giovedì 8 gennaio 2009

Contro i falsi, i certificati. Digitali

di Fabio Annovazzi - La minaccia emergente è quella dei falsi veri, prodotti contraffatti identici o quasi agli originali, e venduti per autentici. Chi compra rischia. E si vende con più difficoltà. Ma le soluzioni sono a portata di mano

Roma - L'orologio arriva completo di "ologramma verde anti-contraffazione e di codice seriale di garanzia". A 150 euro, l'unica cosa espressamente esclusa nell'orgogliosa elencazione delle caratteristiche del pezzo è che si tratti di un Rolex vero.

Una delle conseguenze della globalizzazione è la disponibilità di capacità produttiva a basso costo di qualità sempre migliore. Il che vuole dire che i prodotti contraffatti diventano sempre più uguali ai "prodotti veri". Secondo Indicam, l'Istituto di Centromarca per la lotta alla contraffazione, la contraffazione di prodotti di lusso è una attività criminale che provoca miliardi di euro di danni e distrugge migliaia di posti di lavoro. Secondo altri, il danno della contraffazione in termini di vendite perse è più limitato: chi vuole un Rolex vero, si compra comunque un Rolex vero e chi si compra un Rolex falso, difficilmente lo compra "al posto" di un Rolex vero.

Ciò finché parliamo di "falsi falsi", cioè di oggetti venduti "come falsi" ad una frazione del prezzo dell'originale. Il problema emergente è quello dei "falsi veri", cioè di prodotti falsi - identici o quasi ai veri - venduti come autentici ad un prezzo vicino a quello dell'originale. Qui ci perdono tutti. La griffe, che vede ridursi le vendite, il cliente, che compra per buono un prodotto falso.
Per la malavita si tratta invece di un business con un margine pari a dieci volte il prezzo di acquisto - molto più interessante che assoldare "vu cumprà" per vendere patacche a 100 euro l'una all'angolo della strada. Il fenomeno del "falso vero", che sembra contraddire l'idea stessa che il prodotto di lusso è prezioso e inimitabile, pone i marchi di lusso in una posizione ambigua e difficile. La straordinaria crescita dell'industria del lusso di questi ultimi anni - caratterizzata dall'offerta di beni di lusso "di massa" a prezzo più abbordabile - si è inevitabilmente accompagnata allo spostamento di alcune lavorazioni in paesi a basso costo della manodopera. Quindi può accadere che la borsa falsa sia effettivamente indistinguibile dalla borsa vera. La borsa vera, però, deve "pagare" il costo della pubblicità, dei negozi e di tutto quanto è necessario ad alimentare il sogno del lusso. Quella falsa no.

Alcune griffe hanno introdotto sistemi anticontraffazione "tecnologici" (ologrammi, chip RFID a radiofrequenza,...), che però sono solo "per addetti ai lavori" - non servono insomma ad aiutare il compratore a capire se il prodotto che sta per acquistare è vero o falso. Pochissimi clienti sono infatti in grado di distinguere un ologramma "vero" da uno "falso".
La soluzione proposta spesso è quella di "acquistare solo presso rivenditori autorizzati e mai su Internet".

La verità è che la sicurezza assoluta la si ha solamente se si acquista in un negozio monomarca di proprietà della griffe. Un rischio, per quanto minimo, che un rivenditore autorizzato si possa comportare in modo disonesto, "mischiando" autentico e "falso vero", esiste sempre.

Inoltre, anche per una griffe, "escludere" Internet come canale di acquisto è fuori dai tempi. Il successo di siti come Eluxury.com e Net-a-porter.com dimostra che i vantaggi di poter comprare da casa valgono anche per l'acquisto di prodotti di lusso. Il bello di un prodotto di lusso è anche che mantiene il proprio valore nel tempo, e che lo posso rivendere se non mi piace più, ovviamente su internet. Che succede se non riesco a venderlo perché non riesco a dimostrare che è autentico?

Una possibile risposta è Purseblog, una "comunità di appassionate di borse" che gratuitamente danno la propria opinione sulla autenticità delle borse offerte su eBay, basandosi sulle foto degli oggetti. Sul blog ci sono quasi 100.000 messaggi relativi a domande su borse di Louis Vuitton.

