Giovanni Arata

Il Seattle Post-Intelligencer migra online

Dopo quasi un secolo e mezzo chiudono le rotative del quotidiano. Nel futuro, un giornale solo online con organizzazione e modelli di business tutti nuovi. Contenendo i costi e puntando sulla pubblicità locale

Roma - In 146 anni avevano macinato un bel po' di strada, le rotative del Seattle Post-Intelligencer. Ma adesso è arrivato anche per loro il momento del riposo. Perché con l'edizione di martedì 17 Marzo, il quotidiano dello stato di Washington sospende definitivamente le pubblicazioni cartacee e si trasferisce online. E la migrazione del Seattle P-I, sussurrano gli esperti, potrebbe essere soltanto la prima di una lunga serie.

faeryboots - the seattle p-iLa notizia in realtà era nell'aria da tempo. Nel 2008 l'Intelligencer aveva accumulato perdite per 14 milioni di dollari e due mesi fa, racconta il New York Times, la proprietà aveva preannunciato l'intenzione di chiudere le rotative in caso non fosse trovato un compratore. Lunedì la comunicazione ufficiale. "Il P-I ha una storia di servizio alla comunità del NorthWest lunga 146 anni, e questo non fa che rendere più difficile la decisione di sospendere le pubblicazioni" ha detto tra l'altro l'amministratore delegato Frank A. Bennack, Jr. "Adesso - ha annnunciato - il nostro obiettivo è quello di fare di seattlepi.com il portale di news e informazione più importante dell'intera regione".

La transizione al digitale sarà accompagnata da un ridimensionamento dell'organico e da una profonda riorganizzazione interna. La versione cartacea del giornale, spiega infatti PaidContent, dava lavoro a 149 giornalisti, mentre il nuovo spazio digitale ne occuperà soltanto 20. Inoltre, nel nuovo progetto non è prevista distinzione tra reporter, editor e produttori: tutti gli effettivi della redazione dovranno essere in grado di scrivere, fare foto, costruire e montare prodotti multimediali. La direzione editoriale sarà affidata a Michelle Nicolosi, già executive producer del sito web del giornale.
Allo stesso tempo, il presidente di Hearst Steven Swartz ha assicurato che il nuovo spazio sarà qualcosa di più di un semplice giornale online. Swartz ha parlato di una "piattaforma per la comunità" all'interno della quale troveranno spazio news, editoriali di qualità, database locali e un ampio network di blog (firmati sia da giornalisti che da cittadini dell'area). Ulteriori contenuti, secondo Editor&Publisher dovrebbero emergere dal "repackaging" di altri materiali prodotti in rami differenti del gruppo Hearst.

Anche il modello di raccolta pubblicitaria è destinato a cambiare. Swartz ha spiegato ai giornalisti che è già stata creata a questo scopo una "digital agency locale", che si occuperà di vendere agli inserzionisti locali la pubblicità del Seattle P-I nonché quella dei suoi partner (tra cui Yahoo, Kaangoo, Google, Yahoo e MSN). Nel sito comparirà anche una directory tipo "Pagine Gialle", gestita in modo centralizzato dall'unità che svolge questo compito per l'intero gruppo Hearst.

La transizione all'all digital del Seattle P-I viene seguita con enorme attenzione nell'intero mondo dell'editoria statunitense, colpito in questi ultimi anni da una crisi senza precedenti: tutti interessati al contenimento di costi e a trovare un modello che sappia far fruttare al meglio gli investimenti pubblicitari che sembrano languire.

Che il periodo non sia dei più favorevoli per quotidiani e magazine lo conferma anche l'ultima edizione del "Report Annuale sullo stato dei news media negli USA" stilato dal Pew Project for Excellence in Journalism (disponibile qui in forma riassunta). I ricavi pubblicitari, si legge nello studio, si sono contratti del 23% in due anni, e tra il 2001 ed oggi si è perso circa un quinto dei posti di lavoro nelle redazioni statunitensi. Internet ha moltiplicato i lettori, certo, ma ha anche ridimensionato le fonti di entrata possibili per i giornali.

E così gli editori si trovano di fronte ad un sentiero sconosciuto. Secondo Clay Shirky, uno dei più autorevoli interpreti della rete contemporanea, diventa necessario imparare a "pensare l'impensabile": i dati attuali configurano per l'editoria una situazione di crisi epocale, gli esiti della quale sono del tutto imprevedibili. I vecchi modelli editoriali, spiega Shirky, sono irrimediabilmente corrotti, ma ancora non si intravedono "formule" nuove in grado di preservare funzioni (e posti di lavoro) del comparto.

Ed effettivamente, di fronte alla crisi anche i grandi gruppi editoriali continuano a esitare, mostrando spesso forte difficoltà a scegliere tra i diversi modelli di business. C'è chi, come il Wall Street Journal e il Financial Times, porta avanti con convinzione la politica dei contenuti a pagamento. C'è chi, come il Guardian di Londra "apre" al massimo la propria distribuzione per diventare una piattaforma. Ma c'è anche chi, come il New York Times, sembra non riuscire a risolversi tra il modello free ed il ritorno agli abbonamenti.

Giovanni Arata

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