Paolo De Andreis

Le parole della Rete

di Paolo De Andreis - Siamo alle soglie di una nuova era eppure siamo ancora costretti a parlare del copyright e dei pericoli che rappresenta per la rete. La politica? Colonizzata da interessi di nicchia

Le parole della ReteRoma - Non sapevamo ieri e non sappiamo oggi dove porterà l'interazione elettronica tra gli umani, non abbiamo alcuna idea delle conseguenze macrosociali e macroeconomiche della grande novità, o cosa significhi il fatto che gli uomini e le donne, e i loro dispositivi, possano interagire tra di loro, many-to-many, come mai prima, per giocare, lavorare, costruire cose insieme, dibattere sul proprio futuro e prendere delle decisioni. Ci troviamo all'alba di una nuova era per l'umanità, figlia di una svolta paragonabile soltanto all'invenzione della scrittura e della stampa, in cui si dischiudono nuove promesse per il presente e il domani di noi tutti. Tra queste: maggiore comprensione tra i popoli, più rapida circolazione delle idee, aumento del loro numero e della loro qualità, fervore creativo in continuo rinnovamento, dibattito permanente a livello locale, nazionale ed internazionale su pressoché l'intero scibile umano, diffusione della cultura, accelerazione della ricerca scientifica e tecnologica. Soprattutto, Internet promette partecipazione e sviluppo della partecipazione, è un grimaldello contro l'isolamento assassino di intere popolazioni vittime di regimi totalitari ma è anche il canale di riscossa di popoli che abbracciando il digitale proiettano la propria società verso un più grande benessere e una maggiore coesione sociale. Se il mondo ha una speranza di entrare un giorno in una nuova era superando le sue divisioni e riducendo il divide culturale ed economico che è spesso la causa prima delle tensioni internazionali questa speranza è Internet. Non ce n'è altre. La rete è destinata ad impattare su tutto, e mica solo sull'economia o sull'ambiente, ma sulla percezione di sé, del proprio corpo e della propria famiglia, sull'identità personale e nazionale, sulla sessualità, sulla privacy, sui valori, che non sono immutabili come qualcuno vuol far credere ma sono anch'essi, e meno male, in continua evoluzione, così come i comportamenti dell'umanità, quella digitalizzata in primis.

A fronte di tutto questo ecco che ci costringono a parlare di copyright. Siamo ancora qui. La politica sospinta da interessi tutt'altro che cristallini anziché porre al centro l'inclusione digitale, la diffusione dell'accesso, la cooperazione digitale internazionale, nella sua agenda continua a porre in primo piano una questione vecchia di anni. Una questione rilevante, eppure di piccole dimensioni rispetto all'enormità del cambiamento in atto. Come risolvere "il problema del copyright", o come garantire ai produttori il ritorno di investimenti, non è cosa che riguardi Internet o i suoi abitanti. Non è Internet il problema, cioè, ma lo è semmai l'idea che la diffusione di un ambiente di comunicazione interpersonale e globale, la cui origine tecnologica non basta certo a spiegarne la natura né la portata, possa non avere un impatto drammatico sulle strutture tradizionali, sull'economia tradizionale, e quindi sullo status quo degli interessi industriali. Eppure, appunto, siamo ancora qui a doverci occupare di copyright.

Trovo entusiasmante il lavoro compiuto dai sostenitori del copyleft, tra i quali nel mio piccolo colloco anche me stesso, per individuare, ideare e proporre modi alternativi della produzione creativa, alternativi al copyright. ╚ entusiasmante perché indaga sui nuovi scenari della produzione intellettuale e della diffusione della conoscenza, perché prende in mano la materia prima della nuova era, Internet, e tenta di plasmare un oggetto che sulla rete possa correre e svilupparsi. Soprattutto, si muove senza intaccare le promesse dell'era digitale, senza tentare di contenere il fiume che dilaga nelle campagne assetate ma, al contrario, costruisce una barca che quel fiume può navigare, e sulla quale può salire chiunque vi stia nuotando dentro.
Ed è questa la chiave: se si vuole sostenere di tenere davvero allo sviluppo di Internet, come stanno facendo in questo periodo gli industriali della musica provati da anni di guerra contro i propri consumatori, non si può allo stesso tempo cercare di realizzare nuove gabbie per nuovi comportamenti scaturiti dalle nuove opportunità, né ritenere che quel fiume in piena possa essere tenuto a bada da argini costruiti con materiali antichi. Né si può sostenere in buona fede che ciò sia dovuto. Eppure lo fanno, trascinando un'intera classe politica, con alcune luminose eccezioni, in un tunnel consociativo che si esprime in normative inadeguate, proposte fascistoidi e una pratica della società tecnologica che avvicina come mai prima democrazie e dittature in tutto il Mondo. Arrivano, si veda il recentissimo caso di Warner, a denunciare gente come Lawrence Lessig, personalità che da lungo tempo avrebbero dovuto corteggiare per darsi una speranza di cambiamento reale in linea con l'avvento dell'era digitale, e magari costruire un'alternativa alla contrazione dei profitti.

