Roma - Un consorzio per combattere il riuso indiscriminato dei contenuti editoriali da parte degli splogs. Lo hanno creato alcuni editori americani sotto le insegne del
Fair Syndication Consortium. Niente anatemi
à la Associated Press questa volta, ma semplicemente la richiesta agli
ad networks di pagare una quota dei proventi pubblicitari associati alla riproduzione integrale (e priva di rimandi alla fonte) dei materiali originali.
L'idea dietro il progetto, che coinvolge attori come Reuters, il gruppo
Magazine Publishers of America e Politico, non è esattamente nuova. Non diversamente da molti loro colleghi, infatti, i promotori di Fair Syndication Consortium
ritengono che gli editori abbiano diritto a parte dei proventi pubblicitari collegati alla riproduzione dei loro materiali ai quattro angoli della rete.
Quel che invece è più innovativo è l'approccio attraverso il quale tale obiettivo viene perseguito. Intanto,
osserva TechCrunch, FSC non intende perseguire indiscriminatamente
tutti i siti che riproducono i loro materiali, ma soltanto
quelli che li ripubblicano in versione integrale e senza citarne la fonte originale (i cosiddetti
spam blog o
splog.)
Inoltre, secondo elemento di novità, FSC non ha intenzione di perseguire gli "abusivi" attraverso inseguimenti caso per caso, con migliaia di richieste di rimozione o chiusura. Invece,
spiega Out-Law.com, FSC punta a
trattare direttamente con gli advertising network che riforniscono di banner tali siti, chiedendo loro una quota dei proventi pubblicitari collegati alle pagine "clonate".
Stando ai risultati presentati in una riunione dello scorso gennaio, e ripresi dallo stesso
TechCrunch, la riproduzione integrale e incontrollata dei contenuti altrui frutterebbe annualmente agli splog entrate pubblicitarie di diverse decine di milioni di dollari (l'entità precisa varia a seconda del valore attribuito al singolo click sui banner). E, dato ancora più significativo, la quasi totalità (94%) dei banner presenti su tali siti provengono da tre soli provider: DoubleClick, AdSense e Yahoo. Da qui, almeno secondo i promotori del Consorzio, la possibilità (e desiderabilità) di procedere attraverso negoziazioni dirette con gli
ad network. Gli strumenti necessari per il monitoraggio, l'attribuzione e la contabilizzazione relativamente alle richieste di rimborso sarebbero garantiti da un altro dei promotori del progetto, la start- up
Attributor,
specializzata proprio in tracking sul riuso dei contenuti audio-video in rete.
Ma non è tutto così semplice. Stando a quanto
riportato da
The Register, infatti, nessuno dei gruppi editoriali più grandi (eccezion fatta per Reuters) ha ancora sottoscritto l'accordo. E anche lo stesso Erick Schonfeld di
TechCrunch, che pure si mostra cautamente favorevole all'iniziativa, sottolinea come la richiesta di corrispettivi economici non sia necessariamente la miglior strada da battere.
L'approccio selettivo promosso dal Fair Syndication Consortium apparirebbe più equilibrato e praticabile rispetto alla politica delle invettive,
recentemente rilanciata da Associated Press. Ma anche così alcuni nodi restano insoluti. E non si tratta solo di nodi relativi all'individuazione di nuovi modelli di business per i giornali. Ma di questioni più profonde, che hanno a che fare con la visione complessiva della rete e del suo ruolo rispetto all'editoria. Perché per ogni
Eric Schmidt che si dichiara alleato degli editori - e magnifica la capacità di internet di portare
traffico di qualità ai giornali - continuano ad esserci dall'altra parte editorialisti come
Maureen Dowd che attribuiscono a Google (e non alla propria capacità di innovare) la responsabilità dei fallimenti dell'editoria.
Giovanni Arata