massimo mantellini

Contrappunti/ Editori, tra carta e bit

di M. Mantellini - Travolti dalla crisi economica, gli addetti ai lavori della carta stampata pensano a nuovi modelli di business online. Ma non hanno ancora fatto i conti con la Rete

Contrappunti/ Editori, tra carta e bitRoma - Negli ultimi mesi si è molto discusso del futuro del giornalismo. Se ne è discusso sui giornali e su Internet, sui blog e sui siti editoriali. È stata ed è una discussione molto interessante che lambisce un ampio numero di tematiche che riguardano tutti i cittadini. Poiché però la tematica è tanto centrale quanto approfondita e potenzialmente tediosa per i non addetti ai lavori, provo a fornirvene una versione ridotta e semplificata.

A capo di tutto questo discutere c'è la crisi economica mondiale. Prima di essa la discussione sul futuro dell'informazione verteva solo sui tempi del passaggio dalla carta ai bit, sulle possibili virtuose integrazioni fra il giornalismo e i suoi lettori, sui modelli di business complementari a quello pubblicitario da immaginare per il web.

La crisi economica mondiale, con il suo noto effetto a cascata ha messo a dura prova piccole e grandi convinzioni appena consolidate (per esempio quella che l'informazione la pagava la pubblicità): i grandi investitori pubblicitari (banche e costruttori di auto in primis) hanno tagliato i loro budget e per gli editori è iniziato un periodo di grande sofferenza economica. Nel corso degli ultimi mesi del 2008 e nei primi mesi di quest'anno i conti sono andati male per quasi tutti: i cali sono stati molto consistenti per la pubblicità su carta (quella più remunerativa e costosa) mentre i numeri positivi della pubblicità sul web (numeri complessivamente assai più piccoli) hanno subito una brusca frenata.

Con uno strabismo invidiabile molti editori hanno inteso iniziare, prima timidamente, poi con maggior condivisa convinzione, a ridiscutere non solo e non tanto la loro presenza sulla carta stampata, quanto invece quella sul web. Un po' ovunque, come per magia, sono ricomparse ipotesi di abbandonare il modello basato sulla pubblicità per rivolgere l'attenzione al portafoglio dei lettori. La lunga strada di un decennio che ha portato grandi quotidiani e magazine di tutto il mondo a rendere disponibili gratuitamente la gran parte dei propri contenuti sul web sembra essersi interrotta: sono bastati alcuni mesi di conti in rosso (certamente non per colpa del web) per far risorgere dalle ceneri il vecchio sotterraneo rimbrotto della stampa nei confronti della rete che potrebbe essere così riassunto: "Perchè dovrei darti le mie news gratis?".
Liberati i freni inibitori ora tutti se le prendono con tutti: la palma del più combattivo va senza dubbio a Rupert Murdoch che, evidentemente poco affezionato alla sua fama di grande annusatore dell'innovazione derivata dalla acquisizione fortunata di MySpace, se l'è presa con Google, rea di guadagnare denaro "rubando" (questo il verbo usato dal tycoon australiano) i contenuti delle sue aziende editoriali. Non è stata da meno la Associated Press che ha preparato perfino una pagina web nella quale, con qualche vaghezza, spiega di essere stanca di vedere i propri pezzi ricopiati sui blog di tutto il mondo senza guadagnarci un centesimo.

I meno integralisti fra gli editori si sono accontentati di riproporre ipotesi di modelli editoriali basati sui micropagamenti, benché sia noto ai più che la diluizione omeopatica del prezzo della informazione (associato alla uguale diluizione del numero dei contenuti offerti) ha ottime, argomentate ragioni per essere considerato come un sistema inattuabile.

In tutto questo agitarsi mi pare che le questioni centrali siano due. La prima è: cosa succederà domani (o dopodomani) quando la crisi economica che certamente non è stata causata dal mondo dell'editoria finirà? Dico questo perchè ho la sensazione che la revisione degli editori riguardo al proprio modello di business su Internet sia almeno in parte strumentale: scontenti di una situazione economica assai meno remunerativa di quella della editoria cartacea, molti hanno approfittato della momentanea grave crisi mondiale per immaginare un cambio di scenario che sia domani per loro più favorevole, archiviando con leggerezza anni ed anni di esperimenti e mediazioni.