Sono questi i dirigenti industriali che oggi sostengono di aver finalmente compreso lo spirito della rete, di non voler più sbagliare. Sono loro che hanno fatto chiudere Napster, perseguito Kazaa e demonizzato quella meraviglia di Gnutella, sono quelli che hanno messo nei guai migliaia di utenti, che hanno spinto i propri referenti politici alla realizzazione di leggi liberticide, che confondono lotta alla pedofilia violenta con la difesa del diritto d'autore, sono loro i darth vader del CSS, del DRM, del Trusted Computing, della data retention, della deep packet inspection, della Dottrina Sarkozy.

Oggi i creativi sono sempre più spesso imprenditori di se stessi, sempre meno devono ricorrere ai rigidi meccanismi dell'industria tradizionale, sviluppano sempre più un rapporto diretto con il proprio pubblico, e questo è spesso pronto a dialogare con loro, persino a contribuire fattivamente a quelle produzioni avendo ora la possibilità tecnologica di farlo. ╚ un processo lento ma corrosivo, e inevitabile. Quello che sta finendo non è né la produzione musicale né quella cinematografica, giusto per citare il refrain ossessivo di certi dirigenti industriali, sta invece esaurendosi un vecchio modo di concepire l'una e l'altra. Se ne affacciano di nuovi, di cui le nuove tecnologie altro non sono che gli strumenti, in cui sono le persone, i loro nomi e i loro volti, a mettersi direttamente sul mercato, senza intermediari o con intermediari squisitamente tecnici, di servizio. Il mercato stesso non è più l'audience, è la community. La musica e il cinema esistevano e progredivano ben prima che qualcuno li trasformasse in un grosso business, hanno cambiato natura da allora e la cambieranno ancora. Tutto fluisce, tutto cambia. Ed è entusiasmante. Ed è questo che dovrebbe imporre alla politica di farsi carico dell'inclusione digitale quale primo strumento di innovazione e cambiamento, unica vera arma dello sviluppo in un mondo sovraffollato e diseguale.

Sulla debacle prima di tutto culturale dell'industria dei contenuti alle prese con Internet da anni si consumano tastiere di computer in ogni dove, vi sono miriadi di siti dedicati e spesso sui blog più interessanti non si parla d'altro. Se questo accade è perché quell'industria ha colonizzato da tempo la politica e ne detta l'agenda, trasformando i propri piccoli interessi in affari di stato di cui siamo costretti ad occuparci anziché lavorare su fronti assai più interessanti. Il copyright e chi lo difende ad oltranza rappresenta oggi il più grande ostacolo sulla via dell'innovazione socio-culturale innestata da Internet. Che certi esponenti politici possano prenderne atto è ingenuo sperarlo, che lo facciano gli elettori europei, invece, è un sogno con il quale di quando in quando è bello svegliarsi. Rende più leggeri e luminosi questi giorni di primavera.

Paolo De Andreis
il blog di pda
38 Commenti alla Notizia Le parole della Rete
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  • Parole sobrie ma inutili.
    Questo 5░potere che è diventato INFERNET,stà proponendo una fiscalizzazione inutile e perditempo(IMMETTI questo qua,quell'altro là,quante volte vai alla toilette),siti che per farti scaricare cose non loro (vedi troppi opensource,davvero liberi già!!!!),vogliono la registrazione,procedure da uffici del demanio o peggio,gente sempre più cafona e maleducata nei forum,insomma l'esatto specchio della nostra decaduta e pericolosa società.Non Ne basta una fuori rete per crearne una telematica (di società corrotta e imbecille????).....?
    non+autenticato
  • Aggiungo un contributo piccolo, nel tentativo di comprendere nel tuo discorso una parte di "non detto" che io trovo ogni giorno piu' consistente.

    Se per caso in un mattino di maggio, dotati di opportune cesoie si potesse sfrondare lo sfrondabile dallo scenario che disegni, sgombrando il campo da imbarazzanti e noti impedimenti (ne elenco alcuni se vuoi, gli estremisti della IP, la catena infinita dei mediatori inutili, l'ipertrofia del marketing che mantiene se stesso) che hanno avvelenato (e tuttora avvelenano) innovazione e libera circolazione della conoscenza, cosa ci rimarrebbe? C'e' da chiederselo. Io - sara' l'eta' - diffido ormai da tempo di pratiche automagiche (tantomeno se indotte dalle tecnologie) capaci di elevare gli animi e le menti dei cittadini del mondo. Credo insomma che una volta raggiunta una anche solo modesta considerazione di se' la societa' digitale lo stesso debba immaginarsi all'interno di meccanismi economici noti.

    Sospetto che torni utile una mediazione il piu' possibile illuminata, sospetto che le battaglie civili servano e siano anzi necessarie, ma che il mondo che ci aspetta sia ancora una volta il risultato di un compromesso. Forse non e' bello da dire ma temo sia cosi'.

    Come sai ho messo assieme in questi anni alcune nuove imbarazzanti consapevolezze sul mercato e sulle sue esigenze: queste non hanno spostato di un millimetro certe convinzioni infantili (uso infantili in senso assai positivo se anche non sembrasse) che ho sempre coltivato qui su PI e altrove ma ne hanno aggiunte di nuove. Io a differenza tua credo per esempio che il copyleft sia una sorta di infatuazione adolescenziale (uso adolescenziale nella sua accezione nota di periodo travagliato e aleatorio), che la produzione dei contenuti non possa essere governata fuori da una gestione minima dei diritti (per lo meno non ora, non dopo una oligarchia industriale becera e passatista) e che i meccanismi di selezione che gli stessi "consumatori" inconsciamente compiono siano gia' di per se stessi "mercato", crazione di valore,produzione di una classifica.

