Cyberwar in Estonia, la Russia c'entrava?

Un deputato DUMA ammette di aver ispirato l'azione che aveva messo in ginocchio l'infrastruttura IT del paese baltico. Ma è stata una questione militante più che militare

Roma - A suo tempo, tutti avevano puntato il dito verso la Russia: secondo gli analisti Mosca aveva arma, movente e occasione per decidere di sferrare un colpo dritto al cuore dell'Estonia, paese ex-componente del blocco sovietico governato da un governo filo-occidentale, e soprattutto che punta su IT e tecnologia per rilanciare la propria economia nazionale. A quanto pare, quegli analisti avevano almeno in parte ragione.

"Per quanto riguarda il cyberattacco all'Estonia, quell'attacco fu condotto da un mio assistente": così si sarebbe espresso, secondo quanto riportato da Radio Free Europe / Radio Liberty, il deputato della DUMA Sergei Markov, membro del partito filo-governativo Russia Unita. Che avrebbe anche aggiunto: "Non vi dirò il suo nome, poiché poi potrebbe avere difficoltà ad ottenere il visto (per entrare in alcune nazioni, ndr)".

Dunque la matrice politica (se così può essere definita) dell'attacco sarebbe confermata, pur con qualche distinguo sul piano dell'attuazione: il fantomatico assistente, all'epoca dei contrasti con l'Estonia sulla rimozione di un monumento sovietico dal centro della capitale Tallin, si sarebbe trovato in "una delle repubbliche non riconosciute" dell'ex-URSS e lì per lì avrebbe deciso di sua spontanea volontà che "qualcosa andava fatto a quei fascisti". Dando vita ad una cyberwar durata diversi giorni, e che come risultato ebbe la quasi totale paralisi del paese bersaglio.
Nella vicenda, poi, si era intromessa pure la NATO - nel tentativo di pacificare e indagare quanto accaduto sul network estone - con tanto di creazione di un centro di addestramento specifico in Estonia, mentre alcuni dubbi erano stati sollevati sulla effettiva paternità russa dell'attacco. Alla fine, in tribunale ci era finito un ragazzo di 20 anni, condannato a pagare un'ammenda. In ogni caso, ormai sono molte le nazioni che prendono sul serio questo tipo di minacce: e, anzi, iniziano ad organizzare difese serie per non finire vittima di situazioni impreviste e potenzialmente distruttive più di attacchi armati tradizionali.

In ogni caso, l'assistente di Markov non avrebbe fatto tutto da solo: il suo input sarebbe servito da trampolino di lancio per un'azione congiunta di comuni cittadini, confluiti in una "semplice reazione della società civile". Una reazione che, stando a Markov, potrebbe "casualmente accadere sempre più spesso". Più che guerra, insomma, si dovrebbe parlare di guerriglia informatica: anche se le differenze tra gli effetti, in questo caso, non si notano affatto.
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