Un altro approccio, apparentemente ovvio ma che non ha ancora trovato spazio sul mercato, sarebbe quello di associare (attraverso un codice seriale univoco stampato sull'oggetto) un certificato digitale a ciascun prodotto che si vuole proteggere.

Il certificato digitale è impossibile da duplicare o falsificare e può essere facilmente verificato online (o via cellulare) dal possibile acquirente. Il "costo marginale di produzione" del certificato digitale è vicino allo zero, il che vuol dire che sarebbe possibile proteggere anche oggetti di prezzo unitario relativamente basso.

Il vero problema, semmai, sta nella difficoltà a trovare un modo per sposare il sogno che il prodotto di lusso si porta dietro con l'assoluta freddezza dei bit di un certificato digitale.

Fabio Annovazzi

I precedenti interventi di F.A. sono disponibili a questo indirizzo
69 Commenti alla Notizia Contro i falsi, i certificati. Digitali
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  • Dai su, sai quanti produttori griffati mettono in giro
    anche la merce "falsa" per coprire anche quel mercato?

    Anche se uno va in giro con un falso per lorsignori e'
    tutta pubblicita' che vale certo piu' della crosta (vera o falsa
    che sia) che i tonti modaioli si portano addossso.
    non+autenticato
  • E' una pratica in uso anche per prodotti non griffati: le cosidette "sottomarche" sono in tutto e per tutto originali legalmente "contraffatti" per giustificare un prezzo alquanto inferiore e destinarli al grande pubblico; il pubblico d'elite, invece, pagherà di più per distinguersi... mi... che volpi....
    non+autenticato
  • In realtà quando qui si parla di certificato si intende la parte pubblica più quella privata (la chiave). Ciò che non si può copiare è la chiave privata associata a un certificato se essa è protetta da un dispositivo tipo smartcard o token USB sicuro. In questo modo l'associazione numero di serie + chiave privata permette almeno di evitare che ad un oggetto falso si possa associare un certificato autentico.
    Per quanto riguarda i costi va fatta una distinzione tra prezzo e costo. Se il prezzo di un certificato SSL può arrivare a migliaia di euro (EV) in realtà il costo di produzione è praticamente zero perchè si tratta di un file. Certo bisogna tenere presenti i costi di manutenzione di una PKI, ma su larga scala la produzione di un certificato digitale è una operazione a costo nullo.
    non+autenticato
  • - Scritto da: moncino07
    > In questo modo l'associazione numero
    > di serie + chiave privata permette almeno di
    > evitare che ad un oggetto falso si possa
    > associare un certificato autentico.

    E perché? Pure il numero di serie può essere copiato, no?
  • - Scritto da: moncino07
    > In realtà quando qui si parla di certificato si
    > intende la parte pubblica più quella privata (la
    > chiave). Ciò che non si può copiare è la chiave
    > privata associata a un certificato se essa è
    > protetta da un dispositivo tipo smartcard o token
    > USB sicuro. In questo modo l'associazione numero
    > di serie + chiave privata permette almeno di
    > evitare che ad un oggetto falso si possa
    > associare un certificato autentico.
    >
    > Per quanto riguarda i costi va fatta una
    > distinzione tra prezzo e costo. Se il prezzo di
    > un certificato SSL può arrivare a migliaia di
    > euro (EV) in realtà il costo di produzione è
    > praticamente zero perchè si tratta di un file.
    > Certo bisogna tenere presenti i costi di
    > manutenzione di una PKI, ma su larga scala la
    > produzione di un certificato digitale è una
    > operazione a costo
    > nullo.

    Una CA che fornisca certificati digitali di sottoscrizione qualificati deve sostenere dei costi imponenti sia di investimento che in manutenzione (basta pensare solo all'infrasrtruttura fisica e tecnologica - ad es. sistemi antriintrusione, HSM per le chiavi di certificazione etc).

    I certificati SSL hanno un mark up tra i più vantaggiosi, dato che la veridicità è stabilità dal mercato e non dal rispetto di particolari norme. Ricordiamo tutti, infatti, come verisign usasse una procedura di registrazione talmente robusta da certificare come *.microsoft.com" un soggetto che con microsoft non aveva niente a che fare.

    la morale è che i costi di produzione di un certificato qualificato (*) portano al proprio interno componenti tecnologiche, legali e soprattutto organizzativi che per parlare di costo prossimo allo zero su larga scala è necessario parlare di milioni.


