venerdì 6 marzo 2009

Open Source, l'impresa italiana c'è

Il modello funziona, le aziende riescono a fare business. Occorre solo ricordarsi che lo sviluppo a sorgenti aperti non è una religione: è uno strumento. I risultati in anteprima dello studio del TeDIS

Open Source, l'impresa italiana c'èRoma - L'open source c'è, ma a volte "non si vende". Sembra un gioco di parole, e non è affatto indice di scarso successo, ma è la realtà che si sono trovati davanti i ricercatori del TeDIS, centro studi della Venice International University: dopo mesi di lavoro su una ricerca che, tra le prime, offrisse uno spaccato autentico del mondo dell'impresa e del suo rapporto con il software a sorgenti aperti, il quadro che si viene a delineare è piuttosto interessante. I risultati saranno divulgati nel corso di un convegno che si terrà il prossimo 10 marzo, ma già oggi è possibile tracciarne in anteprima un riepilogo.

Scava scava, si scopre che a volte l'open source è la vera e propria spina dorsale di certe offerte proposte da alcune aziende: solo che, più che essere percepito come una risorsa, viene visto come uno strumento. E degli strumenti, a volte, ci si dimentica davanti al risultato finale: il cliente è in cerca di una soluzione che soddisfi i suoi bisogni e, vuoi per mancanza di cultura specifica in tal senso o per ragioni di opportunità, a volte non è interessato a cosa c'è "sotto il cofano" di quanto gli viene proposto. Un peccato visto che, dati alla mano, spesso le soluzioni OSS sono di qualità superiore.

Come spiega a Punto Informatico il ricercatore Antonio Picerni, che ha curato la ricerca, "È possibile fare affari con il software open source, ma non bisogna avere un atteggiamento fondamentalista: l'OSS funziona bene, ci sono ambiti in cui va benissimo, ma va utilizzato come strumento e non come un modello ideologico". In ogni caso "Il software open source consente di creare un business diverso da quello tradizionale, e funziona anche con imprese medie e piccole, anche con meno di 20 dipendenti".
"Stabilire quale sia la reale dimensione economica dell'open source in Italia - interviene Alessandro De Rossi, anch'egli impegnato nell'elaborazione dello studio - è forse difficile: l'OSS si inserisce in modo trasversale in questo settore, non rientra nelle categorizzazioni comuni. Le altre ricerche che si occupano di informatica come azienda comprendono anche Telco, produttori hardware: a noi interessava concentrarci su software e consulenza. È stata l'occasione per noi di tirar fuori dei numeri che avevamo già intuito, ma che volevamo quantificare e formalizzare".

Il mercato, spiegano, non è formato solo da grandi player impegnati a tutto campo: ci sono molte piccole software house italiane, alcune molto interessanti, che fanno uso massiccio (se non totale) dell'open source, che lavorano con standard di efficienza e qualità molto alti. Ma sono ancora la minoranza quelle che riescono a far registrare grandi numeri in materia di fatturato: "Le più virtuose, se così si può dire, sono quelle che usano anche software non open source - spiega a Punto Informatico De Rossi - Quello che conta è la laicità, quello che conta è avere la capacità di avere a che fare con soluzioni varie ed esigenze varie dei clienti".

Quello che colpisce, in ogni caso, è l'identikit dell'azienda che si occupa di open source: "C'è la categoria che noi chiamiamo dei giovani promettenti - racconta Picerni - Sono coloro i quali sono riusciti ad avviare un business basato in massima parte su OSS, fanno registrare in proporzione un fatturato doppio rispetto ad altre realtà, e sono dotati di una competenza interna elevatissima: spesso si tratta di realtà messe in piedi da ex-ricercatori universitari (o da persone che sono ancora impegnate in campo accademico), che trovano il modo di fare della propria conoscenza un business".
CONDIVIDI: