Fabrizio Bartoloni

La professione del traduttore di software

Per localizzare il software non basta convertire testi da una lingua all'altra. E' necessario conoscere e ascoltare l'utente. E osservare come cambia la lingua. L'intervista a Licia Corbolante

La professione del traduttore di softwareRoma - Tradurre il software nelle varie lingue è uno di quei mestieri invisibili e allo stesso tempo indispensabili dell'IT di cui si parla solo quando riesce male. Abbiamo deciso di gettarvi uno sguardo con Licia Corbolante, nel suo passato quasi venti anni di servizio a Microsoft, interventi a conferenze e seminari in giro per il mondo, e oggi curatrice di un interessante blog sull'argomento.

Punto Informatico: Quanto influenza il nostro lessico la localizzazione italiana degli applicativi di uso quotidiano? Entrano neologismi o calchi prima alieni e, se sì, con quali esiti?
Licia Corbolante: L'inglese è quasi sempre la lingua di partenza e ha fatto entrare nel gergo comune parecchi prestiti come mouse, password, browser, dei quali non possiamo fare a meno e che potrebbero fare pensare a un'invasione di anglicismi. In realtà la penetrazione di questi termini è ancora piuttosto bassa e in genere limitata a nuove funzionalità, a particolarità specifiche del sistema operativo o comunque ambiti tecnici. Eventuali prestiti e calchi nei programmi che usiamo quotidianamente sono spesso recepiti da altri campi (tipografia, editoria, fotografia, finanza ecc.): la localizzazione si è limitata a dare loro più visibilità, diffondendo concetti altrimenti poco conosciuti.
Trovo piuttosto molto interessanti i neologismi semantici, parole comuni che acquisiscono un nuovo significato, come finestra per indicare un'area dello schermo. Entrano rapidamente nel lessico e volte fanno addirittura passare in secondo piano le accezioni esistenti, basti pensare a chiavetta, che fino a qualche anno fa indicava solo un utensile e ora invece fa subito venire alla mente un supporto di memoria rimovibile o un modem USB. Un paio di altri esempi: mobile, scaricare, motore (di ricerca, ad esempio), navigare o la ricerca che qualcuno ha fatto proprio ieri per arrivare al mio blog: "aggettivi per descrivere la chiocciola riferito all'animale".

PI: Come viene decisa la terminologia usata nei prodotti, in particolare il nome di nuove funzionalità?
LC: Si analizza il concetto rappresentato dal termine originale, il contesto di utilizzo, e si determina se si tratti di un neologismo o di un termine già documentato, se sia un generico o specializzato, se venga usato solo in ambito informatico o anche altrove, quali siano i termini e concetti correlati ecc. In base a queste informazioni si imposta la ricerca per l'italiano, cercando una soluzione coerente con la terminologia già in uso. Un caso particolare sono i concetti nuovi o poco diffusi appena introdotti in inglese perché un corrispondente italiano spesso non esiste ancora o non è attestato. Vengono fatte diverse valutazioni ed eventualmente consultati esperti prima di decidere come procedere: ad esempio se adottare un prestito straniero (come netbook), un calco lessicale (senza fili dall'inglese wireless), un calco semantico (postare modellato sul verbo post), ricorrere a soluzioni ad hoc (procedura guidata per wizard) o creare un neologismo (animoticon). Non sempre si riesce ad anticipare quelle che saranno le effettive preferenze del mercato e così anche dopo il rilascio del prodotto si continua a monitorare l'evoluzione della terminologia per modificarla, se il caso, nella versione successiva. I principali produttori di software danno inoltre molta importanza all'input degli utenti, ad esempio nel Portale linguistico Microsoft si può commentare il gergo tecnico usato nei prodotti e segnalare eventuali errori oppure si può partecipare al Microsoft Terminology Community Forum per discutere una selezione di termini con altri utenti.
PI: Come si rimedia quando si scopre che la resa errata di un termine ormai ha svariate revisioni del programma alle spalle e milioni di utenti abituati a quella interfaccia (ad esempio l'equivoco paragrafo/paragraph di Office)?
LC: Gli errori terminologici dovuti a un'interpretazione scorretta del termine originale sono per fortuna abbastanza rari e sono spesso un'eredità delle vecchie versioni di un programma, localizzate quando la gestione della terminologia aveva ancora un ruolo defilato. Se vengono identificati si fa una valutazione dei costi del cambiamento e soprattutto dell'impatto che avrebbe sull'esperienza d'uso: se si ritiene che la maggioranza degli utenti sia ormai abituata a un termine non del tutto adeguato ma ormai associato a una funzionalità o a un concetto specifici, si rinuncia a introdurne un nuovo, appropriato ma magari non subito riconoscibile, che potrebbe causare più confusione che effettivi benefici, come nel caso di capoverso in sostituzione di paragrafo.
Per eventuali altri tipi di errore si procede sempre con la correzione nel nuovo rilascio del prodotto, in particolare se si tratta di risolvere possibili incongruenze (traduzioni diverse associate a un unico termine inglese) oppure se è stata fatta confusione in caso di polisemia (ad esempio in inglese frame può indicare un fotogramma, una cornice attorno a un'immagine, un frame di una pagina Web o un frame inteso come unità di informazione). I sistemi di gestione della terminologia orientati al concetto aiutano comunque a risolvere le ambiguità durante la localizzazione e ulteriori controlli vengono fatti con vari strumenti linguistici, quali i cosiddetti consistency checker per rilevare disuguaglianze.

PI: In che modo è cambiato e dove sta andando questo lavoro?
LC: Quando ho iniziato io in questo settore non sempre software e documentazione erano ottimizzati per la localizzazione e l'internazionalizzazione era un concetto quasi sconosciuto! Gli strumenti non erano molto sofisticati e a volte poco intuitivi, non si faceva abbastanza attenzione alla terminologia, che veniva raccolta in semplici elenchi solo durante la traduzione. I principali produttori di software svolgevano direttamente la maggior parte delle attività di localizzazione, si limitavano a esternalizzare solo la traduzione di testo ad agenzie nei singoli paesi e lo rivedevano prima di utilizzarlo.
Ora le esigenze di internazionalizzazione e localizzabilità sono adeguatamente descritte e prese in considerazione fin dalle fasi iniziali del ciclo di vita del prodotto, gli strumenti di localizzazione si sono molto evoluti, viene data grande importanza alla gestione della terminologia documentandola in appositi database prima che inizi la localizzazione, i flussi di lavoro e ruoli sono ben definiti e quasi tutte le attività, incluse le verifiche di qualità, sono esternalizzate e gestite da società specializzate multilingue. Credo sia anche interessante notare come negli ultimi anni i principali produttori di software commerciale abbiano cominciato a condividere informazioni ed esperienza in questo campo, mettendo a disposizione risorse e facilitando lo scambio di idee e di best practice fra i loro esperti dell'argomento.
In futuro, presumo verranno sviluppati strumenti ancora più sofisticati e che integrano tecnologie semantiche, i database terminologici si muoveranno verso ontologie complesse e la traduzione automatica avrà una sempre maggiore applicazione, grazie anche alla qualità in continuo miglioramento. Il coinvolgimento delle community, il crowdsourcing di cui si parla molto ultimamente, avrà probabilmente sempre più importanza: l'esperienza di Sun e di Facebook, tra i tanti, è rilevante.

PI: Come siamo messi in Italia? Valgono gli stessi problemi degli altri paesi?
LC: Da un punto di vista linguistico vale la pena sottolineare che, a differenza di altri paesi, in Italia non sono attivi enti di standardizzazione terminologica (come invece accade, tra gli altri, in Francia e in Islanda, in quest'ultimo paese per citare una caso estremo computer è stato reso con profeta di numeri, ndr), non bisogna sottostare a particolari regolamentazioni o a scelte politiche che costringono a cambiamenti di termini anche molto comuni: è il mercato a decidere la terminologia. Nonostante la mancanza di linee guida comuni, in Italia c'è una notevole uniformità stilistica e anche terminologica tra i prodotti più diffusi, molto più che nel resto d'Europa: basta confrontare le guide di stile per la localizzazione disponibili in rete, ad esempio di Sun (e OpenOffice), Mozilla, Microsoft, per notare i molti punti in comune e le poche differenze. ╚ tutto a vantaggio di noi utenti: passando da un prodotto a un altro identifichiamo subito le espressioni già note e non dobbiamo imparare ad associare nomi diversi alle stesse funzioni, mentre uno stile subito riconoscibile rende le informazioni più familiari e più veloci da assimilare.

PI: Chi credi ricopra meglio questo ruolo tra un informatico con una solida conoscenza dell'inglese e un laureato in lingue con adeguata dimestichezza dell'argomento? Esiste un percorso formativo ottimale? Hai dei consigli per chi aspirasse a tale professione?
LC: Questo processo si è notevolmente specializzato e prevede vari ruoli, solo alcuni dei quali richiedono competenze linguistiche. Nel caso specifico di chi traduce stringhe e testo, il localizzatore, in genere la formazione è linguistica e preferibilmente sono stati seguiti dei corsi di traduzione. Direi che non sono necessarie competenze informatiche specifiche ma sicuramente è importante essere un utente avanzato di più prodotti, quindi avere familiarità con funzionalità e istruzioni anche complesse e la capacità di acquisire rapidamente una buona conoscenza degli strumenti di localizzazione, ad esempio i sistemi di traduzione assistita e di gestione della terminologia. Sempre più università e istituzioni private includono la localizzazione nei loro percorsi formativi ma a giudicare da alcuni programmi sembrerebbe venga dato parecchio spazio agli strumenti e forse un po' meno alle attività di analisi e di ricerca che invece sono fondamentali per interpretare correttamente il materiale che si sta localizzando, identificare eventuali problemi, suggerire soluzioni e capire quando è necessario ricorrere al supporto degli informatici o di altri esperti.

a cura di Fabrizio Bartoloni

I precedenti interventi di F.B. sono disponibili a questo indirizzo
90 Commenti alla Notizia La professione del traduttore di software
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  • Se questa è vera non è male:

    Localizzava software - Dammi una lametta che mi taglio...

    http://www.kappero.com/svago/news/00016/localizzav...

    da schiantare
    non+autenticato
  • :)SorrideSorrideSorrideSorride
       stupenda!!
    SorrideSorrideSorrideSorrideSorride
    non+autenticato
  • Un'intervista molto interessante, ma ho delle forti riserve sulle traduzioni con un calco semantico, come il "postare" ottenuto da "to post". Se una tale forma è (perlopiù) accettabile nella lingua colloquiale, trovo assai discutibile che lo sia in quella scritta.
    Peraltro, questa facilità nel coniare nuovi termini, conduce verso l'impoverimento culturale: sempre più spesso si italianizzano dei termini, senza curarsi se esista una traduzione (vedi l'inutile e diffusissima parola "performante" al posto di "prestante").

    Quanto ai prestiti dai vocabolari stranieri, si eccede anche qui con estrema disinvoltura. Non mi riferisco a termini come "computer", che può difettare di avere una traduzione chiara in "calcolatore", ma che è stata adottata nel linguaggio comune molto prima dell'adozione in massa di altri termini.
    Ci sono altri termini che ormai sostituiscono quelli in italiano, anche dove non c'è legame con i tecnicismi -- penso ad esempio a chi ricorre a forme contorte come "fare lo spelling", anziché "compitare".

    Ben vengano le traduzioni, del resto è più rapida la lettura e la comprensione nella propria madrelingua, ma che siano coerenti con il contesto e non troppo fantasiose nell'uso dell'italiano.

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    Aggiungo una postilla, ricordatami da un altro fenomeno.
    Chi gestisce le traduzioni del software non commerciale?
    Un caso curioso, e un po' paradossale, mi è capitato qualche volta, in cui credendo di essere d'aiuto, ho corretto delle terminologie inesatte in alcuni software aperti. Il traduttore originale non aggiornava le stringhe da tempo, così l'ho fatto io. In men che non si dica è riapparso il traduttore originale, che ha sostituito di nuovo il mio lavoro con il suo (compresi gli errori).
    Se il software non è di larga diffusione, se non c'è nessuno a verificare la bontà della traduzione, un gioco del genere può andare avanti all'infinito, ovvero finché uno dei due si stanca di correggere/ripristinare gli errori (nel mio caso ero il primo a non avere tempo da perdere, per cui ho lasciato che il "traduttore" originale ripristinasse tutti gli errori).
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    Modificato dall' autore il 19 maggio 2009 15.55
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  • Traducendo il Learning Management System "Dokeos" so che mettendomi dalla parte del Docente o del Corsista non accontenterò l'informatico.