    (*) il certificato qualificato è la tipologia di certificato "utente" più sicura e, nel caso di funzioni di sottoscrizione, garantisce la propria validità fino a querela di falso (ovvero, in un processo è l'onere della prova deve dimostrare la sua "falsità" e non la sua "validità" che si da per acquisita)
    non+autenticato
  • - Scritto da: x.509
    > Una CA che fornisca certificati digitali di
    > sottoscrizione qualificati deve sostenere dei
    > costi imponenti sia di investimento che in
    > manutenzione (basta pensare solo
    > all'infrasrtruttura fisica e tecnologica - ad es.
    > sistemi antriintrusione, HSM per le chiavi di
    > certificazione
    > etc).

    Vero ma tali costi sono generali, non è che sono costosi per il singolo pezzo. Come dice l'articolo, per il singolo pezzo i costi sono prossimi allo zero (la smartcard o quello che sia e una *PICCOLA* percentuale del "generale")
  • - Scritto da: Luco, giudice di linea mancato
    > - Scritto da: x.509
    > > Una CA che fornisca certificati digitali di
    > > sottoscrizione qualificati deve sostenere dei
    > > costi imponenti sia di investimento che in
    > > manutenzione (basta pensare solo
    > > all'infrasrtruttura fisica e tecnologica - ad
    > es.
    > > sistemi antriintrusione, HSM per le chiavi di
    > > certificazione
    > > etc).
    >
    > Vero ma tali costi sono generali, non è che sono
    > costosi per il singolo pezzo. Come dice
    > l'articolo, per il singolo pezzo i costi sono
    > prossimi allo zero (la smartcard o quello che sia
    > e una *PICCOLA* percentuale del
    > "generale")


    Se uno vende dei pezzi, sono d'accordo con te.
    Le Ca vendono un servizio, quindi il costo del servizio è, oscilla tra il 60 e l'80 per cento del prezzo al cliente.

    Può esserci qualcuno che sbrocca, e va sotto costo, o perchè usa questo servzio per trainarne altri (dove guadagna il triplo e si rifà) o perchè - come spesso è successo in italia - sbaglia a fare i conti.

    non è un prodotto, è un servizio.
    non+autenticato
  • - Scritto da: x.509
    > - Scritto da: Luco, giudice di linea mancato
    > > Vero ma tali costi sono generali, non è che sono
    > > costosi per il singolo pezzo. Come dice
    > > l'articolo, per il singolo pezzo i costi sono
    > > prossimi allo zero (la smartcard o quello che
    > sia
    > > e una *PICCOLA* percentuale del
    > > "generale")
    >
    >
    > Se uno vende dei pezzi, sono d'accordo con te.

    Si parlava di borse, orologi, scarpe ecc..
  • - Scritto da: Luco, giudice di linea mancato
    > - Scritto da: x.509
    > > - Scritto da: Luco, giudice di linea mancato
    > > > Vero ma tali costi sono generali, non è che
    > sono
    > > > costosi per il singolo pezzo. Come dice
    > > > l'articolo, per il singolo pezzo i costi sono
    > > > prossimi allo zero (la smartcard o quello che
    > > sia
    > > > e una *PICCOLA* percentuale del
    > > > "generale")
    > >
    > >
    > > Se uno vende dei pezzi, sono d'accordo con te.
    >
    > Si parlava di borse, orologi, scarpe ecc..

    e di certificati digitali
    non+autenticato
  • Mi spiace ma:
    - un certificato digitale non è falsificabile (perchè a sua volta firmato da una certification authority (CA)(*)) ma è duplicabile per definizione, dato che è un oggetto pubblico.
    - la forza di una PKI (public Key infrastructure) si basa su tre componenti (legale, tecnica e organizzativa). Quella tecnica prevede che la chiave pubblica sia diffusa (il certificato appunto) ma la chiave privata sia mantenuta segreta e accessibile solo al titolare. Non vedo nessun elemento corrispondente alla chiave privata: di certo non può essere il numero di serie stampato sull'oggetto.
    - non entro nei dettagli dei costi di produzione di un certificato, ma dire che siano prossimi allo zero è una semplificazione inaccettabile (pensate solo al costo di un certificato SSL server)

    detto questo, sarebbe comunque interessante approfondire le possibilità per applicare tecnologie basate su PKI per l'autenticazione (o certificazione) di prodotto

