Vincenzo Gentile

Google non vede, cuore non duole

Una proposta di legge vuole far chiudere l'obbiettivo di BigG quando si trovi in presenza di edifici a rischio di attacchi terroristici: succede in California. Mentre i coniugi Boring tornano alla carica

Roma - Ancora una volta è il potente occhio di Google a far discutere: suscita curiosità la notizia che vede il parlamentare californano Joel Anderson, pronto ad introdurre una proposta di legge volta a rendere più sfocato l'obbiettivo di Google su ospedali, scuole, chiese e edifici istituzionali. Il tutto, per motivi di sicurezza: l'idea sarebbe venuta in mente al politico originario di San Diego dopo aver letto alcuni articoli relativi all'attacco di Mumbai.

La proposta, se diverrà legge, costringerebbe Google ad offuscare quelli che vengono considerati come obbiettivi sensibili per possibili azioni terroristiche nell'intera California. Comunque, come sottolineato dal blog del New York Times, la futura legge potrebbe scontrarsi contro delle realtà oggettive da non sottovalutare: in primis, il diritto di immortalare gli spazi pubblici, generalmente riconosciuto dalle varie corti statunitensi. Da non sottovalutare, poi, altre considerazioni che potrebbero incidere sulla vicenda in maniera non indifferente: secondo Simon Davies, presidente di Privacy International, associazione per la tutela della privacy, "scattare la foto di un edificio non costituisce una minaccia, semplicemente perché altre immagini dello stesso soggetto sono a disposizione degli utenti magari da decenni".

Il problema, secondo Anderson, risiederebbe nell'indubbia utilità che gli strumenti forniti da Google (ma anche da Microsoft con il suo Virtual Earth) costituiscono per chiunque sia interessato a compiere atti di terrorismo. Come già accaduto in passato in altre occasioni, il politico cita i recenti e sanguinosi fatti di Mumbai, in cui lo stato dell'arte della tecnologia è stato utilizzato dal commando come valore aggiunto nella logistica dell'attacco. In seguito, in molti si sono scagliati contro Google Earth e i suoi soci, chiedendone a gran voce la disattivazione. A difendere lo strumento è sceso in campo nientemeno che John Hanke stesso, responsabile della piattaforme Earth e Maps.
Il pensiero di fondo di Hanke, condiviso da molti, è che non sia la tecnologia in sé a rappresentare il male, ma l'uso che ne si fa. Si dovrebbe, forse, smettere di costruire navigatori satellitari, automobili, cellulari, computer e quant'altro? Tutte queste tecnologie, sostiene Hanke, potrebbero rivelarsi utili anche a chi è intenzionato ad effettuare una rapina in banca, piuttosto che a fare una gita fuori porta.

Sulla vicenda, per ora Google sembra non essere disposta a sbottonarsi più di tanto: Elaine Filadelfo, portavoce dell'azienda di Mountain View, ha dichiarato che, al momento, nei quartieri generali di BigG si sta studiando la proposta avanzata da Anderson per capire di cosa realmente si tratti, specificando ancora una volta che "Google ha da sempre ascoltato le rimostranze degli utenti". Il riferimento fatto da Filadelfo è, in maniera molto plausibile, riconducibile agli strumenti messi a disposizione da Google per la rimozione di immagini ritenute dagli utenti lesive della propria privacy.

Più che essere un'appetibile risorsa per le forze del male, sembrerebbe sia proprio la privacy l'unico e vero problema di Google: dal lancio dei suoi due occhi, quello silenzioso che piomba dall'alto e quello rotante che sfreccia sulle strade, l'azienda di Mountain View è stata in maniera incessante al centro di polemiche incentrate proprio sulla violazione dell'intimità personale, non solo nei luoghi pubblici, ma anche e soprattutto su strade private.

Tra i più celebri casi, è degno di essere menzionato quello dei coniugi Boring, di Pittsburgh, la coppia che ha portato in tribunale BigG dopo che una Googlecar si era introdotta nella strada privata che porta alla loro abitazione ignorando il divieto d'accesso. I coniugi hanno richiesto a BigG una somma di risarcimento pari a 25 mila dollari, per danni esistenziali e per la convinzione che le foto della loro abitazione finite online ne abbiano abbassato drasticamente il prezzo sul mercato. In sede di giudizio, la corte ha respinto le richieste dei coniugi, ritenendo il loro comportamento la reale causa dei danni: secondo il giudice, sarebbe stato più consono per i Boring richiedere l'immediata rimozione delle immagini piuttosto che far finire l'intera questione in tribunale, poiché il clamore mediatico della vicenda avrebbe portato le stesse immagini ad essere visionate da molti altri utenti.

I coniugi, comunque, non sembrano volersi rassegnare: sono decisi a ricorrere in appello contro la sentenza del giudice. Nella mozione contro la sentenza del giudice i due coniugi affermano che "questa Corte insegna a Google che non c'è nulla di male nell'entrare nella proprietà privata dei cittadini senza chiederne il permesso. Non insegneremo mai questo ai nostri figli. Le decisioni prese da questa corte rendono la nostra proprietà privata schiava di Google - continuano - soggetta al volere e al profitto di qualcun altro, senza compensazioni. La corte federale dovrebbe liberare dalle schiavitù, non crearle".

Vincenzo Gentile
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