    La debacle della industria multimediale (debacle poi, ci sarebbe da discuterne) e' il tentativo suicidiario di un gruppo piccolo e compatto incrinato dalla migrazione tecnologica ma non e' la fine del mercato dei contenuti. E di questo mercato tocca aver cura in quanto attuale indispensabile mediatore della continuita' culturale se non magari nostra, di una vasta platea di cittadini il cui accesso all'arte, alla musica ed alla cultura in genere e' il vero tema di cui occuparci.

    un abbraccio
    M.
  • caro massimo

    - Scritto da: massimo mantellini
    > Aggiungo un contributo piccolo, nel tentativo di
    > comprendere nel tuo discorso una parte di "non
    > detto" che io trovo ogni giorno piu' consistente.

    avendo già letto il resto dico subito che, a mio parere, questo "non detto" non può essere compreso nel discorso: è antitetico ad esso

    > Se per caso in un mattino di maggio, dotati di
    > opportune cesoie si potesse sfrondare lo
    > sfrondabile dallo scenario che disegni,
    > sgombrando il campo da imbarazzanti e noti
    > impedimenti (ne elenco alcuni se vuoi, gli
    > estremisti della IP, la catena infinita dei
    > mediatori inutili, l'ipertrofia del marketing che
    > mantiene se stesso) che hanno avvelenato (e
    > tuttora avvelenano) innovazione e libera
    > circolazione della conoscenza, cosa ci
    > rimarrebbe? C'e' da chiederselo.

    gli imbarazzanti e noti impedimenti esistono all'incirca da meno di centinaio d'anni, ma facciamo anche da un paio di secoli: prima, per milioni d'anni, l'essere umano ha costantemente innovato e la conoscenza ha comunque circolato (nonostante gli scarsi "mezzi" di diffusione e altri "tipi" di impedimento)

    per cui, la risposta la dai tu stesso: sgombrato il campo dagli imbarazzanti e noti impedimenti, restano innovazione e libera circolazione della conoscenza

    > Io - sara'
    > l'eta' - diffido ormai da tempo di pratiche
    > automagiche (tantomeno se indotte dalle
    > tecnologie) capaci di elevare gli animi e le
    > menti dei cittadini del mondo.

    concordo sulla premessa...

    > Credo insomma che
    > una volta raggiunta una anche solo modesta
    > considerazione di se' la societa' digitale lo
    > stesso debba immaginarsi all'interno di
    > meccanismi economici noti.

    ... ma non capisco come ne consegua questa affermazione

    intanto, "società digitale" è un concetto troppo astratto e generale, per cui non si capisce bene di chi/cosa si sta parlando

    qualunque cosa sia, la "società digitale" non ha vita propria e, indipendentemente da come essa si auto-rappresenti, è suo malgrado (se così si può dire) costretta entro i meccanismi economici che ci opprimono e che, guarda caso, sono proprio quelli che determinano e mantengono quegli imbarazzanti e noti impedimenti di cui si parlava...

    per cui, l'eventuale esistenza di una "società digitale" non può che essere pensata al di fuori dei meccanismi economici noti che, al contrario, cercano di soffocarne ogni respiro

    > Sospetto che torni utile una mediazione il piu'
    > possibile illuminata, sospetto che le battaglie
    > civili servano e siano anzi necessarie, ma che il
    > mondo che ci aspetta sia ancora una volta il
    > risultato di un compromesso. Forse non e' bello
    > da dire ma temo sia cosi'.

    questo, per quanto probabile, è esattamente ciò a cui ci si deve opporre

    ancora una volta però non capisco: accettare in partenza anche solo l'idea del compromesso (come appare dalle tue parole) è in contraddizione evidente col dire che che "le battaglie civili servano e siano anzi necessarie"...

    [...]
    > Io a
    > differenza tua credo per esempio che il copyleft
    > sia una sorta di infatuazione adolescenziale (uso
    > adolescenziale nella sua accezione nota di
    > periodo travagliato e aleatorio), che la
    > produzione dei contenuti non possa essere
    > governata fuori da una gestione minima dei
    > diritti (per lo meno non ora, non dopo una
    > oligarchia industriale becera e passatista)

    e perché mai?

    come già detto prima, l'essere umano ha costantemente innovato e la conoscenza è stata comunque prodotta ed ha comunque circolato anche senza alcuna gestione dei diritti, ancorché minima

    > e che
    > i meccanismi di selezione che gli stessi
    > "consumatori" inconsciamente compiono siano gia'
    > di per se stessi "mercato", crazione di
    > valore,produzione di una
    > classifica.

    anche su questo aspetto l'obiezione al tuo ragionamento sta nelle tue stesse parole, anzi nella parola "inconsciamente": trattandosi di comportamenti inconsci, o meglio indotti, non sono i "consumatori" o il "mercato" (che è la più geniale delle invenzioni) a creare valore... sono quegli stessi "meccanismi economici noti" citati prima che auto-producono artificiosamente (a proprio esclusivo vantaggio) valori e classifiche usando, fra le altre cose, il copyright per mantenere un "mercato" di valori del tutto fittizio che altrimenti non esisterebbe

    il "diritto" (in senso giuridico) di copia ne è una prova

    > La debacle della industria multimediale (debacle
    > poi, ci sarebbe da discuterne) e' il tentativo
    > suicidiario di un gruppo piccolo e compatto
    > incrinato dalla migrazione tecnologica

    suicidiario? non sembrerebbe... anzi...