    (*) bisognerebbe poi capire quale/i CA sarebbero accreditate per svolgere questo compito e con quali mezzi possano decidere se un prodotto è reale o no. Questa fase sarebbe comunque delegata ad altri enti, competenti in "verticale" sulla tipologia del prodotto e alla fine la responsabilità di sventare la contraffazione insisterebbe solo su di essi.
    non+autenticato
  • "Secondo Indicam, l'Istituto di Centromarca per la lotta alla contraffazione, la contraffazione di prodotti di lusso è una attività criminale che provoca miliardi di euro di danni e distrugge migliaia di posti di lavoro."

    Ah sì? e i falsi nascono per generazione spontanea?
    direi che quando si fanno le scelte riportate qualche riga sotto:

    "La straordinaria crescita dell'industria del lusso di questi ultimi anni - caratterizzata dall'offerta di beni di lusso "di massa" a prezzo più abbordabile - si è inevitabilmente accompagnata allo spostamento di alcune lavorazioni in paesi a basso costo della manodopera. Quindi può accadere che la borsa falsa sia effettivamente indistinguibile dalla borsa vera."

    quindi, la capacità produttiva impegnata tra falso e vero é identica

    "Il problema emergente è quello [...]di prodotti falsi - identici o quasi ai veri - venduti come autentici ad un prezzo vicino a quello dell'originale. Qui ci perdono tutti. La griffe, che vede ridursi le vendite, il cliente, che compra per buono un prodotto falso."

    il cliente che non sa che é un falso non ci rimette più di tento, quasi sempre il bene di lusso ha fini ostensori e non funzionali

    "Per la malavita si tratta invece di un business con un margine pari a dieci volte il prezzo di acquisto - molto più interessante che assoldare vucumprà per vendere patacche a 100 euro l'una all'angolo della strada."

    ma anche molto meglio per la società di altre forme di criminalità

    " l fenomeno del falso-vero, che sembra contraddire l'idea stessa che il prodotto di lusso è prezioso e inimitabile, pone i marchi di lusso in una posizione ambigua e difficile."

    no, semplicemente ne svela la realtà

    "La borsa vera, però, deve pagare il costo della pubblicità, dei negozi e di tutto quanto è necessario ad alimentare il sogno del lusso. Quella falsa no."

    quindi lusso=fuffa o meglio solo un modo per distinguersi dagli altri non in base alle qualità ma in base ai soldi buttati, praticamente un rito di consunzione come quelli studiati da Mauss

