UPDATE - Citando un blogger locale, Hamid Tehrani
scrive su
Global Voices Advocay che le reazioni internazionali e le proteste interne avrebbero spinto il governo iraniano a tornare sui propri passi eliminando i filtri che rendevano Facebook inaccessibile.
Roma - A pochi giorni dalla prossima tornata elettorale i cittadini della rete iraniani non hanno diritto ad avvalersi di Facebook come mezzo di discussione e confronto online. Da sabato scorso il social network numero uno, principale strumento comunicativo dei giovani iraniani, risulta infatti inaccessibile da tutto il territorio nazionale. A confermare ciò vi sarebbero alcuni dipendenti della CNN stanziati a Teheran, i quali nel tentare il login si sono visti recapitare un messaggio in farsi in cui si spiega semplicemente che
l'accesso al sito non è possibile.
In tempi recenti Facebook è diventato il canale mediatico preferito da gruppi di giovani riformisti come il
Daftar Tahkim Vahda e dagli oppositori di Ahmadinejad che, ben consci della bassa età media della popolazione, attraggono proseliti ed esprimono le loro idee sulle proprie pagine personali: Mir Hossein Mousavi è uno di questi e conta quasi 7mila
fan. Sostenitori che se residenti in Iran per ora non possono più seguirlo, almeno via Web.
Le ragioni di quest'ultimo blocco non sono ancora ben chiare ma per l'azienda si tratta di un
vero e proprio atto di censura e privazione della libertà di esprimersi e informarsi durante un momento molto delicato per un paese chiamato il prossimo 12 giugno a decidere chi sarà il presidente per i prossimi quattro anni: "È una vergogna - spiega Elizabeth Linder, portavoce di Facebook - che alcuni comportamenti culturali e politici possano limitare le opportunità di condivisione ed espressione concesse da Internet".
Secondo Shahab Tabatabaei, persona molto vicina a Mousavi, tutte le fonti di informazione che si esprimono contro il regime sarebbero a rischio censura poiché limitare la competizione politica sarebbe una delle principali priorità del governo: "Il blocco di Facebook - continua Tabatabaei - non è stato altro che una pronta reazione dell'esecutivo nei confronti di una manifestazione pro-Mousavi svoltasi sabato in uno stadio della capitale iraniana".
L'Iran non è certo nuovo ad
atti del genere: già nel 2006, ben prima del boom di adesioni, Facebook era finito nella lista nera degli Ayatollah con l'accusa di
immoralità, che in Iran è sinonimo di illegalità, salvo essere reintegrato poco tempo dopo. Lo scorso anno invece
aveva tenuto banco la proposta di legge che
condannava a morte tutti quei blogger con il vizio di pubblicare
post sgraditi.
Tuttavia, nonostante ciò che accade nell'ex impero persiano, un manipolo di imam indonesiani ha dimostrato che non è affatto lecito pensare la religione islamica in antitesi a Facebook e, più in generale, alla Rete. Sono infatti più di 700 gli imam della più grande nazione islamica al mondo che hanno firmato un editto in cui si sancisce il
corretto uso del social network: basta utilizzarlo solamente per questioni di lavoro e per connettersi con amici lontani evitando accuratamente argomenti frivoli, flirt vari, bugie e altre oscenità vietate dalla
Sharia, la legge islamica.
Giorgio Pontico