    > ma non e'
    > la fine del mercato dei contenuti.

    appunto...

    > E di questo
    > mercato tocca aver cura in quanto attuale
    > indispensabile mediatore della continuita'
    > culturale se non magari nostra, di una vasta
    > platea di cittadini il cui accesso all'arte, alla
    > musica ed alla cultura in genere e' il vero tema
    > di cui
    > occuparci.

    mi pare questo un ragionamento quantomeno paradossale

    se si può discutere della necessità che vi sia una sorta di mediazione della continuità culturale (e allora sarebbe meglio parlare di supporto o facilitazione o sostegno, piuttosto che di mediazione), è davvero curioso pensare che "questo mercato" (quello degli "imbarazzanti e noti impedimenti") sia il soggetto più adatto a un tale scopo...

    a meno che, dicendo di "aver cura" di questo mercato, tu in realtà indendessi suggerire di praticarvi una qualche forma di eutanasia...

    sperando di aver contribuito utilmente alle tue riflessioni,
    saluti
    non+autenticato
  • - Scritto da: CCC

    PS:

    naturalmente non intendevo rispondere a nome di altri al tuo post...

    sono solo alcune considerazioni personali...

    CCC
    non+autenticato
  • Mi trovo del tutto d'accordo con CCC.
    Mantellini parte da premesse realiste in apparenza, ciniche nella sostanza, conformiste nelle conclusioni.
    Sarà per questo che quando leggo i suoi articoli mi torna sempre in mente Lyotard: l'adozione di un approccio performativo non resta senza conseguenze sui criteri di verità e giustizia. Nel postmoderno, le possibilità che qualcosa venga considerato "possibile" e "giusto", sono direttamente proporzionali alla possibilità di eseguirlo (o renderlo reale).       
    Di qui il cinismo realista che scambia i propri ostacoli epistemologici per "il mondo là fuori": il mercato è qui per restare, è una realtà con cui fare i conti, è addirittura un "nuovo spazio antropologico" (lo spazio delle merci di Pierre Levy). Eh già, chi pensava ingenuamente che il capitalismo, poiché è nato, dovesse anche morire è in errore: per questi maitre à penser è già natura.
    non+autenticato
  • - Scritto da: gabriella giudici
    > Mi trovo del tutto d'accordo con CCC.
    > Mantellini parte da premesse realiste in
    > apparenza, ciniche nella sostanza, conformiste
    > nelle conclusioni.
    >
    > Sarà per questo che quando leggo i suoi articoli
    > mi torna sempre in mente Lyotard: l'adozione di
    > un approccio performativo non resta senza
    > conseguenze sui criteri di verità e giustizia.
    > Nel postmoderno, le possibilità che qualcosa
    > venga considerato "possibile" e "giusto", sono
    > direttamente proporzionali alla possibilità di
    > eseguirlo (o renderlo reale).    
    >
    > Di qui il cinismo realista che scambia i propri
    > ostacoli epistemologici per "il mondo là fuori":
    > il mercato è qui per restare, è una realtà con
    > cui fare i conti, è addirittura un "nuovo spazio
    > antropologico" (lo spazio delle merci di Pierre
    > Levy). Eh già, chi pensava ingenuamente che il
    > capitalismo, poiché è nato, dovesse anche morire
    > è in errore: per questi maitre à penser è già
    > natura.

    ottimo intervento!

    un respiro d'aria pura!

    hai riassunto in 10 righe quello che probabilmente non riuscirei a dire in 100 righe...

    l'unico "problema" (credo comune a tutti quelli intervenuti in questo thread) è che probabilmente pochissimi degli eventuali lettori di queste "nostre" riflessioni hanno una qualche consapevolezza sul tema
    non+autenticato
  • CCC scrive:

    l'unico "problema" (credo comune a tutti quelli intervenuti in questo thread) è che probabilmente pochissimi degli eventuali lettori di queste "nostre" riflessioni hanno una qualche consapevolezza sul tema.

    Penso che il bello di parlarsi in pubblico su una rete aperta sia proprio questo: impariamo tutti cose che non credevamo nemmeno esistenti.

    Prendo, però, la tua riflessione come invito a spendere qualche riga in più per chi ha altri riferimenti.
    non+autenticato
  • Ciao, condivido molte delle cose che dici e le trovo molto stimolanti per diversi aspetti. Però quando scrivi