    ma quante crociate per difendere i guadagni delle povere griffe e nell'interesse dei consumatori! tanto per l'interesse dei lavoratori basta accanirsi con le nazioni cattive che forniscono manodopera (non tutte, per esempio le maquilladoras in messico mai vengono additate come cattivo esempio nei main media), senza responsabilizzare MAI le povere ditte spesso multinazionali che tali situazioni impongono
    non+autenticato
  • - Scritto da: anonymous
    > "Secondo Indicam, l'Istituto di Centromarca per
    > la lotta alla contraffazione, la contraffazione
    > di prodotti di lusso è una attività criminale che
    > provoca miliardi di euro di danni e distrugge
    > migliaia di posti di
    > lavoro."
    >
    > Ah sì? e i falsi nascono per generazione
    > spontanea?
    >
    > direi che quando si fanno le scelte riportate
    > qualche riga sotto:
    >
    >
    > "La straordinaria crescita dell'industria del
    > lusso di questi ultimi anni - caratterizzata
    > dall'offerta di beni di lusso "di massa" a prezzo
    > più abbordabile - si è inevitabilmente
    > accompagnata allo spostamento di alcune
    > lavorazioni in paesi a basso costo della
    > manodopera. Quindi può accadere che la borsa
    > falsa sia effettivamente indistinguibile dalla
    > borsa vera."
    >
    >
    > quindi, la capacità produttiva impegnata tra
    > falso e vero é
    > identica
    >
    > "Il problema emergente è quello [...]di prodotti
    > falsi - identici o quasi ai veri - venduti come
    > autentici ad un prezzo vicino a quello
    > dell'originale. Qui ci perdono tutti. La griffe,
    > che vede ridursi le vendite, il cliente, che
    > compra per buono un prodotto
    > falso."
    >
    > il cliente che non sa che é un falso non ci
    > rimette più di tento, quasi sempre il bene di
    > lusso ha fini ostensori e non
    > funzionali
    >
    > "Per la malavita si tratta invece di un business
    > con un margine pari a dieci volte il prezzo di
    > acquisto - molto più interessante che assoldare
    > vucumprà per vendere patacche a 100 euro l'una
    > all'angolo della
    > strada."
    >
    > ma anche molto meglio per la società di altre
    > forme di
    > criminalità
    >
    > " l fenomeno del falso-vero, che sembra
    > contraddire l'idea stessa che il prodotto di
    > lusso è prezioso e inimitabile, pone i marchi di
    > lusso in una posizione ambigua e difficile."
    >
    >
    > no, semplicemente ne svela la realtà
    >
    > "La borsa vera, però, deve pagare il costo della
    > pubblicità, dei negozi e di tutto quanto è
    > necessario ad alimentare il sogno del lusso.
    > Quella falsa
    > no."
    >
    > quindi lusso=fuffa o meglio solo un modo per
    > distinguersi dagli altri non in base alle qualità
    > ma in base ai soldi buttati, praticamente un rito
    > di consunzione come quelli studiati da Mauss
    >
    >
    > ma quante crociate per difendere i guadagni delle
    > povere griffe e nell'interesse dei consumatori!
    > tanto per l'interesse dei lavoratori basta
    > accanirsi con le nazioni cattive che forniscono
    > manodopera (non tutte, per esempio le
    > maquilladoras in messico mai vengono additate
    > come cattivo esempio nei main media), senza
    > responsabilizzare MAI le povere ditte spesso
    > multinazionali che tali situazioni
    > impongono

    Quoto!
    non+autenticato
  • ma quante crociate per difendere i guadagni delle povere griffe e nell'interesse dei consumatori!

    Difatti, siamo al limite del grottesco.

    Secondo certà pubblicità "educativa" al servizio delle povere griffe, la repressione di questo mercato alternativo servirebbe a difendere il consumatore....
    Che buffonata, il consumatore è ben contento di potersi permettere prodotti più o meno di lusso di ottima qualità a costo accessibile, cosa che "loro" vorrebbero debellare ... per difenderci ...

    Che ipocriti, proprio per non dir di molto peggio!
    non+autenticato
  • Esempio: le scarpe da ginnastica.
    Un marchio ufficiale X le fa in Cina, commissionando diciamo 100.000 paia alla fabbrica Y.
    La fabbrica Y produce diciamo 400.000 paia di scarpe uguali e 100.000 le vende al marchio X come pattuito a 5 euro a paio (e X le rivenderà a 100 euro a paio con un guadagno netto di 95 euro). Il restante 300.000 le vende in proprio direttamente agli utenti finali al doppio del prezzo a cui le vende a X, cioè a 10 euro, circa un decimo del prezzo che X le vende agli utenti finali.
    Adesso per quale accidenti di motivo IO dovrei pagare 10 volte tanto un cavolo di paio di scarpe se LO STESSO IDENTICO PAIO, PRODOTTO NELLO STESSO POSTO E DALLE STESSE PERSONE mi costa un decimo e non regalo i soldi alle multinazionali che sfruttano? No, le compro dal cinese, almeno i miei soldi finiscono a chi ha lavorato.
    -----------------------------------------------------------
    Modificato dall' autore il 08 gennaio 2009 00.58
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  • - Scritto da: Luco, giudice di linea mancato
    > Esempio: le scarpe da ginnastica.
    > Un marchio ufficiale X le fa in Cina,
    > commissionando diciamo 100.000 paia alla fabbrica
    > Y.
    > La fabbrica Y produce diciamo 400.000 paia di
    > scarpe uguali e 100.000 le vende al marchio X
    > come pattuito a 5 euro a paio (e X le rivenderà a
    > 100 euro a paio con un guadagno netto di 95
    > euro). Il restante 300.000 le vende in proprio
    > direttamente agli utenti finali al doppio del
    > prezzo a cui le vende a X, cioè a 10 euro, circa
    > un decimo del prezzo che X le vende agli utenti
    > finali.
    > Adesso per quale accidenti di motivo IO dovrei
    > pagare 10 volte tanto un cavolo di paio di scarpe
    > se LO STESSO IDENTICO PAIO, PRODOTTO NELLO STESSO
    > POSTO E DALLE STESSE PERSONE mi costa un decimo e
    > non regalo i soldi alle multinazionali che
    > sfruttano? No, le compro dal cinese, almeno i
    > miei soldi finiscono a chi ha
    > lavorato.

