Alfonso Maruccia

I costi ambientali dello spam

Lo spam è inquinamento. E risulta insostenibile non solo per le caselle email. Un nuovo rapporto evidenzia dove e quando la posta spazzatura inquina di più

Roma - Si fa presto a dire spam, e i numeri complessivi del fenomeno aiutano: per Microsoft è spam il 97% delle mail in circolazione, Symantec è sostanzialmente d'accordo e il worm Conficker si è giustappunto evoluto in una botnet spara-spazzatura. Tra i tanti numeri dello spam c'è chi ha provato a quantificarne l'impatto sui costi energetici e sull'inquinamento: i risultati sono contenuti in un rapporto realizzato da ICF International e commissionato dalla società di sicurezza McAfee.

Lo studio, dal titolo The Carbon Footprint of Spam, sostiene che tutta la posta indesiderata spedita e ricevuta nel mondo (62 milioni di miliardi) consuma la bellezza di 33 miliardi di chilowattora di energia ogni anno, la stessa quantità di energia necessaria a tenere in funzione 2,4 milioni di abitazioni statunitensi e circa 3,1 milioni di automobili. Ogni singolo messaggio indesiderato genera 0,3 grammi di biossido di carbonio, per un totale di 17 milioni di tonnellate di CO2 che ogni anno contribuiscono all'effetto serra.

La metodologia seguita da ICF International prevede che a ogni "passaggio" della comunicazione-spam in rete venga assegnato un certo rate di energia consumata, prendendo quindi in considerazione la raccolta (magari illecita) di indirizzi email da spammare, la distribuzione di tali mailbox e relativi messaggi da spedire attraverso le botnet o i server di invio, la trasmissione vera e propria attraverso l'hardware di rete, la ricezione e il "trattamento" vero e proprio, le azioni dell'utente finale e la scrematura dei falsi positivi nel filtro anti-spam in locale.
Anche se i relatori dello studio non rivelano con precisione le modalità di misurazione della quantità di energia consumata in ogni processo, limitandosi a spiegare che essa rappresenta la differenza tra un computer in stato "idle" e uno all'opera sullo spam, i risultati collezionati sembrano avere un senso ben chiaro: il momento in cui il consumo è più alto è quello alla fine della catena dello spam, quando l'utente è costretto a impegnare il PC per leggere la spazzatura che non è stata doverosamente tritata dai filtri.

La gestione degli invii ha costi energetici decisamente abbordabili, e raramente ci sono momenti in cui tali costi superano il 2% del budget energetico complessivo necessario all'intero sistema. I costi cominciano invece a crescere di parecchio quando si passa ai filtri sui server (il 16% della "bolletta"), e al recupero dei falsi positivi erroneamente marcati come spam dai filtri locali (27%). Più della metà del costo energetico ricade infine sulla visualizzazione dello spam scampato alla tritatura e la sua successiva riclassificazione per lo smaltimento-rifiuti.

Lo studio calcola che il filtering a livello di server contribuisce a risparmiare 135 TWh (Terawatt orari) ogni anno, l'equivalente di 2,3 milioni di auto su strada. E per quanto riguarda l'utenza finale, infine, sicuramente l'anello più debole della catena dello spam, l'unico modo di ridurre i costi è quello di implementare filtri sempre più avanzati e capaci di rispondere colpo su colpo ai trucchi con cui gli spammer camuffano la propria messaggistica nel tentativo di finire nella agognata inbox.

Alfonso Maruccia
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