Roma - Sovvertire dinamiche stantie, terremotare una burocrazia paludata, alimentare la creatività: da un concorso limitato e limitante può sgorgare un contest partecipato da contendenti e da tutte le opere a cui i partecipanti attingeranno.
Romaeuropa Fake Factory ha protagonisti diversi rispetto a
Romaeuropa Web Factory, spiega a
Punto Informatico l'avvocato
Marco Scialdone: il fake contest promette di "accettare tutte le opere scartate dall'altro concorso", invita al remix e al mashup, stimola a costruire sulle basi del passato e a reinventare e valorizzare le opere degli artisti che hanno preceduto i partecipanti.
Tutto ha avuto inizio nel dicembre dello scorso anno. Salvatore Iaconesi, altresì noto come
XDXD, e
penelope.di.pixel Oriana Persico di
ArtIsOpenSource si sono imbattuti nel
regolamento di un concorso promosso dalla Fondazione Romaeuropa e da Telecom Italia: Romaeuropa Web Factory promette premi in denaro agli artisti che si misurino in opere di
videoart, di
musica, di
scrittura creativa e di
comunicazione pubblicitaria. Esplicito, nel regolamento, il
divieto di riusare opere altrui per comporle in mosaici di creatività derivata e originale. "Non è ammessa, da parte dei partecipanti, alcuna attività di mashup, remix ed ogni altro genere di manipolazione - recita il regolamento - in ogni caso le opere frutto di mashup, remix ed ogni altro genere di manipolazione non potranno in alcun modo partecipare al Concorso". Nonostante gli organizzatori promuovano il contest come "una grande sfida", rivolta "a tutti gli artisti e creativi che popolano il web", come "una grande officina, sempre aperta, che intercetta, rilancia e premia il talento che viaggia sulla rete".
Iaconesi e Persico si sono mobilitati insieme a Marco Scialdone: con una
lettera aperta indirizzata agli organizzatori hanno espresso le proprie perplessità. Esistono professioni, esistono forme d'arte incoraggiate dalla flessibilità del digitale che fanno perno sulla
rielaborazione del contesto culturale che ruota intorno all'artista; esistono altresì delle dinamiche di riuso e di rielaborazione che da sempre sospingono la cultura e la creatività. Per questo motivo, in un regime del diritto d'autore che spesso non sa bilanciare la giusta tutela dei creatori e la circolazione della creatività, sono state introdotte
licenze flessibili, permessi con cui l'autore etichetta le proprie opere affinché vengano fatte circolare, vengano modificate, vengano reinventate o integrate in contesti diversi. Il regolamento del concorso, oltre a non autorizzare il remix di opere ormai cadute in pubblico dominio, non prende in considerazione nemmeno le opere che l'artista ha invitato a riciclare in altre contingenze creative.
Ma non è tutto: oltre a non prevedere per i partecipanti la possibilità di integrare nei testi, nei video e nei brani musicali in concorso stralci di opere rilasciate sotto licenze che prevedono esplicitamente la possibilità di derivazioni, la
liberatoria che i concorrenti devono firmare nega in maniera implicita la possibilità di gareggiare con un'opera composta da tasselli di opere libere. I diritti di tutte le opere in concorso devono essere
trasferiti dall'artista in maniera esclusiva alla Fondazione che lo organizza, compreso il diritto di remixare e creare mashup: "L'artista deve spogliarsi di ogni pretesa - spiega Scialdone a
Punto Informatico - non è possibile per l'artista decidere di rilasciare la propria opera rinunciando a qualche diritto per cederlo ai suoi fruitori".
La questione ha guadagnato visibilità internazionale: Lawrence Lessig vi ha dedicato un
post sul suo blog, confuso da una contingenza italiana che collide con quel rigoglio di cultura e condivisione che gli stranieri intravedono nelle opere disseminate nelle città d'arte del Belpaese. La lettera aperta ha colto nel segno: gli organizzatori hanno riconosciuto che quella del remix è una forma d'arte di pari dignità, hanno riconosciuto che la possibilità di remixare e di lavorare su opere del passato è una libertà tutelata dalla legge e prevista qualora si agisca su contenuti rilasciati con licenze permissive o caduti in pubblico dominio. Come verificare però che sussistano queste condizioni? "Per poter ammettere opere oggetto di mashup e remix -
hanno spiegato dalla Fondazione - avremmo dovuto quindi o verificare i titoli di legittimità di ciascuna opera rendendo troppo farraginosa e impraticabile l'ammissione delle opere stesse o esporre l'intero concorso al rischio di azioni giudiziarie intentate da qualche artista o da qualche concorrente". Si tratta di una "rinuncia", ammettono gli organizzatori: la legge e la burocrazia costringono a
procedimenti intricati per non rischiare di incorrere in problemi. Nessuna revisione del regolamento, un chiarimento che sembra testimoniare come il quadro normativo che regola il diritto d'autore non sempre sappia incoraggiare il fluire della creatività, come non sempre sappia offrire strumenti per incentivare un riuso dell'arte e della cultura in grado di valorizzare il passato reinterpretandolo.
Ma la risposta offerta da Romaeuropa ha saputo innescare quella creatività che è stata vietata a coloro che ambiscano a partecipare. Iaconesi, Persico e Scialdone si sono mobilitati per remixare il Romaeuropa Web Factory e organizzare un concorso parallelo, il
Romaeuropa Fake Factory.