La seconda è che, come già ampiamente sperimentato in altri comparti (prima di tutto quello della distribuzione musicale), nell'ultimo decennio Internet è stata un ambiente di scambio economico capace da solo di far deflettere lo scenario. Non ci sono insomma grandi possibilità di orientarne dall'esterno le dinamiche di condivisione. O si accetta l'idea di fondo che i contenuti digitali debbano trovare un equilibrio proprio fra remunerazione e condivisione, accettando il patto col diavolo di produrre informazione e cultura per un numero assai alto di individui senza essere per questo pagati in proporzione, oppure il tentativo di controllo dei propri gioielli immessi in rete è comunque destinato a fallire. Gli editori che oggi immaginano interpretazioni più stringenti del fair use o un embargo del diritto di citazione basato sulla minaccia legale (per esempio escludendo l'uso degli aggregatori) compiono il medesimo errore che per un decennio ha insistentemente compiuto l'industria musicale trascinando in tribunale i propri clienti che condividevano in rete file mp3.

La differenza è che se i discografici hanno agitato per anni lo spettro della crisi occupazionale che Internet stava infliggendo al loro mercato (una crisi reale, pur viziata da numeri che la raccontavano spesso esagerati ad arte) oggi alcuni grandi editori agitano lo spettro di una crisi che non è nemmeno loro o che incide su di loro da altre parti, praticamente senza toccare il comparto Internet.

Massimo Mantellini
Manteblog

Tutti gli editoriali di M.M. sono disponibili a questo indirizzo
8 Commenti alla Notizia Contrappunti/ Editori, tra carta e bit
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  • >noto ai più che la diluizione omeopatica del prezzo della informazione ha ottime, argomentate ragioni per essere considerato come un sistema inattuabile.

    Argomento interessante. Intuisco che è ragionevole ma vorrei saperne di più.
  • La crisi non è di ieri e credo che in gran parte dipenda dalla propensione dell'editoria (io parlo di quella italiana)ad una politica legata esclusivamente al businnes economico.Poca cura dei quotidiani,trascuratezza dei contenuti,delle notizie, scoop trascinati per giorni,poca cultura se non di facciata e..troppi legami con poteri forti che alla fine condizionano.So che non tutti possono nascere dei Montanelli, ma se devo scrivere per terzi, forse c'è qualcosa che non va. Chi acquista per conoscere vuole la notizia pura, non viziata da questo o da quell'intervento, il quale appare sempre poco opportuno. Alla fine non si è perso solo il cliente di passaggio, che dava gli alti e i bassi delle vendite, ma il lettore di sempre che assicurava la stabilità delle testate. E poi il peccato più grande che è imperdonabile sotto l'aspetto del marketing, le regalie editoriali. E' assurdo pensare che ci possa essere qualcuno che regala giornali solo con il fine ultimo di "diffondere pubblicità". Come possono chiamare questi strumenti <<comunicazione>> e addirittura sostenerli con degli articoli della costituzione a garanzia dell'informazione? Pertanto si una crisi colpevole, ma sotto sotto morti i vecchi Rusconi, Mondadori, Rizzoli tutto si è perso.

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    Modificato dall' autore il 14 aprile 2009 10.44
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    Modificato dall' autore il 14 aprile 2009 10.48
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  • Sarò un dinosauro, ma preferisco ancora leggere le notizie sulla testata di origine piuttosto che su aggregatori e blog assortiti. Mi piace leggere l'articolo seguendo il rimando dalla copertina, vedere in quale contesto è inserito, leggere i commenti dei lettori, leggere o rileggere gli articoli correlati, rimanendo sulla testata.

    Mi piace insomma "leggere il giornale" piuttosto che ingoiare rapidamente pillole di informazione aggregate alla "come viene". Per continuare a farlo sono anche disposto a pagare, esattamente come (se avessi il tempo poi di leggerlo sul serio) continuerei ad acquistare i quotidiani in edicola.