    Tuttavia l'italiano ha una serie di termini chiari, usabili e usati che potrebbero tranquillamente sostituire anglicismi che comunque non molti conoscono.
    E' il caso di Cartella/Directory, ma ricordo che in matematica è sempre esistito il termine "Ricorrenza" che è stato sostituito da neologismi quali "Ricorsività / Recursività" inutili.
    non+autenticato
  • se lo vedo per strada lo meno.
    è un lavoro di traduzione semplicemente AGGHIACCIANTE.
    perle come "Lista della macchina virtuale", "Compariranno nuovamente le caselle di messaggi disconnesse tramite l'opzione 'Non visualizzare questo messaggio di nuovo'" (EH?!?!?), tutti i verbi dei menu all'infinito, Visualizzare, Aprire, Guardare una Demo (di cosa?!?!), ecc. ecc.
    e il bello è che obbligano ad installare la versione italiana, perché il numero di serie è diverso da quello della versione in inglese (altra cosa assurda ma OT).
    Gosh. Lo uso poco solo per questo motivo.
    non+autenticato
  • Ho avuto modo in passato di occupartmi di traduzioni dall'inglese all'italiano di libri Microsoft Press per conto di Mondadori Informatica.
    Io e i colleghi fummo obbligati (ovviemente sotto il dictat della "Senior Italian Terminologist at Microsoft") ad adottare termini assolutamente distanti dal "gergo" informatico italiano corrente.
    Invito tutti i lettori con un trascorso tecnico a tornare con la memoria alle incomprensibili traduzioni presenti nei libri Mondadori Informatica! Bene, ora sapete a chi dare la colpa: grazie, Licia!!!
    non+autenticato
  • E' vero le traduzioni Mondadori son sempre state pessime, ed in tal senso ringrazio, perche' viste le traduzioni ora preferisco di gran lunga i testi in originale. Ricordo un testo di SO della mondadori che parlava di NT in cui il File system che veniva tradotto con "sistema di archivi" (il che mostra che usare il gergo inglese a volte e' meglio che forzare una traduzione in Italiano), uno doveva farsi il reversing in inglese e capire che voleva dire l'autoreSorride


    - Scritto da: ex Traduttore
    > Ho avuto modo in passato di occupartmi di
    > traduzioni dall'inglese all'italiano di libri
    > Microsoft Press per conto di Mondadori
    > Informatica.
    > Io e i colleghi fummo obbligati (ovviemente sotto
    > il dictat della "Senior Italian Terminologist at
    > Microsoft") ad adottare termini assolutamente
    > distanti dal "gergo" informatico italiano
    > corrente.
    > Invito tutti i lettori con un trascorso tecnico a
    > tornare con la memoria alle incomprensibili
    > traduzioni presenti nei libri Mondadori
    > Informatica! Bene, ora sapete a chi dare la
    > colpa: grazie,
    > Licia!!!
    non+autenticato
  • - Scritto da: paolino paperino
    > Ricordo un testo di SO della
    > mondadori che parlava di NT in cui il File system
    > che veniva tradotto con "sistema di archivi" (il
    > che mostra che usare il gergo inglese a volte e'
    > meglio che forzare una traduzione in Italiano),
    > uno doveva farsi il reversing in inglese e capire
    > che voleva dire
    > l'autoreSorride

    Mica capisco questo ragionamento, il termine "sistema di archivi" (intendo l'originale "file system" inglese) è stato creato apposta per rendere qualcosa di astratto a qualcosa di esistente in realtà, lasciando il termine in inglese questo viene perso (e contribuendo a rendere agli italiani l'informatica ancora più "astratta").
    non+autenticato
  • Scusa eh ma qua ti stai semplicemente lamentando del fatto che vengano tradotti dei nomi. "filesystem" può (e dovrebbe) essere tradotto senza nessun problema.
    non+autenticato
  • Sarà, ma oggi come oggi mi troverei male ad utilizzare un topo connesso via dente-blu al mio calcolatore portatile. in cui ho installato molta memoria ad accesso casuale per consentire un'esecuzione ottimale di Finestre Vista. Ho anche un antidoto per i programmi eseguibili malintenzionati ed un muro-di-fuoco personale... Mi collego da casa attraverso una Linea Digitale Asimmetrica a Sottoscrizione piuttosto veloce per poter lavorare in Rete Privata Virtuale... Guardo lungometraggi Raggio-Blu sulla la mia Stazione-di-Gioco 3 che controllo a distanza con una manopola giocosa....
    non+autenticato
  • oggi ti troveresti male, ma allora perché non usare printer invece di stampante, oppure keyboard invece di tastiera, ecc. ecc.

    l'informatica è già "strana" di suo, con tutti questi termini "anglofoni" la si rende ancora più "straniera" (secondo me)
    non+autenticato
  • - Scritto da: Lettore anonimo
    [...]
    > l'informatica è già "strana" di suo, con tutti
    > questi termini "anglofoni" la si rende ancora più
    > "straniera" (secondo
    > me)

    ???