    Peccato che:

    1) I cinesi vendono alle multinazionali straniere la prima scelta delle proprie produzioni e per questo si fanno pagare nell'ordine di $2 - $50 a seconda del materiale .. che poi viene rivenduto dalla grandi firme a prezzi da $100 a $10,000 ...

    2) I prodotti che i cinesi vendono in proprio sono di seconda o terza scelta, scarti di produzione. Quindi sembrano gli stessi ma alla fine non lo sono perchè preferiscono vendere alle multinazionali grandi quantità della prima scelta del materiale.
    non+autenticato
  • - Scritto da: chojin
    > - Scritto da: Luco, giudice di linea mancato
    > > Esempio: le scarpe da ginnastica.
    > > Un marchio ufficiale X le fa in Cina,
    > > commissionando diciamo 100.000 paia alla
    > fabbrica
    > > Y.
    > > La fabbrica Y produce diciamo 400.000 paia di
    > > scarpe uguali e 100.000 le vende al marchio X
    > > come pattuito a 5 euro a paio (e X le rivenderà
    > a
    > > 100 euro a paio con un guadagno netto di 95
    > > euro). Il restante 300.000 le vende in proprio
    > > direttamente agli utenti finali al doppio del
    > > prezzo a cui le vende a X, cioè a 10 euro, circa
    > > un decimo del prezzo che X le vende agli utenti
    > > finali.
    > > Adesso per quale accidenti di motivo IO dovrei
    > > pagare 10 volte tanto un cavolo di paio di
    > scarpe
    > > se LO STESSO IDENTICO PAIO, PRODOTTO NELLO
    > STESSO
    > > POSTO E DALLE STESSE PERSONE mi costa un decimo
    > e
    > > non regalo i soldi alle multinazionali che
    > > sfruttano? No, le compro dal cinese, almeno i
    > > miei soldi finiscono a chi ha
    > > lavorato.
    >
    > Peccato che:
    >
    > 1) I cinesi vendono alle multinazionali straniere
    > la prima scelta delle proprie produzioni e per
    > questo si fanno pagare nell'ordine di $2 - $50 a
    > seconda del materiale .. che poi viene rivenduto
    > dalla grandi firme a prezzi da $100 a $10,000 ...
    >
    >
    > 2) I prodotti che i cinesi vendono in proprio
    > sono di seconda o terza scelta, scarti di
    > produzione. Quindi sembrano gli stessi ma alla
    > fine non lo sono perchè preferiscono vendere alle
    > multinazionali grandi quantità della prima scelta
    > del
    > materiale.

    vero, ma data la mole di merce venduta in proprio,visto che non si usano materie prime costosissime perchè in questo caso le produzioni si farebbero in casa, é facile rendersi conto che lo smercio in proprio non può essere costituito solo da scartie scelte inferiori, per cui stando attenti la qualità sui manufatti é spesso equivalente
    non+autenticato
  • - Scritto da: anonymous

    > vero, ma data la mole di merce venduta in
    > proprio,visto che non si usano materie prime
    > costosissime perchè in questo caso le produzioni
    > si farebbero in casa, é facile rendersi conto che
    > lo smercio in proprio non può essere costituito
    > solo da scartie scelte inferiori, per cui stando
    > attenti la qualità sui manufatti é spesso
    > equivalente

