Roma - Le forze dell'ordine si sono rivolte a Theodor Reppe nella serata di martedì. Undici agenti si sono presentati presso le due abitazioni dell'intestatario del dominio
Wikileaks.de. Hanno frugato e perquisito: l'ordine disposto dal magistrato li autorizzava ad agire. Sul capo di Reppe pende l'accusa di aver distribuito in rete del materiale in maniera illegale.

A
rivelare quanto accaduto è lo staff che anima il sito incensurabile: le
informazioni si sono aggiunte alle informazioni, ma il quadro non sembra stagliarsi con nettezza. Nessun avvertimento da parte delle autorità tedesche,
nessun dettaglio puntuale riguardo alla motivazione della perquisizione: le forze dell'ordine hanno mostrato a Reppe il mandato, le accuse sono quelle di "distribuzione di pornografia", le autorità sono intervenute per "raccogliere delle prove".
A Reppe è stato chiesto di
fornire le password per accedere a
Wikileaks.de, di cui è semplice intestatario e non gestore, hanno chiesto a Reppe di
rendere il sito inaccessibile. Reppe si è limitato ad assistere inerte al
sequestro di un laptop e di un hard disk esterno. Gli agenti se ne sono andati senza che l'uomo avesse firmato alcunché.
Si affollano le speculazioni relative alle motivazioni dell'intervento delle forze dell'ordine: Wikileaks assicura che gli unici materiali pubblicati che possano avvicinarsi ad essere di natura pornografica sono gli
indici dei siti proibiti stilati dalle autorità danesi, tailandesi, australiane. Liste che dovrebbero rimanere a sola disposizione dei provider e dei gestori dei filtri di stato che vigilano sulle connessioni dei cittadini della rete.
Nei giorni scorsi Wikileaks
aveva pubblicato la blacklist australiana: conteneva dei semplici
link. Link a siti della natura più variegata: da quelli che contengono ciò che appaiono immagini di abusi sui minori a quelli dedicati a una pungente satira sferzata contro le istituzioni religiose, da quelli dedicati ad innocue attività commerciali a quelli gestiti da ordinari pornografi. Le autorità australiane erano insorte: la lista non avrebbe dovuto trapelare, i link avrebbero potuto irretire i cittadini della rete e li avrebbero proiettati su siti che ACMA, l'autorità che redige la lista, aveva stabilito fossero illegali, inadatti, sgraditi. Era intervenuto il ministro australiano delle Comunicazioni Stephen Conroy, minacciando pesanti sanzioni nei confronti del responsabile della soffiata.
Ma Wikileaks sosteneva di poter dormire sonni tranquilli. Nonostante sull'home page
campeggiasse una esplicita
richiesta di aiuto, imputata alla necessità di consolidare un'infrastruttura messa alla prova da una mole di traffico insostenibile, gli amministratori avevano reso noto che Wikileaks sarebbe rimasto incensurabile. I server non sono localizzati in Australia, assicuravano: se le istituzioni australiane avessero provato a scagliarsi contro il sito, Wikileaks avrebbe risposto con una controdenuncia per aver tentato di violare la normativa che tutela le fonti anonime.
Ma
in Germania, al pari di quanto
sta avvenendo in Francia e in numerosi altri paesi del mondo, si agita il
tentativo di
arginare la diffusione di pedopornografia mediata dalla rete. Le URL illegali, così
come accade in Italia, dovrebbero essere organizzate in
pedoliste, i provider si farebbero carico di sequestrare il traffico degli utenti che si rivolgessero a siti localizzati all'estero, sui cui le forze dell'ordine non possono intervenire con l'oscuramento. Questa la contingenza in cui è avvenuta la perquisizione.

Non è dato sapere se la Germania saprà assicurare a Wikileaks il diritto di link, diritto che l'Australia non contempla
sanzionando i tessitori di ipertesti con multe salate. Non è dato sapere se a
Wikileaks.de verrà imposto il silenzio, così come
avvenne temporaneamente per
Wikileaks.org. Wikileaks è tornato offline, sovraccarico. Ma i mirror punteggiano la rete.
Gaia Bottà