    Sono convinto di non essere il solo ma, come cedo molti miei "simili", non sono disposto ad abbonarmi e quindi sostenere una testata che si accontenta di veline e copia e incolla, di giornalisti che non rispondono ai lettori nemmeno sotto tortura, di editori di testate senza linea editoriale, di giornalisti sgrammaticati o quasi. Nei giornali c'è troppa roba messa li per riempire gli spazi vuoti tra una inserzione publicitaria ed un'altra, questa è la verità. Siccome sulla carta stampata il "buco" non è ammesso, online si fa lo stesso. Più che editoria, arredamento.

    Eppure gli spazi potrebbero essere riempiti in cento modi (visto che online il costo industriale dello spazio è zero), ad esempio con UGC di qualità retribuiti onestamente, selezionati ed organizzati.

    Alessandro Nasini
  • possono mettere a pagamento l'informazione delle vecchie sigle editoriali anche domani mattina

    la mia reazione? mi rivolgerò altrove
    cosa ci guadagnano? la perdita di un lettore, ossia di un 1 che normalmente fanno valere in sede di stipula dei contratti pubblicitari

    se veramente vogliono risollevare le sorti delle loro imprese la ricetta è semplice ... tornino a fare gli editori invece di fare i divulgatori delle veline preparate negli uffici stampa

    da quanto tempo che sui giornali generalisti non leggo un bel pezzo di giornalismo d'inchiesta. quello dove è il giornalista a scovarsi la notizia, a collegare fatti e persone, a dare un'ipotesi ... molto più comnodo riportare (col virgolettato così non rischiamo nulla, mi raccomando) il pensiero del sostituto procuratore o del politico/potente di turno.

    i lettori vanno dove c'è buona informazione. dove ci sono i lettori c'è anche un buon business pubblicitario. far pagare quello che offrono oggi è tendenzialmente suicida.
  • - Scritto da: deathspell
    > possono mettere a pagamento l'informazione delle
    > vecchie sigle editoriali anche domani
    > mattina
    >
    > la mia reazione? mi rivolgerò altrove
    > cosa ci guadagnano? la perdita di un lettore,
    > ossia di un 1 che normalmente fanno valere in
    > sede di stipula dei contratti
    > pubblicitari
    >
    > se veramente vogliono risollevare le sorti delle
    > loro imprese la ricetta è semplice ... tornino a
    > fare gli editori invece di fare i divulgatori
    > delle veline preparate negli uffici
    > stampa
    >
    > da quanto tempo che sui giornali generalisti non
    > leggo un bel pezzo di giornalismo d'inchiesta.
    > quello dove è il giornalista a scovarsi la
    > notizia, a collegare fatti e persone, a dare
    > un'ipotesi ... molto più comnodo riportare (col
    > virgolettato così non rischiamo nulla, mi
    > raccomando) il pensiero del sostituto procuratore
    > o del politico/potente di
    > turno.
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    > i lettori vanno dove c'è buona informazione. dove
    > ci sono i lettori c'è anche un buon business
    > pubblicitario. far pagare quello che offrono oggi
    > è tendenzialmente
    > suicida.

    Come non quotarti, indagine? hahahahaha, ma dove, scrivono articoli pre stampanti, epurati in base alla classe politica del momento, omettono notizione da scoop giornalistico solo perchè "offenderebbe" tizio o caio o questa o quella religione, non portano nemmeno tutta la cronaca, omettono fatti, in pratica ti dicono solo quello che vogliono e pure filtrato, noi dovremmo comprali? hahahaha!!

    Se fino a qualche anno fa bastava stampare un giornale per venderlo, adesso il pane te lo devi guadagnare, peccato che pensano solo a fare soldi con pubblicità e favori invece di stampare notizie vere!!!
    non+autenticato
  • Già.
    A parte poche eccezioni (Report, Travaglio, Rizzo & Stella), nessuno rischia più per fare giornalismo d'inchiesta.
    E si vede...
    non+autenticato
  • Anche se non avessero nemmeno un lettore, straguadagnerebbero di contributi statali.Triste
    Vogliono vivere di pagamenti dai loro lettori? HAH!
    Che ci provino, voglio proprio vedere.
    Senza i fantastiliardi di soldi pubblici.

    CYA
    non+autenticato
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