
Roma - Non hanno dubbi i legali che rappresentano IFPI, major della celluloide e ovviamente il pubblico ministero Håkan Roswall:
quello di The Pirate Bay è un affare milionario, che frutta ai suoi quattro fondatori ingenti introiti ogni anno. È
un business da fermare e per il quale i quattro andrebbero puniti: ottenendo un risarcimento per i problemi arrecati ai detentori dei diritti e spedendo tutti in carcere. Così da farne un esempio, e così da impedire che le loro attività criminose possano proseguire.
Secondo Roswall,
il primo a prendere la parola ieri durante le arringhe conclusive, TPB non è un semplice "fornitore di servizio" che ricada nella fattispecie
definita dalla
direttiva europea sul commercio elettronico del 2000: secondo le ricostruzioni degli inquirenti i quattro imputati svolgerebbero un ruolo attivo nella community, rimuovendo i materiali pedopornografici e soprattutto vendendo decine di spazi pubblicitari che generano migliaia di impression. Un affare da almeno 10 milioni di corone l'anno (circa 850mila euro), che i quattro imputati intascherebbero senza fiatare.
Dello stesso avviso pure Peter Danowsky che rappresenta IFPI e Henrik Pontén di
Antipiratbyrån (l'associazione che combatte la pirateria in Svezia): Gottfrid Svartholm Warg (Anakata), Carl Lundström (proprietario del primo provider che ospitò TPB), Fredrik Neij (TiAMO) e Peter Sunde (Brokep) sarebbero tutti coinvolti nel
reato di complicità nella violazione del copyright. Reato di cui risponderanno loro soltanto,
e non pure gli utenti che l'hanno perpetrato. Per questo dovrebbero risarcire i danni subiti da coloro che vivono con gli introiti generati dal materiale coperto da diritto d'autore, e per lo stesso motivo dovrebbero scontare una pena detentiva allo scopo di evitare che ricaschino nello stesso reato.
A nulla sarebbero servite le
testimonianze addotte dalla difesa
al termine della scorsa settimana, che avevano descritto alla Corte un mondo variegato come quello del P2P e del file sharing cercando di mettere in prospettiva il ruolo di The Pirate Bay. A nulla sarebbero servite le spiegazioni dei quattro imputati sul loro ruolo marginale rispetto alla struttura del sito: Monique Wadsted, colei che difende gli interessi di Hollywood, ha ribadito che
i quattro non sono poi innocenti come vorrebbero far credere, e che il loro ripetuto farsi gioco delle richieste delle major non farebbe che confermare un atteggiamento di un certo tipo.
Quello dipinto dall'accusa è
un quadro complesso: al suo interno si muovono Anakata, TiAMO, Brokep e Lundström che in vari momenti ricoprono ruoli differenti.
Brokep non è solo un portavoce, ma interviene nelle decisioni e addirittura immagina modelli di business in cui le statistiche del sito vengono cedute a terzi.
TiAMO lavora gratis per Lundström solo per garantire al sito la banda necessaria a sopravvivere, ed è il vero deus-ex-machina che tiene in piedi la Baia.
Anakata, infine, è colui che modella il tracker e lo ottimizza, insomma è colui che mette fisicamente a disposizione gli strumenti necessari a violare il diritto d'autore.
Ultima a parlare, Wadsted
chiede pene esemplari per dare un segnale ad altri criminali simili: "Dovrebbero ricevere una sostanziosa condanna, non c'è ragione per fare alcuna differenza tra di loro: sono tutti colpevoli di gravi violazioni". E quanto ai risarcimenti milionari
pretesi dai suoi assistiti, l'avvocato precisa che non si tratta di avidità bensì di una normale e onesta richiesta di
compensazione per i danni subiti.
Oggi toccherà alla difesa mettere in campo le sue ultime frecce, poi mercoledì il processo dovrebbe chiudersi. Non è dato sapere quanto tempo la Corte riterrà sarà necessario per decidere, anche se la sentenza potrebbe slittare di alcune settimane.
Luca Annunziata