    > per cui, l'eventuale esistenza di una "società
    > digitale" non può che essere pensata al di
    > fuori
    dei meccanismi economici noti che, al
    > contrario, cercano di soffocarne ogni
    > respiro

    su questo ho le idee meno chiare. A mio avviso non c'è molto da pensareOcchiolino nel senso che il solo fatto che esista una comunicazione many-to-many declinata in innumerevoli forme dà di per sé vita ad un nuovo mondo, di cui stiamo vedendo, credo, l'alba.
    che vi siano interessi economici più o meno vecchi che vi ruotano attorno è del tutto naturale, quello che credo non vada perso di vista, però, è che lo sviluppo di questo "nuovo mondo" non possa soggiacere ad interessi industriali di nicchia, perché troppo rilevante per il presente e penso soprattutto per il futuro dell'umanità e del pianeta è la sua affermazione.
    ciao
  • Caro Massimo
    condivido molto di quello che dici, sono riflessioni che prendono atto di quanto sta avvenendo, e quando parli di compromessi credo di comprendere esattamente a cosa ti riferisci.
    Ciò che lentamente si sta aprendo la strada nelle nebbie dei miei ragionamenti sull'intera questione nasce dalla evidenza di come lo sviluppo della rete sia visto e vissuto quale dato secondario rispetto ai meccanismi che possono (o, più spesso, non possono) essere introdotti sulla rete, compresi provvedimenti che ne restringono l'afflato creativo, per adeguare la rete agli strumenti che ne hanno preceduto l'avvento. Dico ovvietà, ma mi fa bene ripeterle, è senz'altro più facile gestire una inevitabile transizione limitando quello che passa tra un computer e l'altro (o cercando di farlo, o anche solo dicendo di volerlo fare e spaventando qualcuno) piuttosto che inventare e puntare su nuovi strumenti che prendano atto di una nuova era, in cui il network personale di ciascuno si amplifica e diversifica in un modo che non ha paragoni nella storia precedente. Eppure basta vedere il successo delle imprese che hanno compreso questa novità per rendersi conto degli enormi spazi di manovra per chi ha capitali da investire (in questo senso parlavo di debacle culturale, il non aver saputo afferrare i percorsi della novità).
    Il mio riferimento al copyright è in questo quadro solo un esempio di come nell'agenda politica si sostituisca l'urgenza, a mio avviso l'inclusione digitale e lo sviluppo dell'utilizzo e comprensione di Internet, con ciò che urgente non è, ad esempio la difesa ad oltranza del diritto d'autore, ancora oggi proposto secondo meccanismi di proprietà intellettuale che a mio avviso sono semplicemente in aperto conflitto con la natura della rete.
    Lo sballamento delle priorità avviene a tutti i livelli come hai scritto tante volte, e lo vediamo ad esempio quando vengono realizzate leggi antipedoporno che in realtà sono cannoni contro l'uso di un certo protocollo di rete scomodo a certi editori.
    In realtà tutto vorrei meno che l'avvento di Internet significasse una soppressione di diritti, però vi sono diritti rilevanti ed altri che lo sono meno, e capita anche che confliggano tra loro, e questo deve imporre delle scelte, scelte politiche.
    Tornando al copyright, l'industria si agita come se un luogo nel quale gli uomini possono comunicare tra loro liberamente e coltivare la propria creatività possa davvero significare la fine di tutto. Dal loro punto di vista controllare quello che si scambiano tra loro persone libere è necessario, secondo me invece è un atto di violenza, ai limiti di una morbosità tollerabile solo quando in discussione vi siano questioni di prima grandezza (pedoporno? sicurezza nazionale? ecc.). Questo approccio basato su argini, dighe e divieti, come abbiamo spesso detto ha colonizzato la politica, che è l'unico fronte sul quale forse alcuni possono agire.
    E' possibile che il copyleft non sia una risposta percorribile (da chi però?) ma ciò che è rilevante sono le nuove possibilità, il "nuovo pensiero", che vengono indotte dalla natura della rete, e il copyleft è solo un esempio di queste, ma anche tra le più "comprensibili", perché utilizza una denominazione che ricorda e in qualche modo si contrappone al "mondo precedente" ma nel suo significato è legato a tutto tondo al "mondo nuovo", quello in cui la creatività e la diffusione della cultura viaggiano via reti e mouse, in cui il mercato della creatività non deve rispondere necessariamente a business plan e al malomarketing a cui accennavi.
    In definitiva credo che lo sballamento delle priorità rappresenti il più grosso ostacolo sulla via dell'affermazione di quel mercato di cui parli, figlio delle scelte individuali ma anche condizionato dalle capacità della politica di porre l'uso e lo sviluppo della rete al centro.
    Sono andato un po' per sommi capi, ma tanto su questo torneremo presto ulteriormente.
    Un abbraccione.
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    Modificato dall' autore il 05 maggio 2009 10.00
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  • All truth passes through three stages.
    First, it is ridiculed.
    Second, it is violently opposed.
    Third, it is accepted as being self-evident.
            Arthur Schopenhauer
            German philosopher (1788 - 1860)