    Si ma qui entra il fattore fortuna se ti va bene prendi qualcosa di prima scelta ma nelle maggior parte dei casi prendi scarti di produzione
    non+autenticato
  • > Si ma qui entra il fattore fortuna se ti va bene
    > prendi qualcosa di prima scelta ma nelle maggior
    > parte dei casi prendi scarti di
    > produzione

    prima di tutto se non riesci a distinguere uno scarto da una prima scelta, vuol dire che le differenze di qualità non sono così rilevanti, poi più che la fortuna entra in campo il fattore probabilità: dipende dalla percentuale di scarti sul prodotto finito e le linee produttive nei paesi che fanno produzioni di massa non sono così inefficienti come molti credono
    non+autenticato
  • - Scritto da: anonymous
    > > Si ma qui entra il fattore fortuna se ti va bene
    > > prendi qualcosa di prima scelta ma nelle maggior
    > > parte dei casi prendi scarti di
    > > produzione
    >
    > prima di tutto se non riesci a distinguere uno
    > scarto da una prima scelta, vuol dire che le
    > differenze di qualità non sono così rilevanti,
    > poi più che la fortuna entra in campo il fattore
    > probabilità: dipende dalla percentuale di scarti
    > sul prodotto finito e le linee produttive nei
    > paesi che fanno produzioni di massa non sono così
    > inefficienti come molti
    > credono

    Lo scarto se ben confezionato può apparire come l'originale di prima scelta prodotto dalla medesima azienda cinese. La differenza la noti con l'uso negli anni perchè la prima scelta di materiale per quanto riguarda ad esempio una maglietta, una camicia o un maglione può durare 6-8 anni senza alterarsi minimamente, gli scarti di produzione all'inizio sembrano come la prima scelta ma poi dopo qualche mese o 1-2 anni li devi buttare perchè il materiale si altera e non regge ai lavaggi mostrando tutte le sue imperfezioni.
    non+autenticato
  • > Lo scarto se ben confezionato può apparire come
    > l'originale di prima scelta prodotto dalla
    > medesima azienda cinese. La differenza la noti
    > con l'uso negli anni perchè la prima scelta di
    > materiale per quanto riguarda ad esempio una
    > maglietta, una camicia o un maglione può durare
    > 6-8 anni senza alterarsi minimamente, gli scarti
    > di produzione all'inizio sembrano come la prima
    > scelta ma poi dopo qualche mese o 1-2 anni li
    > devi buttare perchè il materiale si altera e non
    > regge ai lavaggi mostrando tutte le sue
    > imperfezioni.
    Hei Troll NON hai la più pallida idea di come si fa una maglietta...
    non+autenticato
  • Infatti una cosa che non viene mai tenuta in conto è che nelle produzioni a basso costo ce una forte selezione il che vuol dire, pochi prodotti di prima scelta e molti di scarto. In teoria per contratto dovrebbero essere distrutti ma come si sa non e cosi.
    Un altra cosa che non viene considerata sono i costi che stanno prima della produzione come il design, la rete di distribuzione, magazzini, studio dei materiali, pubblicità, rischio di impresa ... sono tutte variabili che influiscono nella creazione del prezzo che non vengono affrontata da chi vende il falso.
    non+autenticato
  • - Scritto da: Nomen
    > Infatti una cosa che non viene mai tenuta in
    > conto è che nelle produzioni a basso costo ce una
    > forte selezione il che vuol dire, pochi prodotti
    > di prima scelta e molti di scarto. In teoria per
    > contratto dovrebbero essere distrutti ma come si
    > sa non e
    > cosi.

    non così tanti da poter affermare che la maggior parte dei prodotti contraffatti sono di qualità inferiore, tant'é che più avanti l'articolo riporta la difficoltà di distinguere la qualità, e le dichiarazioni della gdf a seguito degli ultimi sequestri confermano
    non+autenticato
  • mi spieghi perchè hai evitato di rispondere alla parte:

    "Un altra cosa che non viene considerata sono i costi che stanno prima della produzione come il design, la rete di distribuzione, magazzini, studio dei materiali, pubblicità, rischio di impresa ... sono tutte variabili che influiscono nella creazione del prezzo che non vengono affrontata da chi vende il falso."

    mancanza di argomenti validi?
  • pienamente d' accordo.
    Poi se leggi sopra vedi che in realtà vado anche oltre sul discorso, pensando a dove vanno a finire i proventi dei falsi
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