodiche.

    Ammetterai che questa del 2.0 è più una cosa da early adopters. Certo Sithome può cercare di aiutare gli spettatori ad essere più 2.0, ma non può certo immolarsi e perdere il focus su i suoi obbiettivi principali.


    >Dei precedenti illustri (e più raffinati, spiace dirlo) >in materia ci sono. In America....

    Rispota di Sithome:

    America dici. Ben saprai meglio di me che questa è l'Italia delle televisioni e non l'Italia 2.0. Un'Italia, stavo per dire italia unoSorride dove il pubblico è conservatore e anche se giovane certe cose non è detto che le capisca. Insomma rischiare perché "tu voi fa l'americano" non mi sembra il caso almeno in questo momento. In futuro sì potrà osare certo ma prima dobbiamo capire chi ci segue, l'età, i gusti, le preferenze. Capire il nostro publico, e questo è molto 2.0, e ti assicuro che certe aziende non ci pensano nemmeno ad ascoltare i propri clienti.


    >Non si capisce però davvero cosa voglia essere la serie

    Rispota di Sithome:

    Vediamo se come risposta sono convincente. Non si riesce a capire...Questa domanda non è per caso tipica dei fenomeni troppo nuovi che non riusciamo a catalogare nei nostri modelli mentali del passato? Tutti noi facciamo riferimento anche solo per capire a cose e fenomeni che conosciamo quando non ci riesce pensiamo a chimere ed entriamo in tilt.

    Sithome è una specie di camaleonte che cerca di capire i segnali che arrivano dal pubblico, dal mercato. Il mercato stabilisce se una cosa funziona o meno. I modelli da te menzionati:"webserie comica per il grande pubblico? Una fucina di talenti? Una strana forma di format para-reality in cui il pubblico può prendere il posto di protagonista alla scrittura?" sono modelli della televisione. Qui su internet non funzionano le stesse dinamiche sebbene stiamo cercando di traghettare proprio un pubblico da TV.

    Nessuno su internet ha la verità in tasca vedi modelli di business in cerca di autore come nel caso di Facebook e YouTube. Quanti blog sono stati riempiti parlando del modello di business di quei colossi? Tu sai dare una risposta certa ed univoca? Io no! Loro FB e YT provano e vanno a naso perché qui c'è la frontiera il nuovo mondo.

    Sithome ha forse le idee più chiare. Alcune cose però non le scrivo quiSorride

    >>Il problema semmai è che non sembra proprio un prodotto da internet.

    Cos'è internet? I blog liberi, ma ormai un po' vecchiotti? Il giardinio-fortezza Facebook, la Apple TV. Di quale internet parliamo? L'internet di massa di Facebook e YouTube o il piccolo condominio di FriendFeed? Anche qui andiamoci piano con le definizioni. Quello che andava bene anche solo un anno fa ora è già superato, è storia.

    Sithome è a pieno titolo un prodotto internet perché sta solo su internet ed usa strumenti internet. Tu dici ma tanto qui non dura perchè i suoi modelli fanno riferimento alla TV classica. Quale cosa ti fa pensare che non sia nei nostri piani diffonderci in maniera capillare su tutti i "canali" internet? Per ora siamo su YouTube ma la nostra "televisione" sta arrivando su Facebook, le foto di scena sono su Flickr, stiamo testando Twitter, siamo su Tumblre su MySpace.

    Non tutto funziona e funzionerà proprio perché è internet, ma in ogni luogo cerchiamo di dialogare con il publico cosa che la TV classica non fa mai veramente. VedremoSorride

    Roldano De Persio
    Marketing e Comunicazione Sithome
  • Scusa se rispondo con ritardo e dando un'unica risposta alle tue diverse precisazioni, ma mi sembra che ci sia una sola grande incomprensione di fondo.

    Io non paragono internet alla televisione, nè l'Italia all'America, nè il 2.0 all'1.0. Non so quanto leggi Punto Informatico o se hai mai letto questa rubrica percui ti preciso che qui mi occupo da tempo ormai dei fenomeni video che prendono vita in rete, li seguo, li vedo, ne considero modelli di business, pubblico e poi la vita al di fuori della rete. In sostanza cerco di capire cosa sia lo specifico di una produzione per la rete, cosa funzioni ma soprattutto perchè funzioni.

    Ovviamente non pretendo di aver capito tutto, è un processo in corso e le cose cambiano di continuo ma certi punti fermi mi sembra esistano, certi modi di produrre e certi driver per il successo (di pubblico) si possono identificare.

    Quando muovo delle critiche a Sithome non è perchè penso che non funzionerà, ma perchè ho delle perplessità su quanto ciò che si fa sia in linea con l'evoluzione dei linguaggi del video e del business in questo campo. Poi magari funziona e benissimo, se pensassi di sapere come far funzionare un simile business lo aprirei io.

    Detto in parole povere, per tutti gli elementi delineati nel pezzo, non mi sembra che Sithome sia un passo in avanti nell'evoluzione del linguaggio audiovisuale in rete, mi sembra invece un esperimento di stampo televisivo che viene distribuito in rete facendosi forza di una tipologia di feedback possibile solo online, ma alla fine questi episodi potrebbero andare anche in tv perchè parlano quella lingua.

    Altri esperimenti video (americani ma anche italiani) invece possono andare solo online e non è per come sono distribuiti ma per come sono girati e scritti, per come parlano ai propri spettatori, per il linguaggio audiovisuale che scelgono e per il target che prendono di mira.
 

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