    http://www.youtube.com/watch?v=2_VFKqw1q2QSorride
    non+autenticato
  • ottima citazione, decisamente illuminista il video. Non sono tempi in cui si sorride volentieri all'idea delle magnifiche sorti e progressive della tecnologia.
    non+autenticato
  • Mi sia perdonata la franchezza, ma questo articolo mi sembra il classico proclama elettorale. Tutto fumo e niente arrosto.
    E' privo di analisi e di critica. Si sostiene che il copyright è il male e il copyleft è il bene. La solita estremizzazione tanto cara agli arruffapopoli.
    Il rischio di tradire lo scopo originario di Internet e di soffocare le sue potenzialità sull'altare degli interessi di grandi gruppi industriali è senz'altro attuale. Tuttavia, demonizzare il copyright senza fare le dovute distinzioni è altrettanto pericoloso. Lo stesso Lessig, (ideatore e paladino del copyleft) non sostiene l'abolizione del diritto d'autore.
    La Convenzione di Berna - come qualcuno ha citato - appartiene senz'altro ad un'altra epoca, ma esprime principi di carattere assoluto. Non è stata scritta in una notte ed ha innanzi tutto l'obiettivo di tutelare la persona umana e la sua creatività. Essa è il frutto di un percorso giuridico di decine di secoli, di conquiste intellettuali per un vivere civile.
    Gettare frettolosamente tutto ciò nel cestino sarebbe quantomeno azzardato.
    E' certo che il diritto d'autore deve essere ripensato, ridimensionato e limitato alle autentiche opere dell'ingegno; ma è altrettanto certo che esso ha un effetto incentivante (come mostra l'analisi economica del diritto) senza il quale verrebbe meno (in parte) anche la libertà individuale.
    Anziché articoli roboanti, privi di approccio critico e analisi scientifica, schierati pro e contro il copyright come tanti soldatini, mi piacerebbe trovare approfondimenti un po' più seri sulle pagine di PI.
    Con immutata stima,
    Un affezionato lettore!
    non+autenticato
  • Caro Francesco
    mi metti in bocca parole che non ho detto per difendere ancora una volta posizioni che sono di scarsissimo interesse, come credevo di aver scritto.
    Grazie lo stesso.

    L'arrufapopoli
  • - Scritto da: Francesco Rampone
    > Mi sia perdonata la franchezza, ma questo
    > articolo mi sembra il classico proclama
    > elettorale. Tutto fumo e niente
    > arrosto.
    > E' privo di analisi e di critica. Si sostiene che
    > il copyright è il male e il copyleft è il bene.
    > La solita estremizzazione tanto cara agli
    > arruffapopoli.
    > Il rischio di tradire lo scopo originario di
    > Internet e di soffocare le sue potenzialità
    > sull'altare degli interessi di grandi gruppi
    > industriali è senz'altro attuale. Tuttavia,
    > demonizzare il copyright senza fare le dovute
    > distinzioni è altrettanto pericoloso. Lo stesso
    > Lessig, (ideatore e paladino del copyleft) non
    > sostiene l'abolizione del diritto
    > d'autore.
    > La Convenzione di Berna - come qualcuno ha citato
    > - appartiene senz'altro ad un'altra epoca, ma
    > esprime principi di carattere assoluto. Non è
    > stata scritta in una notte ed ha innanzi tutto
    > l'obiettivo di tutelare la persona umana e la sua
    > creatività. Essa è il frutto di un percorso
    > giuridico di decine di secoli, di conquiste
    > intellettuali per un vivere
    > civile.
    > Gettare frettolosamente tutto ciò nel cestino
    > sarebbe quantomeno
    > azzardato.
    > E' certo che il diritto d'autore deve essere
    > ripensato, ridimensionato e limitato alle
    > autentiche opere dell'ingegno; ma è altrettanto
    > certo che esso ha un effetto incentivante (come
    > mostra l'analisi economica del diritto) senza il
    > quale verrebbe meno (in parte) anche la libertà
    > individuale.
    > Anziché articoli roboanti, privi di approccio
    > critico e analisi scientifica, schierati pro e
    > contro il copyright come tanti soldatini, mi
    > piacerebbe trovare approfondimenti un po' più
    > seri sulle pagine di
    > PI.
    > Con immutata stima,
    > Un affezionato lettore!

    condivido tutto

    uno come te meriterebbe di scrivere un vero articolo
    non+autenticato
  • Perdonami ma proprio per quello che chiedi, tu per primo non dovresti superficialmente attribuire a Lessig il Copyleft...

    Creative Commons, Some rights reserved (Alcuni diritti riservati), simbolo CC -> Lessig, che di queste è sì ideatore e paladino.

    Copyleft, All rights reVerSed (Tutti i diritti rovesciati), simbolo C verso sinistra -> altro tizio che non nomino per evitare derive OT, e che ha concepito il Copyleft prima delle Creative Commons...
    non+autenticato
  • - Scritto da: KaysiX
    > Perdonami ma proprio per quello che chiedi, tu
    > per primo non dovresti superficialmente
    > attribuire a Lessig il
    > Copyleft...
    >
    > Creative Commons, Some rights reserved (Alcuni
    > diritti riservati), simbolo CC -> Lessig, che di
    > queste è sì ideatore e
    > paladino.
    >
    > Copyleft, All rights reVerSed (Tutti i diritti
    > rovesciati), simbolo C verso sinistra -> altro
    > tizio che non nomino per evitare derive OT, e che
    > ha concepito il Copyleft prima delle Creative
    > Commons...

    Sorride

    bravo!

    e comunque io voglio citarli (non credo sia per nulla OT rispetto al tema):
    Hill
    Hopkins
    Stallman
    non+autenticato
  • - Scritto da: Francesco Rampone
    [...]
    > E' privo di analisi e di critica. Si sostiene che
    > il copyright è il male e il copyleft è il bene.

    l'articolo non dice questo...

