
Per il resto, il quadro non potrebbe essere più variegato: "Ci sono aziende più piccole, la maggioranza, che hanno fatturati piccoli e gestiscono un portafoglio piuttosto ristretto di clienti - elenca De Rossi - Poi ci sono aziende che sono ancora piccole, ma che hanno più successo. E poi c'è un terzo gruppo, per il quale Antonio ha trovato l'etichetta giusta:
l'open source c'è ma non si vende. Sono quelle aziende medio grandi che utilizzano l'OSS, ma non hanno soluzioni specifiche di questo tipo nel loro listino".
"In questo ultimo insieme - chiarisce Picerni - ci sono i cosiddetti system integrator, circa una mezza dozzina di aziende che di open source fanno poco ufficialmente, ma in realtà lo usano parecchio: nel questionario magari dicono di realizzare meno del 5 per cento del fatturato tramite questo tipo di software, poi quando ci parli al telefono ti raccontano che quelle sono solo le percentuali identificabili direttamente, e che magari se entrano in un'azienda per integrare due sistemi proprietari utilizzano uno strumento OSS".
Interviene De Rossi: "C'era una azienda che è specializzata nel monitoraggio delle reti, e per farlo utilizza software open source: ma al cliente dicono che fanno monitoraggio, non che fanno open source". Gli fa eco Picerni: "Stiamo parlando di un mercato, e quindi di un rapporto tra domanda e offerta: quello che conta, in un rapporto tra software house e impresa, sono le soluzioni. Spesso entrare nello specifico, di come cioè siano realizzate queste soluzioni, al cliente interessa poco".
Quello che conta, insomma, è che il risultato sia buono: e da questo punto di vista
è sempre il software open source ad offrire un certo tipo di garanzie. "Nessuno ha una percezione negativa del OSS - conferma Picerni - Il software è ritenuto di buona qualità, il codice sorgente pure, molto apprezzata la possibilità di imparare mettendoci le mani. Lo stesso dicasi per le licenze aperte: l'ipotesi che possano impensierire paventando la perdita di vantaggi competitivi non ha riscontro, le aziende che lavorano con l'open source hanno compreso il modello e anzi vi fanno leva per valorizzare e rivendere questo asset".
Quello che manca al momento, spiegano a
Punto Informatico, è la capacità di andare oltre alcuni vecchi contrasti: ormai sono 10 anni che esiste il software open source cosiddetto commerciale, anche Richard Stallman ha ribadito che ormai
questo modello di sviluppo è un dato di fatto. Bisogna sfruttarlo come fosse uno strumento, non distrarsi badando soltanto alle questioni di etica: non sempre il cliente è ricettivo rispetto a certe questioni, quello che gli interessa a volte non è tanto avere un software aperto o chiuso quanto piuttosto una soluzione di un certo tipo, e soprattutto che funzioni.
Curioso che, attualmente, uno dei principali problemi sia
reperire personale realmente competente in questo settore: "Qui potremmo aprire una parentesi tirando in ballo le università, l'importanza della formazione: spesso è proprio in questi ambiti che nascono spin-off interessanti - spiega Picerni - In ogni caso, diciamo che nel mercato ci sono molti programmatori con buone competenze, e poi ci sono dei fuoriclasse che hanno davvero una marcia in più: trovarli in ambito open source è difficile, scovare chi sia in grado di scrivere codice eccellente in un contesto non strutturato, di collaborazione e condivisione, non è sempre semplice".