PI: Se il DDL Cassinelli e il DDL che regola le intercettazioni dovessero entrambi diventare leggi, c'è possibilità che riescano a convivere?GC: È una domanda difficile: così come sono stati concepiti e così come sono stati articolati, speriamo proprio di no. Ripeto: è fondamentale distinguere tra attività professionali e attività non professionali. Il cuore del problema è proprio questo, e la sentenza della Cassazione del 2008 pone anche problemi molto seri di tutela costituzionale, che peraltro già la Corte Suprema degli Stati Uniti affrontò nel ben noto
caso ACLU-RENO del 1997.
PI: Crede che sia possibile bilanciare la posizione dei cittadini della rete che non operano in maniera professionale con il diritto del cittadino a non subire lesioni della propria reputazione? Suggerimenti?GC: Incentivare in ogni modo l'autodisciplina, promuovere le mediazioni anziché i conflitti e non diffidare della rete, che dimostra alla fine nei suoi operatori e nei suoi servizi professionali molta più maturità e capacità di autoregolarsi di quanto si creda, o si lasci credere.
PI: Il DDL sulle intercettazioni precede in ordine di tempo il DDL Cassinelli. È possibile pensare che la disposizione sull'obbligo di rettifica per i "siti informatici" sia frutto di un mancato coordinamento, piuttosto che di una scarsa attenzione nutrita dal legislatore nei confronti della tecnologia? Oppure è lecito credere, come suggerisce qualcuno in rete, che il DDL sulle intercettazioni sia un'occasione per "far rientrare dalla finestra" delle regole che potrebbero spingere la rete all'autocensura con la minaccia di sanzioni, somministrate qualora non si adempisse all'obbligo di rettifica?GC: Il legislatore esprime una società che ha qualche imbarazzo nel comprendere la tecnologia: sbagliare è umano, ma perseverare come si sta facendo in Italia è diabolico (e comunque gli errori sono equamente divisi tanto a destra quanto a sinistra, è un fatto generazionale e culturale). Confido solo nella Presidenza Obama per una svolta nel concepire e comprendere i problemi della rete: sarà una nuova era della speranza. E confido sui molti parlamentari di maggioranza e di opposizione che almeno sanno cosa è Internet, la usano e perciò non ne hanno paura. Il rischio purtroppo è evidente, e per chi si occupa dei difficili rapporti tra diritto e tecnologia ogni giorno porta la sua pena sotto forma di disegni di legge variopinti ed arroganti che vorrebbero disciplinare a tutti i costi - ed anche a costo di un deficit delle libertà civili - quello che invece può trovare una regolamentazione ampia in sede europea ed internazionale.
PI: La disposizione relativa alla rettifica non è che un tassello del complesso DDL che dovrebbe regolare la disciplina delle intercettazioni. Si vorrebbe introdurre una stringente tutela della privacy: in che modo influirà sul dipanarsi delle indagini?GC: È qui che sta il vero dramma del disegno di legge, che unifica intercettazioni, acquisizione di dati di traffico e riprese visive. Le indagini sul cyber crime saranno di fatto abolite: esse hanno senso solo se si svolgono nell'immediatezza, con buona pace della nuova legge attuativa della
Convenzione di Budapest del 2001 e degli impegni internazionali che ci siamo appena assunti di "tempestiva" cooperazione. E mi limito a questo perché gli effetti saranno ben peggiori. Se il testo resta così come è, sarà anche praticamente impossibile utilizzare dati di traffico in via d'urgenza per i magistrati, come nel caso delle rapine violente o violenze sessuali commesse da ignoti cioè di persone ancora non identificate. Servirebbe il consenso della persona offesa per acquisire i tabulati e analizzarli: va bene, si fa per dire, in caso di rapina del cellulare, ma se l'interessato viene trovato cadavere? E nelle frodi, per esempio, se l'interessato non sa neppure, per le complesse tecniche utilizzate, di essere stato truffato? C'è tutto il tempo per i criminali, cyber e non, di cambiare aria con calma finchè si ottengono le doverose autorizzazioni, e più in là godere i disonesti frutti dei propri crimini. Speriamo di no, mi auguro di no. L'ansia di privacy, a volte pompata dai media, quegli stessi media tradizionali come stampa e TV che poi la violano in mille modi evidenti e in mille momenti, oltre che il (consueto) sonno della ragione digitale, sta per partorire un mostro.
a cura di Gaia Bottà