    > La solita estremizzazione tanto cara agli
    > arruffapopoli.

    usi una tecnica vecchi e banale... il solito sistema di "etichettare" le posizioni altrui per screditarle...

    non attacca

    > Il rischio di tradire lo scopo originario di
    > Internet e di soffocare le sue potenzialità
    > sull'altare degli interessi di grandi gruppi
    > industriali è senz'altro attuale. Tuttavia,
    > demonizzare il copyright senza fare le dovute
    > distinzioni è altrettanto pericoloso.

    e in queste tue affermazioni dove sarebbero l'analisi e la critica che dici manchino agli altri???

    quali sarebbero queste "dovute distinzioni"???

    > Lo stesso
    > Lessig, (ideatore e paladino del copyleft) non
    > sostiene l'abolizione del diritto
    > d'autore.

    altra vecchia tecnica... citare "al contrario", dicendo cosa NON dice la fonte citata...

    non attacca

    > La Convenzione di Berna - come qualcuno ha citato
    > - appartiene senz'altro ad un'altra epoca, ma
    > esprime principi di carattere assoluto. Non è
    > stata scritta in una notte ed ha innanzi tutto
    > l'obiettivo di tutelare la persona umana e la sua
    > creatività. Essa è il frutto di un percorso
    > giuridico di decine di secoli, di conquiste
    > intellettuali per un vivere
    > civile.
    > Gettare frettolosamente tutto ciò nel cestino
    > sarebbe quantomeno
    > azzardato.

    ancora con questi mezzucci... ora stai generalizzando...

    non si parlava del "tutto" ma di una cosa specifica: il copyright... tu invece "inventi" presunte posizioni su un piano più generale ed astratto...

    non attacca

    > E' certo che il diritto d'autore deve essere
    > ripensato, ridimensionato e limitato alle
    > autentiche opere dell'ingegno;

    quali sarebbero le "autentiche opere di ingegno"???
    puoi dare una definizione?
    puoi dire come si distinguono dalle altre opere di ingegno?

    c'è anche una sola opera di ingegno che non sia "realizzata" per un buon 99,9% del patrimonio di conoscenza ed esperienze comuni accumulate dall'essere umano in milioni di anni?

    con quale diritto qualcuno può "appropriarsi" di una intera opera di ingegno in virtù di un (ipotetico) 0.1% che ci mette di suo?
    e come la mettiamo col 99.9% di quel patrimonio di conoscenza ed esperienze comuni che, in questo modo, viene ad essere "espropriato" alla collettività?

    > ma è altrettanto
    > certo che esso ha un effetto incentivante (come
    > mostra l'analisi economica del diritto)

    a quale analisi ti riferisci?
    hai qualche fonte da citare o è l'ennesimo trucchetto di inventare un qualche fondamento ad una improbabile tesi richiamando "fonti" inesistenti???

    e se anche fosse...
    il copyright è funzionale al modello di economia che lo "sostiene": semmai mi stupirei se NON ci fosse una qualche analisi economica che "dimostra" l'utilità del copyright stesso...

    quindi: questa la tua argomentazione vale meno di zero...

    > senza il
    > quale verrebbe meno (in parte) anche la libertà
    > individuale.

    ancora con questi giochetti!... questa è la tecnica del "bau bau il lupo cattivo" o del "o è come dico io o è il finimondo"...

    non attacca

    > Anziché articoli roboanti, privi di approccio
    > critico e analisi scientifica, schierati pro e
    > contro il copyright come tanti soldatini,

    che c'è di male ad esprimere una opinione?

    > mi piacerebbe trovare approfondimenti un po' più
    > seri sulle pagine di
    > PI.

    di questi approfondimenti è pieno il mondo (il web in particolare)... purtroppo non sono tanti quelli seri...

    di sicuro il tuo post non ne ha aumentato il numero...
    non+autenticato
  • - Scritto da: CCC
    > - Scritto da: Francesco Rampone
    > > E' privo di analisi e di critica. Si sostiene
    > che
    > > il copyright è il male e il copyleft è il bene.
    >
    > l'articolo non dice questo...

    Così precisa anche l'autore e ne prendo atto.

    > quali sarebbero queste "dovute distinzioni"???

    Come ha giustamente sottolineato KaysiX, mi riferisco a forme attenuate di copyright. Insomma, non l'abolizione del diritto d'autore, ma una sua sostanziale riduzione anche diversificata in funzione del tipo di opera protetta e di ambito di sfruttamento. Ovviamente non è questa la sede per approfondimenti, ma, ad esempio, una puntata di Matrix potrebbe essere trattata diversamente da una puntata di "Un medico in famiglia". Utilizzare un'opera pittorica altrui per farne dei poster dovrebbe essere considerato in modo assai diverso dal pubblicare tale opera su un sito Internet che tratta della biografia dell'autore.

    > > E' certo che il diritto d'autore deve essere
    > > ripensato, ridimensionato e limitato alle
    > > autentiche opere dell'ingegno;
    >
    > quali sarebbero le "autentiche opere di
    > ingegno"???
    > puoi dare una definizione?
    > puoi dire come si distinguono dalle altre opere
    > di
    > ingegno?

    Mi riferifo segnatamente ai programmi per elaboratore, alle banche dati e al design industriale che poco/niente hanno a che fare con l'originaria matrice creativa delle opere dell'ingegno.

    > > ma è altrettanto
    > > certo che esso ha un effetto incentivante (come
    > > mostra l'analisi economica del diritto)
    >
    > a quale analisi ti riferisci?