    In ambito tecnico, e' normale e in un certo qual modo necessario che esista un gergo specifico che spesso usa terminologia in inglese o derivata in maniera spuria da termini inglesi. In parte questo facilita l'internazionalizzazione riducendo certe incomprensioni/ambiguita' nelle traduzioni. Questo e' molto comune in molti ambiti, con prevalenza in quello informatico e in quello commerciale/finanziario.

    Vuoi mettere la semplicita' di termini quali filesystem, directory, browser, spreadsheet, word processor, compiler, ecc... che sono uguali ed in uso comune in America come nel Regno Unito, in Germania, in Spagna, in Danimarca, in Polonia,[...], e in Italia rispetto a terminologia ambigua e poco comprensibile (soprattutto a chi deve tradurre programmi e documentazione) in lingua ?
    non+autenticato
  • - Scritto da: The Bishop

    > Vuoi mettere la semplicita' di termini quali
    > filesystem, directory, browser, spreadsheet, word
    > processor, compiler, ecc...

    voglio dire che questi termini hanno un significato nella lingua madre (ed è il motivo per cui sono state assegnate ai rispettivi "equivalenti" informatici)

    filesystem= sistema di archivi
    directory= elenco
    browser= persona che curiosa
    spreadsheet= foglio ampio
    word processor= trattamento parole
    compiler= compilatore

    questo fa si che per un anglosassone risulti immediatamente chiaro a cosa servono

    per un italiano che parla italiano il già difficile compito di imparare il funzionamento di questi "oggetti" informatici è reso ancora più ostico dal fatto che le parole con cui sono descritti non hanno alcun significato in italiano
    non+autenticato
  • Mi fai vivere in un mondo dei sogni!
    Sarebbe bellissimo poter usare correntemente il gergo che hai delineato! Sorride
    Quasi quasi faccio un gruppo sul libro delle facce per italianizzare tutto.
    Un ex-irredentista.
    non+autenticato
  • Apprezzo l'ironia, ma ci sono alcune imprecisioni, ovvero termini decisamente non traducibili per un motivo piuttosto chiaro: il caso dei marchi e nomi registrati.
    Quindi "Bluetooth" rimane tale e quale, così come "Windows", "Blu-ray" e "Playstation".
    Ammetto che comunque abbiamo dei precedenti storici, anche assai datati, parecchio discutibili (penso a "Giovanni Keplero", "Francesco Bacone", e chi più ne ha più ne metta).
  • - Scritto da: ex Traduttore
    [...]
    > Mi collego da casa attraverso una Linea Digitale
    > Asimmetrica a Sottoscrizione piuttosto veloce per
    > poter lavorare in Rete Privata Virtuale...

    Io purtroppo sono fermo al Modulatore-Demodulatore analogico a 56K, ma in casa ho diversi elaboratori in rete e quindi ho dovuto mettere un commutatore 10/100 e cablare tre stanze con delle coppie intrecciate non schermate di categoria 5. Poi ho deciso di mettere anche un punto di accesso senza fili per collegare anche i calcolatori portatili. Mio fratello, ha poi collegato in rete un elaboratore di servizio per il fluire di contenuti multimediali sui calcolatori domestici. La cosa frustrante dell'informatica, e' che se ho qualche problema tecnico, devo collegarmi a quella cosa strana che chiamano Internet (anche se non ho mai capito cosa voglia dire) e andare con lo sfogliatore di Internet su un motore di ricerca per trovare risposte (anche se spesso incomprensibili perche' usano uno strano idioma), oppure aprire un cliente di Chiacchierate Ritrasmesse su Internet (ma anche li' nessuno che parli un linguaggio comprensibile)...
    non+autenticato
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