    Le fonti sono numerose. In particolare, sul diritto d'autore, non si può prescidere da lavoro di Landes W.M. and Posner R.A. The economic structure of intellectual property law, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, Massachussetts e London, 2003.
    Anche questi autori concludono con una forte critica al sistema attuale del copyright statunitense, ma non si spingono fino alla sua abolizione.

    > > senza il
    > > quale verrebbe meno (in parte) anche la libertà
    > > individuale.

    Oltre che nei preamboli di vari trattati, il diritto d'autore (e non solo quello morale, ma anche quello materiale) è riconosciuto come diritto fondamentale dell'uomo nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (art. 27.2) e nella Carta Europea dei diritti fondamentali (art. 17.2).
    Si tratta del diritto di veder compensato il frutto del proprio lavoro. Il diritto di avere un ritorno per il tempo e le risorse impegati per donare all'umanità la propria opera. Insomma, un diritto che trova il suo fondamento nella stessa libertà dell'individuo.
    non+autenticato
  • Non sono d'accordo. Trovo che le tue sono affermazioni intrinsecamente elitiste e antipopolari, che difendono interessi particolari contro l'interesse generale.

    Invece sono d'accordo con l'articolo e apprezzo molto il suo afflato utopico e poetico, che fa circolare un po' di aria fresca in questo Paese cosi' infognato nelle sue miopie.
  • Sembra che l'unico crimine di questo universo sia "essere lì e comunicare".
    Anche se, in passato, si è tentato di bloccare la comunicazione o di pervertirla al punto di cercare di renderla inutilizzabile, nella realtà non ci si è MAI riusciti.
    La storia insegna.
    Non sono d'accordo sull'opinione che "non sappiamo ancora" quale saranno le evoluzioni determinate dalle co-azioni tra l'essere umano ed Internet: lo sappiamo benissimo ma facciamo finta di non vederlo.
    Essere liberi di comunicare, non significa essere liberi di comunicare QUALUNQUE COSA, in QUALUNQUE MODO o con CHIUNQUE.
    Potrebbero esserci individui che non gradiscono comunicare con me. Altri che non gli piace il MODO con cui comunico ed altri ancora che non vogliono nemmeno ascoltare QUELLO che dico.
    Quindi il DIRITTO alla Comunicazione ESISTE.
    Esiste anche il DIRITTO alla PROPRIETA'...ma esistono un gran numero di altri DIRITTI...non meno importanti di questi, ma sembra proprio che l'unico crimine, in questo universo resti il fatto di "essere lì e comunicare".
    Nonostante sia vigente la legge della giungla, ove il più forte vince e si conquista i suoi diritti, nondimeno esistono possibilità per gli onesti, di avere i loro diritti.
    Nel caso Internet-Copyright:
    Se esiste una Legge non condivisa dalla maggior parte degli individui, esiste la possibilità, tramite REFERENDUM, di farla abrogare.
    Se non esiste una Legge che regolamenti la comunicazione (e quindi condivisione di conoscenza e cultura), senza violare il diritto di proprietà (o altri DIRITI), è possibile presentare una proposta di legge e farla approvare.
    Se pensi che ciò non sia raggiungibile, sei pronto per fare le Rivoluzione o un COlpo di Stato o ancora di Trasferirti all'Estero e cambiare cittadinanza.
    Se pensi che, dovunque vai, il problema resta....
    allora è meglio affrontare il problema e risolverlo!
    In ogni caso, NESSUNO...MAI è riuscito a fermare la comunicazione o a renderla inutilizzabile....
    se ti può essere di conforto nell'intraprendere le azioni necessarie e sufficienti per affrontare il problema e risolverlo.
    Io sono con te!
    non+autenticato
  • Non sono sicuro di afferrare tutto quanto hai scritto, ma sono d'accordo su una parte consistente di ciò che ho capito.
    Dal mio punto di vista essere in rete è di per sé comunicare. E, sinceramente, se io e te comunichiamo quello che ci diciamo dovrebbero essere esclusivamente affari nostriOcchiolino
    Ma è un discorso ampio, che spero di riprendere presto

    ciao, grazie
    Paolo
  • - Scritto da: Joseph C.R. Licklider
    > Se esiste una Legge non condivisa dalla maggior
    > parte degli individui, esiste la possibilità,
    > tramite REFERENDUM, di farla abrogare.

    Non è possibile per le leggi che hanno rilevanza penale. O meglio puoi pure dire "facciamo un referendum" ma nel momento stesso in cui fai campagna elettorale per raccogliere le firme, SPIEGANDO ai cittadini "questa legge è sbagliata PERCHE' bla bla bla", stai compiendo il reato di apologia (che consiste nel mostrare/dichiarare pubblicamente come positiva/accettabile una cosa sanzionata come reato). Reato esistente SOLTANTO IN ITALIA in tutto il mondo occidentale... forse oltre noi ce l'hanno in Cina, in Iran e in qualche dittatura sperduta nel mezzo dell'Africa.
    Quindi PRIMA va assolutamente abolito il reato di apologia (ultimo comma del reato di istigazione a delinquere) e soltanto dopo si potranno fare referendum (E CAMPAGNE ELETTORALI PER PROMUOVERLI).
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